Pubblicato: sab, 21 Apr , 2018

Una sentenza giustamente definita storica

12 anni ad Antonio Subranni, 12 anni a Mario Mori, 12 anni a Marcello Dell’Utri di Forza Italia. La trattativa Stato mafia ci fu.

 

Mentre alcuni servitori dello Stato combattevano la mafia, altri uomini dello Stato trattavano e si accordavano con essa; mentre servitori dello Stato e cittadini innocenti venivano massacrati dai criminali con il tritolo, un partito politico lucrava dall’accordo coi mafiosi e afferrava gli strumenti delle istituzioni negoziando con coloro che volevano piegare ancora lo Stato alla connivenza. E’ la storia di una vergogna, la reazione dell’Italia delle collusioni, dell’Italia delle stragi contro la stagione che si pensò del riscatto e fu invece una più amara sconfitta. Sono stati ventisei anni della nostra storia, dal 1992  quando Salvatore Riina, “tradito” dai suoi referenti andreottiani, decise di attaccare lo Stato e cominciò uccidendo Lima, per ribadire la consumazione di una rottura, e continuò abbattendo i servitori delle istituzioni, magistrati e uomini delle scorte mediante spaventose stragi, uomini politici e semplici cittadini, usando il linguaggio del terrore, passando dalla stipula di un patto con nuovi referenti, fino alla sentenza di oggi della Corte d’Assise di Palermo, se sarà riconfermata nei gradi successivi. E’ la grama storia della cosiddetta Seconda Repubblica, in verità non altro che la vecchia Italia delle logge e delle cosche che pretendeva di rifarsi una verginità e invece ha condotto il Paese in un tunnel buio nel quale, anche in questi giorni, ci si dibatte per trovarne una qualche uscita.

Oggi i magistrati e i giudici di Palermo hanno avuto il coraggio civico di riscriverla questa grama storia, di svelarla. In verità era sotto gli occhi di tutti, ma la negavano, ciechi, muti e sordi, e già gli avvocati dei ciechi, dei muti, dei sordi e naturalmente dei compromessi hanno annunciato che ricorreranno contro questa sentenza. Tuttavia oggi lo Stato ha processato e condannato se stesso. Non era mai successo prima.

La Corte d’Assise di Palermo ha condannato per attentato ai corpi dello Stato a 12 anni di carcere il generale del Ros Antonio Subranni, piduista, quello che tentò di far passare Peppino Impastato, assassinato per ordine del capomafia Tano Badalamenti, per un ottuso e sciocco terrorista, quello che tante cose certamente sa delle deviazioni d’Italia; a 12 anni di carcere per attentato ai corpi dello Stato il generale del Ros Mario Mori, colui che mancò incredibilmente di perquisire il covo di Totò Riina dopo la cattura e che fu coinvolto nella mancata cattura di Bernardo Provenzano, che dunque poté restare latitante ancora più, colui che nel 2001 fu nominato capo del Sisde proprio da Silvio Berlusconi; a 8 anni di carcere per attentato ai corpi dello Stato il colonnello del Ros Giuseppe De Donno; a 12 anni di carcere per attentato ai corpi dello Stato Marcello Dell’Utri, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, cofondatore con Silvio Berlusconi di Forza Italia e capo di Publitalia, perché intermediario, quale esponente di Forza Italia, tra i mafiosi e Silvio Berlusconi, capo del governo. Questi signori hanno trattato con i capimafia sul “papello”, l’elenco di richieste, tra cui l’ammorbidimento del regime del 41bis, avanzate in cambio dell’impegno a fermare le bombe al tritolo. Per il partito politico cui faceva riferimento il Dell’Utri i mafiosi promisero l’appoggio elettorale. Insomma gli uomini delle istituzioni e di un partito politico che esprimeva il governo del Paese, in conto proprio e in conto terzi, hanno negoziato con i peggiori criminali della storia italiana, con quel potere illegale talora parallelo, talora, come in questo caso, convergente con pezzi consistenti, talora predominanti, dello Stato. Falcone e Borsellino furono lasciati soli e quindi uccisi.

Morti Totò Riina e Bernardo Provenzano, 28 anni di reclusione sono stati dati a Leoluca Bagarella, 12 a Antonino Cinà, 8 a Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo che ha avuto il merito di suscitare la memoria di uomini delle istituzioni prima di lui dimentichi. Massimo, il figlio di Vito, uno dei saccheggiatori di Palermo che fu avvicinato dai trattativisti del Ros per far da tramite con l’ala stragista di Cosa Nostra, è stato condannato per calunnia. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino.

Fulvio Turtulici

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