Pubblicato: gio, 30 Gen , 2014

Stato-mafia, pentito Di Carlo: «Cosa nostra ha rapporti con tutti»

La deposizione al processo sulla trattativa. «I cugini Salvo si rivolsero al generale Subranni per fare chiudere l’indagine sulla morte di Peppino Impastato». E ancora: «Chinnici era il primo rivale di Cosa nostra. Reina ucciso per volere di Ciancimino»

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Il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo

«Cosa Nostra è abituata ad avere rapporti con tutti, perché altrimenti non si può controllare tutto», ha dichiarato il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, che questa mattina ha deposto in videoconferenza come teste al processo sulla trattativa Stato-mafia, in corso dall’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. E proprio sul termine “trattativa”, Di Carlo, in un’intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica ha definito «riduttivo»: «Stato e mafia erano soci, hanno avuto un dialogo continuo», ha detto. Di Carlo ha anche detto di essere stato contattato da uomini dei Servizi segreti e di Polizia. «Mi venne a trovare un emissario di un ufficiale dei Servizi che era stato il mio tramite con il generale Santovito per tanti anni. Con lui c’era il capo della mobile Arnaldo La Barbera». Lo scopo di quella visita era «costringere Falcone ad andare via da Palermo», prima che la mafia decidesse il fallito attentato all’Addaura, il 21 giugno 1989.

Prima dell’inizio dell’esame del teste, l’avvocato Giuseppe Di Peri, legale di Marcello Dell’Utri, aveva chiesto di rinviare la deposizione del collaboratore per dare il tempo alle difese di analizzare il verbale di interrogatorio, risalente al 1998, reso al processo “Borsellino ter” e depositato ieri dai pm. La Corte ha però deciso di rimandare ad una successiva udienza solo il controesame. L’avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, ha chiesto invece di poter depositare il dispositivo della sentenza con cui la Corte d’assise d’appello ha di recente assolto il boss dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. Il dibattimento era stato riaperto in appello proprio per risentire il pentito Di Carlo. I pm non si sono opposti.

I “processi aggiustati”. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Nino Di Matteo, Di Carlo ha raccontato dei rapporti che in passato la mafia ha stretto con esercito, carabinieri, politica e Servizi segreti, parlando in particolare dei «processi aggiustati», in cui lui stesso ha avuto un ruolo di primo piano anche quando era latitante e, successivamente, quando si trovava in carcere in Inghilterra. «Negli anni ‘70-‘80 mi interessavo io grazie alle mie conoscenze, ma non ho mai detto a Riina chi fossero i nostri contatti. Avevo un colonnello dell’esercito che era stato per tanti anni alla presidenza del Consiglio, si chiamava forse Cirrincione o Perricone. Alla fine degli anni ’60 avevo conosciuto l’ufficiale Vito Miceli (ex direttore del Sid), tramite lui conobbi Giuseppe Santovito (ex direttore del Sismi). Con quest’ultimo avevo un rapporto più di amicizia: quando andavo a Roma, ci vedevamo e andavamo spesso a pranzo assieme e sapeva benissimo della mia condizione di latitante. I militari per noi non sono sbirri, ne abbiamo avuto in Cosa nostra o parenti di affiliati». La richiesta di intercedere per condizionare in qualche modo le attività giudiziarie gli fu fatta dal fratello Andrea (che, dopo esser stato espulso da Cosa nostra, lo sostituì a capo della famiglia mafiosa), su esplicita richiesta di Riina.

I cugini Salvo e l’omicidio di Rocco Chinnici. Di Carlo continua a descrivere i molteplici rapporti di Cosa nostra e ricorda di come, alla fine degli anni ’70, il “boss dei due mondi” Gaetano Badalamenti gli presentò i cugini Ignazio e Nino Salvo. I due potenti esattori, originari di Salemi (prov. di Trapani) e legati al sistema di potere democristiano, «iniziarono come soldati semplici, ma presto diventarono consiglieri. Nino divenne addirittura sottocapo della cosca locale». L’ultimo incontro tra il pentito e i Salvo avvenne «nell’83, a Roma». «Avevano alcuni problemi. Loro erano molto intimi con Stefano Bontade e stravedevano per Badalamenti. Io gli consigliai di avvicinarsi a Totuccio Riina». A causargli «problemi», evidentemente, era soprattutto il giudice Rocco Chinnici, che fu tra i primi a cogliere la gravità del fenomeno mafioso, intuendone affari e collegamenti anche con la politica, tanto da istituire il pool antimafia. «Chinnici fu il primo rivale di Cosa nostra», ha detto Di Carlo. In particolare «Nino faceva come un pazzo. Fu così che chiese aiuto a Michele Greco di farci il favore su Chinnici, ossia di ucciderlo. Greco, naturalmente, non faceva nulla senza il consenso di Riina. Io ero presente alla Favarella (la tenuta di Greco, ndr.), quando Nino Salvo incontrò Michele Greco per chiedere l’intervento di Cosa nostra».

Il generale Subranni e la morte di Peppino Impastato. «Ho saputo che i cugini Salvo si sono rivolti ad Antonio Subranni per fare chiudere l’indagine sulla morte di Peppino Impastato», ha dichiarato ancora Francesco Di Carlo. Il collaboratore ha ricordato di avere visto più volte il generale Subranni, ex capo del Ros e tra gli imputati, «negli uffici dei cugini Nino e Ignazio Salvo e una volta anche con Salvo Lima». «Della morte di Impastato – aggiunge – ne ho parlato poco tempo dopo con Nino Badalamenti (cugino di Gaetano, di cui prese il posto alla guida della famiglia di Cinisi, quando questi ne fu espulso nel ’78, ndr.), con il quale eravamo più che amici, eravamo come fratelli. Io chi chiesi come mai fu ucciso un Impastato? E lui mi spiegò che Giuseppe Impastato era la pecora nera della famiglia. Aveva studiato, era comunista, aveva ideologie diverse e soprattutto prendeva in giro Gaetano, chiamandolo “Tano Seduto”. Questa cosa non si sopportava più. Ma naturalmente non si poteva ammazzare subito un Impastato, né farlo scomparire. Allora si pensò di simulare l’attentato terroristico». In questo modo si evitava di screditare la famiglia del giovane, all’interno della quale erano presenti esponenti di Cosa nostra. Lo stesso padre di Peppino, Luigi, era un affiliato. «Della morte di Impastato ne ho parlato anche con Ciccio Di Trapani, figlioccio di Badalamenti, e mi ha confermato quello che avevano fatto». «Badalamenti aveva interessato Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello Subranni. Poco tempo dopo, Nino Badalamenti mi ha detto: “La cosa si è chiusa”».

Rapporto tra Provenzano e Ciancimino. Il pentito Di Carlo sente per la prima volta fare il nome di Subranni intorno al 1976. «All’epoca era maggiore dei carabinieri, ma io non l’ho mai visto in uniforme. So che abitava vicino viale Strasburgo e ne parlavano i Salvo, lo stesso onorevole Lima e anche Vito Ciancimino». «Alla fine degli anni Sessanta – dichiara ancora in aula – ho incontrato Ciancimino varie volte. Per Binnu Provenzano era un Dio, mentre Totuccio Riina ce l’aveva sullo stomaco. Spesso ne parlava male e io allora gli ricordavo che era pur sempre un corleonese. Ma, in fondo, Riina è fatto così: parlava male di tutti. Una volta, negli anni Settanta, ad una riunione al castello di Solanto, era venuto anche un boss americano perché Riina aveva bisogno di avere risolto un problema in Canada. Eravamo presenti pure io, Provenzano e Vito Ciancimino. Totò Riina sapeva benissimo quanto fosse solido il rapporto tra Provenzano e Ciancimino». A conferma di questo stretto rapporto tra i due, secondo Di Carlo, fu l’omicidio del segretario provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana, Michele Reina. «Ciancimino voleva dirigere tutto lui il settore appalti, mentre Reina voleva la sua parte. Ciancimino spinse così tanto, che alla fine Provenzano chiese l’eliminazione di Reina in commissione». Il segretario della Dc fu ucciso da dei killer di Cosa nostra la sera del 9 marzo 1979.

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