Pubblicato: sab, 20 Lug , 2013

Lo sviluppo del potere mafioso

Mafia al nord come al sud, un potere che sempre meno ha connotazioni territoriali.

 

di Fulvio Turtulici

NEWS_150921Sant’Andrea in Percussina è uno di quei minuscoli borghi della campagna toscana che definire belli è un’ovvietà. Quando il viandante ci si ferma, è facile che prenda a considerare i principi di tanta armonia e rifletta sul destino umano e i suoi errori. Qui Machiavelli scrisse Il Principe e si ingaglioffì in taverna.
Qui ho incontrato don Andrea Bigalli, responsabile di Libera per la Toscana e abbiamo parlato della penetrazione delle mafie anche in questa regione, come ormai in tutta la società nazionale. I dati che mi fornisce sono i numeri ufficiali, certi dell’infiltrazione criminale, si tratta dei beni confiscati grazie all’azione di contrasto delle Procure, dei tribunali, delle forze dell’ordine, dunque solo una parte minore del fenomeno, un cancro che fa metastasi nel silenzio e sovente nell’indifferenza della pubblica opinione.
E’ l’informazione latitante nella resistenza al malanno illegale, tanto presente allorchè si tratti del niente chiassoso e tanto evasiva e modesta nel raccontare la cruda ed autentica realtà. La confisca del bar Donetti, ad esempio, e l’affidamento in amministrazione fiduciaria ai lavoratori, in piazza Pitti, uno dei luoghi simbolo della città di Firenze, patrimonio culturale dell’umanità, non ha meritato neanche una riga di approfondimento. Pure qui chi lotta contro la mafia è solo.
I beni attualmente confiscati alle mafie e affidati ai comuni, alle associazioni, alle forze dell’ordine sono 37. Otto sono stati sottratti alla camorra, tre a Cosa nostra, cinque alla ‘ndrangheta, gli altri a varie organizzazioni criminali, uno, l’hotel Paradiso di Montecatini, persino alla Banda della Magliana.
Le aree geografiche e di attività sono, per sommi capi, così ripartite. Sulla riviera tirrenica, a Forte dei Marmi e nella Versilia in particolare, agiscono insieme la mafia russa e la camorra, accaparrandosi buona parte degli stabilimenti balneari, dei locali notturni, della ristorazione. Nell’edilizia, attività notoriamente a forte rischio, domina prevalentemente la mafia siciliana, i cementifici, ad esmpio, difficilmente si sottraggono al controllo criminale, ma nell’aretino, specie nel movimento terra, si avverte forte la mano della ‘ndrangheta, tre beni, infatti, sono stati sequestrati ai “calabresi” nel territorio del comune di Terranuova Bracciolini. Di questi, uno è stato affidato alla Misericordia, in un altro si trova la locale caserma dei carabinieri.
L’attività precipua delle mafie, che consente loro di entrare, per passaggi graduali, nel circuito legale, è l’usura. Il nostro sistema economico e produttivo ha continua fame e sete di capitali e soffre di cicliche e gravi crisi, che sono poi crisi di disponibilità immediate, e l’attuale poi è gravissima. Dove si sono tollerati gli accaparramenti delittuosi, l’Andreotti a tutti caro l’ha definita opera di buon vicinato, vale a dire l’accumulo di enormi somme liquide pronto cassa da parte delle organizzazioni criminali, è quasi naturale, soprattutto nei periodi difficili, che un sempre maggior numero di imprese, lentamente ma inesorabilmente, finiscano nelle mani del crimine, siano costrette a divenirne socie, i loro titolari a farsene prestanome e ben presto schiavi.
Non esistono illusorie e sciocche frontiere dei puri per nascita e colore dei pezzi di stoffa, dentro le quali rinchiudersi per salvarsi. E’ oramai palese che le mafie godano inserirsi dove ferve impresa che mostra saldi muscoli ma nasconde le proprie difficoltà, è questo il terreno fertile per le organizzazioni e al denaro si aprono tutti, anzi dove la presunzione della produttività è maggiore le difficoltà risultano maggiormente traumatiche e se mancano veri valori e principi di dignità e superiorità della persona umana rispetto al soldo, i criminali travestiti dai buoni abiti fanno ottimi affari. La Lombardia, con buona pace dei padani, appare un frutto marcito dall’insetto mafioso che si è mangiata la Sanità, e la stessa Regione Lombardia si è dimostrata un covo di rei. Quando il delitto penetra l’istituzione non si può far altro che parlare di mafia vincente, che media consenso, intacca i partiti, i movimenti dall’aspetto santo ed onorato, la corruzione dilaga, le fortune del più bello d’Italia, dai primi vagiti imprenditoriali fino agli ottant’anni, si sono sviluppate e mantenute tra gli stallieri, i presidenti Bagigalupo, nota squadra di calcio più del Real Madrid, ad ascoltare il nostro versato in amenità, nonché mezzani d’ogni sorta e “picciotti” fidati anche in kazako. In Toscana, mi dice don Andrea Bigalli, tuttavia resta ancora un fronte pulito, la permanenza di un tessuto connettivo sano, il disastro della sanità lombarda, ad esempio, qui non è ancora possibile, e tuttavia nulla e nessuno si può considerare immune di fronte a un attacco tanto subdolo, il maggiore problema nazionale che pochi paiono in verità avvertire.

Le organizzazioni criminali conservano le radici nelle terre d’origine, ma le attività stanno ovunque gli affari sempre più consistenti e variegati le richiamano e conducono, non si fanno certo scrupoli di settori produttivi o regioni geografiche, infiltrano le dirigenze delle società, le pubbliche amministrazioni, il loro obiettivo è un altro, superiore: è il potere. Lo chiamiamo mafioso, per vecchia prassi lo rappresentiamo ancora con la coppola. In verità sua è l’immagine vincente per il pensiero conforme: tratta oramai con il mondo, è il più efficiente, aggira abilmente gli ostacoli, tiene in mano le autorità, frequenta le donne più eleganti e lassa altrui, a coloro che innalza per proprio interesse, le apparenze volgari, mentre il vasto pubblico rimane passivo e ammirato nel turbinare mediatico di veline e servitori. E’ questo il motivo non troppo nascosto di operazioni come quelle di Don Panino a Vienna. Si esalta la mafia. Due sono i contendenti veri: il disinvolto trafficante che, vivendoci dentro, mette i piedi prepotenti sopra la civile convivenza per umiliarla, ma come se facesse un favore, e colui che tenta di resistere, mentre l’enorme resto è fatto di numeri, ma è l’intraprendente che vince.
E infine il nostro è il Paese in cui una consistente parte di quella che dovrebbe essere classe dirigente insorge alle poche inchieste giornalistiche che infrangono il muro dell’omertà, con l’amena asserzione che la denuncia di un male esistente e rovinoso danneggerebbe l’immagine dell’Italia. In un luogo del mondo siffatto le mafie modellano la società, nella zona grigia in cui si indossano vari abiti, ci si accomoda in diversi organigrammi, ci si confonde, ci si travisa e ci si sta. Allo Stato di diritto succede l’economia sommersa e nera, un inquinamento di sistema, controlli manovrati, conciliaboli e conventicole, mani da stringere e valigette da scambiarsi, pacche sulle spalle e saluti alla signora, ammiccamenti, insomma una lenta, ma inesorabile mutazione antropologica. Infiltrarsi evoca un piacere quasi erotico e comandare è meglio che fottere, era un tempo un francesismo diffuso in Sicilia che adesso si coniuga un tutti i dialetti nazionali.
Quali allora le soluzioni? Nell’immediato strumenti legislativi: la tracciabilità di qualsiasi operazione finanziaria farebbe emergere le improvvise e immotivate fortune. Quindi bisognerebbe ricreare un’informazione di professionisti intellettualmente onesti invece che di servi. Necessita un nuovo fronte culturale. E’ la ragione della nascita di Libera. “Se i beni sequestrati ai criminali venissero affidate alle associazioni, come avviene nelle terre tradizionalmente mafiose, si potrebbero costruire percorsi di legalità, di educazione, per la lotta alla mafia sarebbe un salto di qualità”, afferma don Andrea Bigalli. Educare alla legalità è presupposto alla parità dei diritti ed educare alla libertà, la maggiore ricchezza dell’uomo, non è arbitrio e licenza, significa libertà di coscienza e di risoluzioni, mentre la mafia è omologazione spietata, schiavitù al soldo che compra la persona umana ridotta a meno di un mattone dentro il quale infatti si può sciogliere, talora è limitazione persino della libertà fisica, non soltanto altrui ma propria. Alcuni criminali, per il potere, accettano di vivere rintanati un palmo sotto terra come topi.

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