Pubblicato: mer, 25 Ott , 2023

Vittime di ndrangheta: Domenico Gabriele, il bambino che giocava a pallone

Dodò un’anima grande che voleva aiutare la famiglia e la sua città, in quarta elementare aveva invitato il premier a Crotone. Una pioggia di piombo se lo portò via.

Occorre rompere il cliché della mafia come organizzazione criminale foriera di nobili valori. Si dice che i clan in virtù di un presunto codice d’onore risparmino gli innocenti, donne e bambini, ma la storia e la cronaca dimostrano invece il contrario. Tanti, troppi, i bambini a cui sono stati strappati i sogni e la vita. La “buona vecchia mafia”, la “società antica e onorevole” quella che considera intoccabili i più deboli non è mai esistita. È un’autorappresentazione che affonda le proprie radici già a fine Ottocento, per avere un aspetto più rispettabile.

Era una sera estiva, 25 giugno 2009, una sparatoria scuote Crotone nel campo di calcetto in contrada Margherita, nella periferia nord. C’era la consueta partitella del giovedì tra amici, solo un semplice campetto spelacchiato. All’improvviso una raffica di piombo. Un ragazzo, Gabriele Marrazzo, muore sul colpo. Si contano otto feriti e un bambino è in gravi condizioni. Ha solo 11 anni, si chiama Domenico Gabriele. Con lui c’è il papà Giovanni. Dodò è un’anima grande, spinge tutti a migliorare e porta sempre gioia. Aiuta i più deboli, sogna di cambiare il mondo, a partire da quel lembo di terra dimenticato. Una famiglia umile ma onesta. Gli piace studiare, è stato premiato come migliore alunno e anche a teatro non se la cava male. Nella recita scolastica è il miglior interprete, nel ruolo di spugna di peter pan. Dodò aiuta i compagni di scuola che non riescono a fare i compiti, rinuncia a un giocattolo se in casa i soldi non bastano per pagare le bollette. Convince il papà a fare il rappresentante di classe, la sera prova con lui i discorsi facendolo salire sullo sgabello. Tutti quelli che lo conoscono non possono che amarlo. Corre con la palla, un giorno sarà come Alessandro Del Piero. Tifa juve, il papà invece è della tifoseria rivale, pazienza nessuno è perfetto. La stesa feroce esplode improvvisamente, non si guarda in faccia nessuno. La ndrangheta ha comandato.

Dodò viene ricoverato all’ospedale crotonese, poi spostato a Catanzaro. La squadra mobile inizia subito le indagini. Tre mesi di coma, ma il ragazzino non si risveglierà mai più. I killer, all’epoca appena ventenni, sono Vincenzo Dattolo e Andrea Tornicchio, fratello del capocosca Francesco Tornicchio, detenuto in regime di 41bis dal 2008. Secondo gli inquirenti sarebbe proprio Andrea il nuovo reggente. L’obiettivo dell’azione violenta era Gabriele Marrazzo, emergente della mala locale. Dal carcere Francesco Tornicchio plaude alla sparatoria, si doveva far capire che a Cantorato, quartier generale della ndrina, “dove passano i Tornicchio trema la terra e canta la lupara”.

Secondo gli investigatori, Marrazzo, rientrato da un anno dalla Germania dove era emigrato, era uno dei soggetti che più di ogni altro si stava affermando nelle dinamiche criminali del Crotonese. A scatenare quella cieca violenza furono i contrasti del clan dei Tornicchio, legato alla cosca Giglio di Strongoli, e Gabriele Marrazzo, referente della cosca di Rocca di Neto. Nel 2012 Il sostituto procuratore chiese la pena dell’ergastolo per i fratelli Francesco e Andrea Tornicchio, Vincenzo Dattolo, accusati della strage. Le condanne sono state confermate  anche in cassazione. La relazione della Dia ha confermato più volte l’egemonia della cosca Grande Aracri, al vertice della locale di Cutro, da sempre punto di riferimento di tutte le altre famiglie crotonesi. La stessa vanta proiezioni operative particolarmente agguerrite nel nord Italia. Nel capoluogo di provincia è confermata l’operatività del clan Vrenna-Bonaventura-Corigliano, affiancato dalla cosca Tornicchio, nella frazione di Papanice sono attive le cosche Megna e Russelli. A Strongoli sarebbe la cosca Giglio a mantenere il predominio sul territorio.

Giovanni e Francesca, i genitori di Dodò, portano la loro storia nelle scuole, hanno trasformato un dolore indicibile in un messaggio di speranza e crescita. Un monito per tutti i giovani delle strade povere ma meravigliose del crotonese. Raccontano che nel 2008 Dodò aveva scritto al Presidente del Consiglio. Era solo in quarta elementare, ma aveva indirizzato una lettera a Berlusconi chiedendo aiuto per la sua famiglia che viveva in una casa semplice tra le campagne della frazione di Iannello. Lo invitava ad andare a Crotone per risollevare la sua città, ed alla fine concludeva con un messaggio rivolto ai compaesani “rialzati Crotone”.

Occorre togliere i ragazzi dalle fila della mafia; c’è sempre la possibilità di cambiare, parla Francesca con gli occhi umidi di ricordi ed emozione. «Ai ragazzi diciamo sempre di pensare con la loro testa e di studiare perché solo così possono allontanare gli appetiti criminali, solo così riescono a non cascare nella trappola di persone spregiudicate», così Giovanni e Francesca sono diventati i genitori di tutti.

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