Pubblicato: lun, 19 Mag , 2014

Svizzera, non passa il salario minimo

Dopo lo spoglio del 90% delle schede non ci sono più dubbi, il “no” al salario minimo ha raggiunto il 66,2% dei voti

immigrazione_di_massa_referendum_svizzera_gettyLa proposta di un salario minimo nazionale in uno dei Paesi più ricchi del mondo, è stata portata avanti dalla Unione sindacale svizzera (Uss), che ha raccolto 112mila firme a sostegno del progetto. A favore della modifica costituzionale che avrebbe portato ad un salario minimo di 22 franchi l’ora, per uno stipendio lordo mensile di 3.250 euro, si sono schierati anche i maggiori partiti di centrosinistra che insieme ai sindacati ritengono che l’assenza di un salario minimo sia «indegno per un Paese ricco come la Svizzera». Con l’approvazione del salario minimo, secondo i soggetti favorevoli, si sarebbe eliminato anche il dumping salariale, ovvero quella tendenza ad assumere lavoratori frontalieri a discapito dei residenti ai quali vengono offerti stipendi poco appetibili. L’imprenditore locale risparmia sul costo del lavoro ma, come sottolinea il comitato per il sì mette  «lavoratori stranieri e lavoratori locali gli uni contro gli altri». Un fenomeno che per gli oppositori del salario minimo è stato già risolto con una dura campagna contro l’immigrazione, che raffigura i lavoratori stranieri come topi intenti a rosicchiare la ricchezza svizzera, culminata con un referendum che ha introdotto un tetto all’immigrazione, ponendo un freno al lavoro delle migliaia di lavoratori frontalieri che ogni giorno varcano il confine per lavorare.

Nonostante gli aspetti positivi mostrati dai promotori del salario minimo, il testo aveva bisogno della doppia maggioranza degli elettori e dei 26 cantoni della Confederazione per essere approvato, ma dai primi risultati sembra siano prevalse le ragioni di chi si opponeva alla proposta. Il comitato “No a un salario minimo dannoso” è composto dai principali partiti di centrodestra, associazioni di imprenditori, commercianti, costruttori e albergatori che non credono sia corretto che la politica salariale sia stabilita dallo Stato, ma che questa debba essere il risultato del dialogo tra le parti sociali. Stefano Modenini, direttore dell’Aiti (Associazione industrie ticinesi) sostiene che con il salario minimo «non solo ci sarebbero molti licenziamenti, ma la vittoria del si incentiverebbe anche una diffusa delocalizzazione di imprese verso altre economie».

Anche se per qualche ora è sembrato fosse possibile, la Svizzera non si trasformerà nel Paese con gli stipendi minimi più alti del mondo, con cifre inimmaginabili anche per Germania e Stati Uniti, dove il presidente Barack Obama ha proposto una soglia minima di 10 dollari l’ora.

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