Pubblicato: gio, 13 Mar , 2014

Stato-mafia, Spatuzza: «Don Puglisi ucciso perché voleva il nostro territorio»

Si è tenuta oggi la terza udienza romana del processo sulla trattativa. In aula i pm Del Bene, Di Matteo e Tartaglia
spatuzza

L’arresto di Gaspare Spatuzza

«Don Pino Puglisi voleva impossessarsi del nostro territorio. Inizialmente si doveva simulare un incidente. Doveva sembrare una rapina e usare una pistola di piccolo calibro. Dovevamo nascondere l’impronta di Cosa nostra nell’omicidio per disorientare le indagini, perché sapevamo che l’omicidio di un prete avrebbe avuto conseguenze, poi però optammo per il delitto classico». Così il pentito Gaspare Spatuzza spiega ai giudici della II Corte d’assise di Palermo nell’aula bunker di Rebibbia il movente dell’omicidio del parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, in quegli anni nelle mani dei boss della famiglia Graviano, avvenuto il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno. Vicinanza, quella con i Graviano, iniziata verso la fine degli anni ’70. «Sono stato combinato nell’ottobre-novembre del ‘95 alla presenza di Brusca, di Messina Denato e altri. Con Giuseppe Graviano è iniziata la disastrosa avventura che ha portato poi alle stragi».

L’omicidio di don Pino Puglisi. Il sacerdote, ha sostenuto Spatuzza rispondendo alle domande del pm Di Matteo, «si era intromesso in attività che controllava Cosa nostra e, per far capire chi comandava, don Puglisi ne ha pagato le conseguenze». «Era un sacerdote che andava per conto  suo – riferisce ancora Spatuzza ripercorrendo i dettagli che portarono all’agguato –. E dava fastidio. Quella della sua eliminazione era una pratica aperta da almeno due anni. In piena campagna stragista, nonostante  avessimo sospeso le attività ordinarie, dovemmo occuparci del “problema don  Puglisi”. Questo per fare capire quanto dava fastidio». «Abbiamo iniziato così delle osservazioni, poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti». L’ordine di eliminare il prete, divenuto ormai fin troppo “scomodo” per il suo impegno nel contrasto alla mafia, fu dato da Giuseppe Graviano. «Mi disse: – ricorda il collaboratore di giustizia – “Deve capire bene chi è che comanda”». Spatuzza fu tra gli esecutori materiali del delitto insieme a Salvatore Grigoli.

La strage di via D’Amelio. Il teste, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, si è soffermato anche sulla preparazione della strage di via D’Amelio: il tassello forse più importante per ricomporre il puzzle di quel patto scellerato stretto fra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. L’ex soldato è tornato a parlare di quel personaggio misterioso che seguì le fasi preparatorie dell’attentato contro il giudice Paolo Borsellino e che incontrò il giorno prima della strage, il 18 luglio 1992, nello scantinato dove venne portata la 126 imbottita di tritolo e fatta poi esplodere. «Non era un ragazzo, né un vecchio. Poteva avere intorno ai 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non apparteneva a Cosa nostra». Quel giorno c’erano anche Fifetto Cannella, Antonino Mangano e Renzino Tinnirello. Spatuzza cerca di ricordare il volto di quell’uomo a distanza di oltre vent’anni e fornire, ma senza riuscirci, ulteriori particolari utili alle indagini. «In questi anni mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo soltanto come un negativo sfocato di una fotografia». Pur trattandosi di uno sconosciuto, la sua presenza non l’allarmò. «Se era lì, era perché Giuseppe Graviano lo voleva». Negli anni gli inquirenti hanno sospettato che il personaggio descritto dal pentito appartenesse ai Servizi segreti o fosse l’esperto usato dalla mafia per gli aspetti tecnici dell’attentato. Spatuzza ha poi descritto il suo ruolo nel furto dell’automobile utilizzata per l’attentato, nonché quello il furto delle targhe da sostituire e il trasferimento della macchina da Corso dei Mille, a Brancaccio, fino al garage nella zona dell’ex Fiera del Mediterraneo, a poca distanza da via D’Amelio. «Nessuno mi disse che la 126 doveva essere utilizzata per la strage di via D’Amelio. L’unica cosa che mi è stata detta da Giuseppe Graviano era di stare il più lontano possibile da Palermo, così io andai con la mia famiglia a Casteldaccia». A strage avvenuta, Spatuzza incontra Graviano: «Aveva un’espressione felice, perché [con l’attentato a Borsellino] era stato dimostrato che potevamo colpire dove volevamo. Era soddisfatto che tutto fosse andato bene». Riferisce poi che il reperimento del materiale esplosivo cominciò a partire dal 1992, prima dell’attentato contro il giudice Giovanni Falcone. «L’esplosivo veniva dai pescatori, era quello utilizzato per fare la pesca di frodo. Recuperavamo dai fondali marini ordigni bellici e poi prelevavamo esplosivo dall’interno. È poi stato utilizzato per tutte le stragi, tranne per l’attentato a Totuccio Contorno. Io mi sono occupato della macinatura dell’esplosivo, ma non sapevo che fosse per la strage di Capaci. Solo dopo la strage di Capaci mi dissero di togliere l’esplosivo da casa mia e ho capito di aver prestato la mia manodopera a questa cosa».

La strage di via dei Georgofili. Il superpentito rivela di aver partecipato ad una riunione in un villino a Santa Flavia (nei pressi dell’hotel Zagarella), durante la quale fu progettato l’attentato di Firenze, alla presenza fra gli altri di Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. L’incontro si tenne alcune settimane prima della strage, avvenuta il 27 maggio 1993 e dove persero la vita sei persone. «Per quello che ho capito, erano già a conoscenza dei posti, la riunione era per far capire a noi», racconta Spatuzza ricordando che sul tavolo trovò disposti dei depliants raffiguranti i monumenti della città. «Noi partimmo da Palermo con l’obiettivo già fissato, avevamo la foto e l’indirizzo del monumento da colpire». Il gruppo di fuoco incaricato di compiere la strage non ricevette ulteriori indicazioni nemmeno sul giorno in cui compierla e gli fu lasciata libertà nello scegliere il momento migliore. Ma il commando mafioso sbagliò obiettivo. «Non so se 100 o 200 metri da dove avvenne l’esplosione, ma il fiorino si fermò prima, non so se per colpa di un vigile». L’autobomba, spiega inoltre, era composta da due tipi di esplosivo: quello che procuravano gli uomini dei Graviano dai fondali marini di Porticello e un altro di consistenza gelatinosa la cui provenienza, a Spatuzza, era sconosciuta, così come i soggetti che lo procuravano.

Gli attentati di Roma e Milano. A differenza di Firenze, dove l’obiettivo era prestabilito, a Roma e a Milano il gruppo viene lasciato libero di scegliere cosa colpire, ma viene data loro una precisa indicazione sul quando agire. «Già era stato consolidato anche il giorno in cui doveva avvenire il triplice attentato, era stata stabilita l’ora attorno alle 23 o 24. Era tutto preordinato», dichiara l’ex killer di Brancaccio. «Quando siamo arrivati la mattina, abbiamo fatto un vasto giro. Io non conoscevo Roma, mi guidava Cosimo Lo Nigro. Gli obiettivi li abbiamo scelti noi». Per finanziare queste trasferte erano state presi in seria considerazione i sequestri di persona. L’idea venne durante un fine settimana trascorso a Triscina nell’estate del ’93. Progetto che, seppur «in fase avanzata, con tanto di luoghi già predisposti per nascondere le vittime», fu poi fortunatamente accantonato. Gli obiettivi «erano un bambino figlio di un certo D’Agostino imprenditore, che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio, e il proprietario del Giornale di Sicilia, Ardizzone». «Graviano con una battuta mi disse: “Affidiamo i sequestrati ai latitanti, così gli diamo un po’ di lavoro”».

Berlusconi e Dell’Utri. Rispondendo alle domande del pm Francesco Del Bene, Spatuzza ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano al bar “Doney” di Roma, nel gennaio 1994. I due, insieme ad altri killer di Cosa nostra, si trovavano nella Capitale per organizzare un attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. Attentato poi fallito. «Con un’aria gioiosa mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza. Poi aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra». Continua Spatuzza: «“Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene”, ci disse Graviano. Poi mi fece il nome di Berlusconi e aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani». L’attentato ai carabinieri non era stato comunque accantonato: «Graviano disse: “Gli dobbiamo dare il colpo di grazia”. E ancora: “Ci dobbiamo portare dietro un po’ di morti, così chi si deve muovere si dà una mossa. C’è una situazione che, se va a buon fine, ne avremo tutti dei benefici, anche i carcerati”». Secondo quanto dichiarato oggi da Spatuzza, Graviano non usò mai la parola “trattativa”. «Disse che c’era una cosa in piedi. Allora io, inserendo quella frase nel contesto in cui venne pronunciata, capii però che alludeva a un accordo, a una trattativa», ha detto il pentito rispondendo a Di Matteo, che gli ha contestato che in altre occasioni aveva espressamente parlato di trattativa. «Graviano non lo disse», ha risposto, «ma se non era trattativa quella cosa lo è?».

Schermaglia processuale. La deposizione del teste è stata preceduta da una schermaglia processuale tra il difensore di Marcello Dell’Utri, tra gli imputati e i pm. Il difensore dell’ex senatore, l’avvocato Giuseppe Di Peri, ha chiesto che venga depositato agli atti del processo il verbale illustrativo della collaborazione di Gaspare Spatuzza, una mossa finalizzata a dimostrare l’inattendibilità del pentito che non ha parlato, nella dichiarazione di intenti imposta dalla legge ai collaboratori di giustizia, delle notizie apprese dal boss Giuseppe Graviano su Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Per il legale, Spatuzza ha parlato delle circostanze riferite da Graviano dopo i 180 giorni che la legge indica come termine massimo entro il quale i pentiti devono dire all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Le dichiarazioni tardive vennero bollate dalla Corte d’appello di Palermo che condannò Dell’Utri nel 2010 per concorso in associazione mafiosa e che stigmatizzò il comportamento di Spatuzza dichiarandolo inattendibile. La Procura ha depositato un verbale illustrativo aderendo all’istanza del legale. Ma il difensore ha sostenuto che quello prodotto dai pm non è il verbale da lui richiesto, esistendone uno precedente. La Procura ha replicato che quello a cui il legale ha alluso è solo il primo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore, non il verbale di intenti.

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