Pubblicato: mer, 21 Ott , 2015

Storia di violenze, di guerra, di coraggio, di cittadini italiani.

Pubblichiamo la lettere pervenuta in redazione con la storia di Emanuel, 23 anni del Burkina Faso.

Racconto di Emanuel Zoungrana

 

Sono uscito dal mio Paese per la situazione della mia famiglia. Mio padre doveva mantenere 14 figli. Finchè è rimasto in salute si riusciva a tirare avanti, io e i miei fratelli potevamo andare a scuola.

Poi mio padre ha cominciato a sentire forti dolori alla schiena. Faceva fatica, le visite mediche hanno accertato che si era consumato l’osso. Adesso non può più lavorare.

profughiIo ero il maschio più grande della famiglia. Andavo a scuola. L’ho dovuta abbandonare, non avevo avuto tempo di prendere il diploma, gli unici lavori che potevo trovare in Burkina erano in agricoltura, ma quello che potevo guadagnare non sarebbe bastato a mantenere la mia famiglia.

A 18 anni ho deciso di uscire dal mio Paese. Ho attraversato il deserto del Niger fino in Libia. Il viaggio è durato 1 mese, una parte del percorso l’ho fatta a piedi, una parte in macchina, la macchina dei trafficanti di uomini a cui ho dovuto dare in valuta locale il corrispondente di 200 euro.

In Ciad sono finito nelle mani dei ribelli. Volevano i soldi che avevo conservato e che corrispondevano a circa 20 euro. Mi hanno frustato, ma i soldi li avevo messi nelle mutande.  A me non li hanno trovati.

Così sono riuscito ad arrivare in Libia. Ci sono rimasto 1 anno. Ho trovato lavoro come muratore. Ci stavo bene, ero regolare, ho conosciuto alcuni libici; dopo 2 mesi ho avuto anche la possibilità di mandare i soldi a casa. Non avevo nessuna intenzione di lasciare la Libia.

Dopo 8 mesi, era il 2011, è scoppiata la guerra. Volevano che facessi la guerra, non so chi fossero, non si capiva più niente, chiunque poteva prendere le armi e combattere da qualche parte e fare prepotenze, anche un bambino di 14 anni poteva impugnare un fucile, non so da dove fossero venute fuori tutte quelle armi.

Io ho rifiutato di fare la guerra; io ero venuto per aiutare la mia famiglia, non per fare la guerra. E in Libia ci stavo bene, guadagnavo, aiutavo la mia famiglia. Non avevo nessuna intenzione di venire in Europa. Mai avrei voluto lasciare la Libia. Non avevo questa idea. Non volevo attraversare il mare. Però mi presero e mi portarono lì dove partivano le barche. Vidi che c’era un grande numero di persone. Ci hanno ammassati e chiusi in attesa di metterci nelle barche.

Io non volevo partire, non avevo neanche pagato per partire. Credo che mi hanno messo nella barca perché avevo rifiutato di andare in guerra e volevano che morissi in mare.

Infatti mi hanno messo in una barca che poteva portare 70 persone e ce ne hanno caricate 400, 200 sopra e 200 chiusi sotto. La barca è stata fatta partire con benzina insufficiente e per guidarla hanno preso uno di noi che non sapeva guidare e non c’era neanche la bussola. La barca non doveva arrivare in Italia. Ci hanno detto “andate a morire”.

Infatti, appena partiti, ci siamo persi. Eravamo ormai alla deriva, quando sopra di noi, che eravamo in mezzo al mare, è passato un elicottero. Abbiamo urlato, ci siamo agitati, rischiato di affondare.

Dopo molte ore, forse 7, forse 8 la Guardia costiera italiana è arrivata a salvarci e ci ha portati fino in Puglia. Ci hanno salvati tutti, anche una creatura appena nata. La mamma, sebbene incinta, è stata buttata nella barca che non sarebbe dovuta arrivare. Non so per quale ragione avevano caricato tutta questa gente senza farsi scrupolo di mandarla a morire, come ci hanno detto loro stessi; a me perché avevo rifiutato la guerra.

In Italia, sentita la mia storia, mi hanno dato un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Sono rimasto 1 anno senza lavorare. Ho fatto tirocinio in Italia e ho imparato il mestiere di elettricista. Ora lavoro come apprendista presso una ditta, faccio 8 ore al giorno dal lunedì al venerdì, il prossimo anno passerò automaticamente operaio e ho un permesso di soggiorno per lavoro subordinato.

Mi trovo bene a S.Giovanni, in provincia di Arezzo, ho amici, faccio parte di una comunità parrocchiale, partecipo all’attività sociale, abito in affitto da solo, ma ci sono famiglie che mi hanno accolto bene, una mi ospita a pranzo e a cena tutti i giorni.

Dopo 5 anni, ad agosto, sono tornato a casa mia, in Burkina Faso. La mia famiglia sta bene, anche se mio padre non può lavorare e mia madre aiuta vendendo solo un po’ di tabacco. Perché la situazione del Burkina è migliorata, ma soprattutto perché i soldi che io guadagno e mando dall’Italia, come mandavo dalla Libia, servono a loro per vivere. Le mie sorelle più grandi si sono sposate e i miei fratelli, più piccoli di me, sono tutti ritornati a scuola.

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