Pubblicato: sab, 19 Mar , 2022

Il linguaggio della resa. Ettore, Zelensky e…la Danimarca del ’40.

Tra un’Europa con la “sindrome” della adozione a distanza, la Russia che attanaglia sempre più l’Ucraina attaccando barbaramente anche i civili per “mostrare i muscoli”, un popolo che soffre, una tragedia umanitaria destinata a durare per anni, si fa strada tra gli osservatori e studiosi l’idea della resa per mettere fine al conflitto e salvare vite umane.

di Alex Gisondi

 

D’altro canto c’è da porsi una domanda legittima : lo Zar 2.0 si fermerebbe se ciò accadesse?

Il sospetto, per niente velato, è quello che Putin voglia si “trattare” ma non prima di aver preso le maggiori città ucraine e controllare le fonti di energia del Paese, così da sedersi al tavolo in una posizione di superiorità.

“Quinto: «Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto» e Massimo di rimando: «Tu lo capiresti Quinto? Io lo capirei?». È un dialogo banale, forse. A cercare da Dante a Dostoevskij si troverebbe di molto meglio. Forse bisognerebbe sfogliare le pagine di Hans Magnus Enzensberger (Il perdente radicale, trad. it. 2007) per cogliere la sindrome dello sconfitto che non prende atto della propria condizione e ostinatamente non abbandona la lotta. Non rassegnarsi alla sconfitta come i giapponesi nelle isole del Pacifico nel 1945 o i ragazzi tedeschi tra le macerie di Berlino intorno al bunker di Hitler. C’è una patologia in colui che non si arrende e in modo irriducibile prosegue la battaglia sino all’epilogo. La nostra cultura (il mito di Ettore ucciso sotto le mura di Troia) ha sviluppato da millenni il culto dell’eroe destinato al sacrificio, di colui che si immola nella perfetta consapevolezza della sconfitta e che pur non recede. E, oggi, guarda con ammirazione e simpatia al presidente ucraino Zelensky in cui scorge i tratti dell’eroe perdente. La sua risposta all’idea degli Usa di portarlo in salvo lontano da Kiev resta da annotare tra quelle simboliche e forse memorabili: «ho chiesto armi, non ho bisogno di un passaggio». Eppure, eppure”.

Quinto evoca la sconfitta di un popolo, ne immagina una coscienza collettiva, Massimo nella sua dimensione individualistica rapporta ciò che accade solo a se stesso e al suo commilitone. Un popolo e un eroe. Tutti sanno che l’Ucraina è sconfitta militarmente. Tutti sanno che lo era un minuto dopo l’inizio dell’aggressione. Tutti sanno che la resistenza e l’invio di armi dall’Occidente non ha e non avrà alcun risultato se non quello di provocare altre migliaia di vittime, fino a quando l’Orso russo non avrà sferrato la sua ultima, rabbiosa e mortale, zampata. Siamo finiti nella trappola emotiva dell’eroe perdente. Come i troiani affacciati dalle mura di Ilio contempliamo la spianata ucraina e attendiamo che Achille faccia strame del corpo di Ettore. Sapendo sin dall’inizio come andrà a finire. Non è una trappola mediatica né causale né ingiustificata. Le stragi del popolo ucraino retrocedono Putin al rango di un autocrate sanguinario e ne distruggono per sempre la reputazione agli occhi dell’Occidente. Il sangue che scorre purifica la cattiva coscienza della Nato per la gestione complessiva dell’affaire ucraino.

Ma resa è stato sempre sinonimo di sconfitta?

Era il 1940, 9 Aprile, le forze armate della Germania nazista avevano occupato la Danimarca di Cristiano X, che di fatto si arrese senza quasi opporre resistenza.

Nella storia della Seconda Guerra Mondiale e nel corso degli eventi che portarono allo sterminio nazista del popolo ebraico, la Danimarca ha rappresentato un esempio unico di opposizione ai piani di dominio del Terzo Reich e al progetto della “Soluzione finale” pianificato da Hitler e dai suoi gerarchi. Nonostante l’occupazione nazista del paese, le autorità locali e la popolazione seppero infatti mettere in atto tutta una serie di azioni di disobbedienza civile che limitarono al minimo gli arresti e la deportazione della popolazione ebraica locale, riuscendo a permettere la sopravvivenza della quasi totalità dei loro concittadini ebrei e di quelli che risiedevano in Danimarca da stranieri.

Quello che poteva essere interpretato come un cedimento nazionale ai piani di conquista del Terzo Reich si rivelò invece una strategia vincente in vista di un più ampio progetto di resistenza collettiva all’invasore. Questa strategia era sicuramente favorita dalla “speciale” posizione che la nazione e la sua popolazione rivestivano nella visione geopolitica nazista: il Terzo Reich considerava quello danese come un popolo “ariano”, e pertanto affine a quello tedesco, mentre la posizione geografica del paese, al momento dell’occupazione, era di una “rassicurante” lontananza dal fronte bellico. Questo insieme di fattori fece sì che i gerarchi nazisti ritenessero come politica migliore da adottare quella dell’instaurazione di un “protettorato modello”, all’interno del quale garantire una sostanziale continuità amministrativa alle istituzioni locali cercando con queste più la collaborazione che un’immediata sottomissione all’ideologia nazionalsocialista. Ciò dette vita a una prassi della negoziazione tra governo danese e autorità naziste che fu sfruttato dagli occupati per salvaguardare la maggiore autonomia e libertà possibili. Allo stesso tempo però i danesi crearono ugualmente una rete di resistenza clandestina all’occupazione. Questa peculiare realtà danese si rivelò poi fondamentale nella straordinaria operazione di salvataggio degli ebrei che avvenne tra il settembre e l’ottobre 1943.

Al momento dell’invasione tedesca vivevano in Danimarca circa 8mila ebrei, 6mila dei quali erano cittadini danesi e i restanti provenienti in maggioranza dalla Germania e dai paesi dell’Europa orientale.

La situazione danese di relativa tranquillità cambiò infatti radicalmente nell’estate 1943. I nazisti avevano allora deciso di mettere in atto una politica maggiormente repressiva, anche perché spaventati dall’intensificarsi delle azioni del Movimento di Resistenza danese e dal crescente consenso che si stava coagulando intorno a un programma di più decisa opposizione all’occupante.

Insieme alle limitazioni della libertà per tutti i cittadini, stava per iniziare anche in Danimarca la persecuzione degli ebrei.

L’8 settembre ’43 il generale delle SS Werner Best, plenipotenziario del Reich in Danimarca, inviò un telegramma a Hitler nel quale si proponeva di sfruttare lo stato d’emergenza per dare il via alla deportazione degli ebrei danesi. Hitler dette il suo assenso. Iniziarono quindi i preparativi segreti per passare alla fase degli arresti, ma il diplomatico tedesco Georg Ferdinand Duckwitz, venuto a conoscenza dei piani, decise di comunicare alle autorità danesi la notizia dell’imminente operazione. Queste furono informate il 28 settembre e a loro volta allertarono subito i leader della comunità ebraica: insieme organizzarono la più grande operazione di salvataggio messa in atto contro lo sterminio nazista degli ebrei, alla quale presero parte membri della Resistenza e uomini di Chiesa, agenti di polizia locale e semplici cittadini di ogni classe sociale

La resistenza organizzata per difendere tutto il popolo danese dall’invasore divenne, senza alcuna titubanza, azione in difesa di chi, al suo interno, era ora minacciato nella sua stessa sopravvivenza. In quei drammatici giorni la maggioranza dei danesi non pensò agli ebrei come agli “altri”, ma come ai propri “amici” e “vicini di casa”, “concittadini” ed “esseri umani” da salvare e la cui sopravvivenza divenne, anche simbolicamente, quella di tutta la Danimarca: le vite degli ebrei e la libertà dal nazismo erano ormai sinonimi nelle menti e nei cuori. I danesi non abbandonarono al loro destino neanche coloro che erano invece stati arrestati dai nazisti e che furono poi deportati nel campo di concentramento di Terezin. Le autorità locali, di concerto con la Croce Rossa, fecero tutte le pressioni possibili affinché gli ebrei danesi non venissero mandati a morire nei campi di sterminio e che a Terezin venissero garantite loro le basilari condizioni di vita e dignità umana. Questi incessanti sforzi, protrattisi fino alla sconfitta militare della Germania nazista, permisero la sopravvivenza della grande maggioranza dei deportati. In totale, dei circa 8mila ebrei residenti in Danimarca durante l’occupazione nazista, furono 120 le vittime della Shoah. Pur nel dolore per ogni singola vita spezzata, è possibile affermare che gli eccezionali eventi danesi riuscirono a sconfiggere la macchina della morte nazista.

Ora, la ‘Storia che si ripete’ è un’idiozia ma conoscerla per trarne degli spunti, degli insegnamenti  dovrebbe essere alla base del bagaglio culturale personale, in primis dei rappresentati politici.

Come sempre ad ognuno le proprie conclusioni e le proprie idee.

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Il popolo che disse no – Bo Lidegaard – Garzanti – 2014

https://www.garzanti.it/libri/bo-lidegaard-il-popolo-che-disse-no-9788811682851/

La città che sussurrò – Jennifer Elvgren, Fabio Santomauro – Giuntina – 2015

https://www.giuntina.it/Parpar_per_bambini_11/La_citt_che_sussurr_617.html

SITOGRAFIA

Giusti fra le nazioni: Il salvataggio degli ebrei in Danimarca – YadVashem.org (In inglese) https://www.yadvashem.org/righteous/stories/the-rescue-of-denmark-jews.html

The Holocaust Encyclopedia: Danimarca (In inglese)

https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/denmark

“I danesi ci videro come amici e vicini di casa, non come ebrei” – Ynetnews.com (In inglese)

https://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3246548,00.html

https://www.ilriformista.it/perche-zelensky-si-deve-arrendere-lucraina-e-sconfitta-militarmente-285650/

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