Pubblicato: gio, 10 Apr , 2014

Stato-mafia: «Provenzano disse che era protetto da politici e Arma»

Il pentito Lo Verso al processo sulla trattativa in corso a Palermo. Nel mirino del clan di Bagheria c’erano il pm Di Matteo e il senatore Lumia
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Il collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso

«Le stragi sono state la rovina, eravamo in 5 a sapere la verità, ormai siamo rimasti: io, Totuccio (Riina, ndr) e Andreotti. Lima è stato ucciso e Ciancimino probabilmente pure. Io non potevo fare altro, non potevo mettermi contro il mio amico Totuccio. Bisognava fare questo favore ad Andreotti, perché Andreotti l’aveva aiutato nella latitanza». A parlare è Stefano Lo Verso, ex boss di Ficarazzi oggi collaboratore di giustizia, rispondendo alle domande del sostituto procuratore Nino Di Matteo all’udienza odierna del processo sulla trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo.

«Provenzano – continua il pentito – mi dice che il dottor Falcone e il dottor Borsellino sono morti perché loro avevano individuato la radice, aggiungendo: “Ma io e Totuccio che motivo avevamo? L’ha detto pure la vedova Schifani ai funerali che lo Stato è responsabile. Che motivo avevo io e Totuccio?”. Queste sono state le confidenze di Provenzano in un momento di sfogo, forse in un momento di pentimento. Secondo me Provenzano era pentito sia di quella vita, che per tutto quello che avevano causato. Lui era molto deluso e pentito. Mi ha detto che Salvo Lima è morto per paura che non sopportasse il peso di quello che doveva succedere». L’ex autista del capomafia corleonese racconta dello strettissimo rapporto di fiducia che li legava, quasi come un figlio al padre e viceversa, tra il 2003 e il 2004, e cioè quando Lo Verso ospitò Provenzano, all’epoca latitante, nella villetta della suocera. Dichiarazioni, per la verità, già rese al processo Mori-Obinu per la mancata cattura proprio di Provenzano, ma che si inseriscono nello scenario più ampio della trattativa che ci fu all’inizio degli anni Novanta fra Cosa nostra e apparati deviati delle istituzioni, al fine di far cessare la strategia stragista e sulla quale i magistrati del pool antimafia di Palermo sta cercando di fare luce.

Il teste non ha riconosciuto subito Provenzano, sebbene qualche dubbio l’avesse avuto. La conferma che si trattasse di lui, l’ebbe qualche giorno dopo. «Tenevo in casa una bomba atomica senza saperlo. Quando seppi l’identità dell’uomo che nascondevo, mi spaventai. Lui mi tranquillizzò dicendomi: “Stai sereno, tanto a me non mi cerca nessuno, perché sono protetto dai politici e da alti funzionari dell’Arma”. Ma come, gli chiesi, dai carabinieri? E lui: “Meglio uno sbirro amico, che un amico sbirro”». In quell’occasione zu Binnu non fece nomi, ma è comunque un dettaglio non indifferente per l’accusa, che sostiene che furono i carabinieri del Ros, tra gli imputati al processo, a garantire la latitanza al boss, in virtù proprio di quella maledetta trattativa. «Poi aggiunse: “Anche se hanno arrestato l’ingegnere Aiello (il bagherese Michele Aiello, ex re della sanità privata siciliana e prestanome di Provenzano, ndr), c’è Totò Cuffaro che deve mantenere gli accordi. E Nicola Mandalà lo sa”». Le confidenze a Lo Verso, che si occupava di andargli a comprare persino i medicinali di cui aveva bisogno, continuano lungo quella fredda mattina di gennaio 2004. «“Dell’Utri si mise in contatto con i miei uomini”, mi disse. Divenne il nuovo referente dopo l’omicidio dell’onorevole Lima. “Per questo nel 1994 – mi riferì ancora – a seguito dei rapporti che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia”. Provenzano doveva rimanere libero, se no non si votava. E così è stato. È stato libero per 43 anni e per essere libero per 43 anni ci vuole il consenso dell’alta politica».

Il racconto del collaboratore di giustizia, protetto dagli sguardi del pubblico in aula da un separé, ritorna su quel Nicola Mandalà, capomafia di Villabate, che ha gestito la latitanza di Provenzano dal 2001 al 2005. «All’inizio del 2003 Nicola mi disse: “Non ti preoccupare, non ci sono problemi né a livello comunale, né a livello regionale, né a livello nazionale, perché abbiamo nelle mani Marcello Dell’Utri, abbiamo nelle mani l’amico e socio di mio padre Renato Schifani, abbiamo Totò Cuffaro, il paesano di mio padrino Ciccio Pastoia e Saverio Romano (ex ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, ndr)”».

Lo Verso ha parlato anche dei progetti di morte ad opera della cosca mafiosa di Bagheria nei confronti del giudice Nino Di Matteo e del senatore Pd Giuseppe Lumia. «Di Matteo era temuto perché era il più tosto dei pm. Poi però il progetto non fu portato a termine, perché non era il momento opportuno, visto che c’era un processo in corso». Siamo nel 2006 e il piano omicida gli era stato confidato da Giuseppe Di Fiore, altro uomo vicino a Provenzano, durante un’udienza del processo relativo all’inchiesta denominata “Grande Mandamento”. «Io gli dicevo che il pm Michele Prestipino (oggi procuratore aggiunto a Roma, ndr), presente in aula, era davvero cattivo e lui mi disse che ce n’erano di più cattivi e mi parlò di Di Matteo e del progetto di eliminarlo quando sarebbe venuto in villeggiatura a Santa Flavia, dove la famiglia del giudice ha delle proprietà». Progetto analogo per Lumia, che il villino invece l’aveva a Mongerbino. «Poi però non arrivò l’autorizzazione a procedere». Ad opporsi, probabilmente, lo stesso Bernardo Provenzano.

Lo Verso ha ribadito oggi in udienza anche altre affermazioni, relative stavolta all’ex manager della sanità privata Aiello, condannato per mafia, con il quale si rincontra mentre entrambi sono detenuti al carcere Pagliarelli. Aiello gli avrebbe riferito del ruolo di un certo “ministro sardo” nelle rivelazioni di notizie riservate all’ex presidente della Regione Sicilia Cuffaro. «“Io e Totò Cuffaro siamo stati processati per una telefonata, invece il ministro, il sardo, quello che informò Totò che cercavano il latitante, mi dice, l’ha fatta franca”». Il riferimento è alla fuga di notizie sulla presenza di cimici nella casa del boss Giuseppe Guttadauro, costata a Cuffaro una condanna per favoreggiamento alla mafia. Il pentito, però, confondendosi, nella sua deposizione parla di una rivelazione di notizie su un latitante. «Se parlasse l’ingegnere Aiello – conclude – non so quanti politici rimarrebbero in giro».

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