Pubblicato: ven, 18 Nov , 2022

Muri, barriere e filo spinato, tra speranza e disumanità organizzata

 

di Filippo Torrigiani

CNCA – Coordinamento nazionale comunità di accoglienza 

 

Sono trascorsi pochi giorni dalla ricorrenza di quel novembre del 1989 che, con la caduta del muro di Berlino, restituiva alle persone vittime di oppressione diritti e libertà perdute. Epoca in cui il mondo, col plauso dell’occidente, pareva assumere sempre di più una parvenza di giustizia e indipendenza. Tuttavia, anche per i fatti e gli accadimenti che oggi abbiamo sotto gli occhi, la corsa verso l’occidente e i suoi modelli consumistici e capitalistici per molti non si sono dimostrati proprio come qualcuno li aveva dipinti: povertà, diseguaglianze, sfruttamento, distruzione ambientale – solo per citare alcuni temi – sono lì a simboleggiare che sicuramente qualcosa è andata storta.

La fine della stagione dei blocchi, nella fattispecie tra est – ovest, superata dallo smantellamento fisico e ideologico dei confini rappresentativa di divisioni che non avremmo mai più voluto conoscere, si è sostanzialmente fermata a quel tempo. Ed oggi, nel XXI Secolo, la situazione è sicuramente peggiore di allora.

Attraverso un approfondimento geopolitico appare lapalissiano in quale modo la sopraffazione dei popoli si sia estesa anche grazie alla realizzazione di nuovi muri e di altrettanti confini: attraverso un calcolo, sicuramente con numeri per difetto, il risultato che ne consegue ci consegna un quadro sempre più desolante, ovvero la presenza di circa 70 muri disseminati nel mondo con una caratteristica assai poco edificante a contraddistinguerne la genesi: la maggior parte delle barriere costruite a divisione tra i paesi sono state innalzate tra il 2005 e il 2015 con la ragione, accampata, di protezione dei confini dall’immigrazione e con un apice di realizzazione straordinaria riferibile a circa 7 anni fa quando ne vennero eretti addirittura 14 sparsi tra Francia e Gran Bretagna, in Norvegia, Svezia, Austria, Ungheria, Polonia, Slovenia, Grecia, Bulgaria e Macedonia. Il più recente, tra quelli completati, è quello eretto tra Grecia e Turchia, ultimato ad agosto 2021 e destinato a bloccare i possibili flussi migratori dall’Afghanistan dopo la presa del potere da parte dei talebani. La recinzione metallica, alta 5 metri, esisteva già. Misurava 12,5 chilometri, oggi ne conta 40.

Oltre a quelli realizzati in quella che possiamo chiamare ‘vecchia Europa’ ce ne sono altri, disseminati nel mondo, a separare le persone dalla speranza di una vita migliore e dei quali si parla purtroppo poco: Irlanda del Nord costruito per dividere cattolici e protestanti, Cipro, Turchia e Siria, Lima in Perù, San Paolo in Brasile, Pakistan e Afghanistan, Arabia Saudita e Yemen, Stati Uniti e Messico, Israele e Palestina.

Dopo Berlino e con un silenzio imbarazzante da parte dei potenti del mondo (talvolta complici) si sono dunque accresciuti in maniera importante i metodi di separazione tra i popoli: da un lato si trovano quasi sempre coloro che vivono in condizioni migliori mentre dall’altro, spesso ammassati come fossero cataste di legna senza bisogni o sentimenti, si trovano donne, uomini e bambini che fuggono dalle atrocità e dalla miseria. Nel mondo globale e della grande finanza dove qualcuno per dileggio trascorre le vacanze nello spazio, dove gli stati spendono miliardi di denari in armamenti e dove milioni di persone muoiono di fame e di malattie dobbiamo prendere atto che il muro di Berlino e la c.d. guerra fredda non ci hanno insegnato niente e che probabilmente quel muro, ancorché deprecabile per ciò che rappresentava e sicuramente da abbattere senza se e senza ma, oggi sarebbe forse uno dei mali minori rispetto a ciò che abbiamo costruito e che nei fatti si traduce in una sempre più manifesta disumanità organizzata. Muri, appunto, anziché ponti e solidarietà.

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