Pubblicato: lun, 19 Mag , 2014

Stato-mafia, chiesta archiviazione per l’inchiesta stralcio su Mori e 007

Era nata dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, testimone chiave del processo sulla Trattativa che ora rischia denuncia per calunnia
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Massimo Ciancimino

«Non ci sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio». È con questa motivazione che venerdì scorso la Procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta con l’ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa, a carico dell’ex ufficiale del Ros Mario Mori (che rimane comunque tra i principali imputati per la trattativa Stato-mafia e contro il quale, il mese prossimo, inizierà il processo d’appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano) e dell’ex capocentro del Sisde di Palermo Lorenzo Narracci, tuttora indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via D’Amelio. Stessa conclusione nei confronti dell’altro 007 Rosario Piraino, accusato di violenza privata aggravata dall’agevolazione di Cosa nostra, in quanto indicato da Massimo Ciancimino come “Il Capitano” che lo raggiunse nella sua residenza bolognese minacciandolo per indurlo a ritrattare le dichiarazioni rese spontaneamente ai pubblici ministeri; e del maggiore Antonello Angeli, che rispondeva di favoreggiamento e che il 17 febbraio 2005 perquisì l’abitazione di Ciancimino, facendosi però “sfuggire” il famigerato papello e altri documenti, mentre ne sparivano altri contenenti intercettazioni che chiamavano in causa politici, compresi Berlusconi e Dell’Utri.

Il filone di cui il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene chiedono l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato, riguardava una serie di dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino, alle quali – appunto – non sono stati trovati riscontri. Decisiva, è stata l’iniziativa adottata dagli avvocati Nino Caleca e Marcello Montalbano, legali di Piraino, quando, all’inizio di aprile, avevano chiesto l’avocazione dell’indagine da parte della Procura generale, affermando che c’era stata inattività da parte dei pm. La richiesta è stata però rigettata, perché a metà del mese scorso il pool coordinato da Teresi ha chiesto l’archiviazione. Ora spetterà al Gip pronunciarsi.

Tutto ciò dimostra come, accusare uomini appartenenti ai Servizi segreti, non sia affatto facile. Siamo, infatti, alle solite: finché le dichiarazioni del collaboratore o del testimone di giustizia si limitano a toccare personaggi riconducibili agli aspetti “ordinari” e “militari” di Cosa nostra, vengono recepite dall’opinione pubblica come attendibili; mentre se le loro dichiarazioni squarciano il velo dell’omertà sui rapporti – strettissimi – tra mafia, politica e istituzioni, inevitabilmente, nel migliore dei casi, cominciano le polemiche, se non addirittura vere e proprie campagne mediatiche volte a delegittimarli e isolarli. Il caso di Massimo Ciancimino è, in tal senso, emblematico.

Più di ogni altro e prima ancora di Spatuzza, il figlio di don Vito ha reso ai magistrati dichiarazioni che attingono a livelli altissimi e per questo ha subìto e continua a subire attacchi e minacce da ogni parte. Dal momento in cui ha deciso di scegliere di stare dalla parte della giustizia, è divenuto oggetto di una precisa e sistematica azione di discredito, anche ad opera di certa stampa che sforna “scoop ad orologeria” e articoli che, guarda caso, appaiono ogni vigilia di udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia. Processo che, ormai sono in pochissimi a non averlo ancora capito, dà fastidio a molti. O, forse, sarebbe più corretto dire che fa paura. E siccome Ciancimino ne è il testimone chiave ed è soprattutto grazie a lui che si è potuti arrivare alla “Norimberga italiana”, ecco allora la falsa notizia dell’apertura del ristorante “Pizza e pizzini”, con tanto di intervista inventata pubblicata sul prestigioso Corriere della Sera (e non è bastata nemmeno la smentita ufficiale, visto che certi giornalisti evidentemente poco avvezzi alla verifica delle fonti continuano a parlare di questo fantomatico locale); ecco che il Giornale di Sicilia scrive che è stato Massimo Ciancimino a fornire agli inquirenti indicazioni errate circa i 12 milioni di dollari messi a disposizione della Procura per dimostrare la loro provenienza lecita e legittima. Peccato che in realtà, visto che di quella somma non era risultato alcun riscontro, sia stato lui stesso a recarsi ancora una volta spontaneamente alla Guardia di finanza e ad accorgersi di quel numero trascritto erroneamente nel verbale riassuntivo. Un semplice zero dimenticato, a cui si è posto subito rimedio con una nuova deposizione rilasciata da Ciancimino alla Gdf. Perché mai avrebbe dovuto fornire una chiave d’accesso errata, così come paventato dai media, se la stessa rivelazione dell’esistenza di quei soldi è stata una sua azione decisa in tutta autonomia? In conclusione dello stesso articolo, poi, si fa nuovamente riferimento all’inaugurazione di un locale, con operazioni sintattiche di chi sembra voglia stillare nel lettore il dubbio che l’apertura di tale attività commerciale sia riconducibile a migliaia di euro ricevuti «senza legale giustificazione» dalla moglie. Stavolta si tratterebbe di «un negozio in franchising con un marchio nazionale». Peccato che pure questo non corrisponda al vero. Sarebbe bastato fare un giro in via Parisi (dove effettivamente si trova il negozio d’abbigliamento con annesso lounge bar, aperto dalla signora Ciancimino insieme a quattro soci), per rendersene conto. Altra vicenda nota è quella relativa ai famosi candelotti di dinamite che, grazie sempre alla disinformazione messa in atto da certi giornalisti, ha fatto sì che Ciancimino passasse anche per pericoloso bombarolo, perché, scrissero in molti, quei candelotti se li è messi da solo. Un’accusa, questa, che non regge, in quanto mai nemmeno ipotizzata dai magistrati. Se avesse voluto simulare un attentato o avvertimento nei suoi confronti, che senso avrebbe avuto adoperarsi in tutti i modi per disfarsene? Inoltre, nessuno avrebbe mai saputo dell’esistenza di questi candelotti, se non ne avesse parlato lui stesso agli inquirenti. Ormai, però, il mostro in prima pagina era stato sbattuto con buona pace dell’informazione libera, indipendente e soprattutto corrispondente alla verità dei fatti.

Ma è il presunto tesoro di Vito Ciancimino, che il figlio nasconderebbe chissà dove, a comparire a fasi alterne sulle pagine dei quotidiani locali e nazionali. Le ultime notizie lo davano riciclato in una discarica in Romania. La direzione e supervisione dell’indagine condotta dalla Procura di Roma nei confronti di Ciancimino jr era stata affidata al colonnello De Caprio, meglio noto come Capitano Ultimo, nonché braccio destro dell’imputato generale Mori e che, il 4 ottobre 2012 (a tre settimane dall’udienza preliminare del processo trattativa) si premurò di perquisire l’abitazione di Massimo Ciancimino, mentre aveva “dimenticato” di fare lo stesso col covo di Riina subito dopo il suo arresto (episodio chiave nella trattativa). Ma se andiamo a leggere il decreto di perquisizione, scopriamo che contro Ciancimino non c’è assolutamente niente, nemmeno un’intercettazione, lui non compare mai in tutte le vicende relative al presunto tentativo di vendita di questa discarica. E la cosa ancora più singolare è che sugli stessi fatti indagava la Procura di Palermo che aveva recentemente chiesto l’archiviazione.

Allora è chiaro più che mai che a qualcuno faccia comodo il gioco sporco. Primo fra tutti c’è certamente lo Stato, che non ci sta a processare se stesso.

Adesso, con l’archiviazione per Mori e gli 007, il rischio che corre il principale testimone del processo in corso davanti alla Corte d’assise di Palermo è quello di denunce per calunnia, che si andrebbero ad aggiungere a quelle già sporte nei suoi confronti dall’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dal funzionario dell’Aisi Narracci (per le quali si svolgerà martedì 20 l’udienza preliminare a Caltanissetta).

La sensazione, forte, è quella che, chi al silenzio sceglie di aprire una finestra per far entrare la luce su quelle numerose e sconcertanti ombre della storia del nostro Paese, finisce per combattere contro i mulini a vento. Il più scomodo dei testimoni invisi al potere è anche il più esposto agli attacchi, alle minacce, alle delegittimazioni. Obiettivo degli ordini di morte di Riina parimenti a Di Matteo, per il magistrato vengono giustamente innalzati i livelli di scorta, mentre per Ciancimino non c’è nessuna sicurezza e il suo caso non viene nemmeno esaminato dal Comitato provinciale. Per lui non c’è protezione alcuna da parte dello Stato (nonostante la Procura di Palermo ne abbia riconosciuto l’importanza e l’attendibilità), che diversamente legittimerebbe il suo ruolo in un processo che, di fatto, non dovrebbe neanche esserci. Il messaggio che sta passando è: ammazzatelo pure, tanto non frega niente a nessuno. Invece, se lo ammazzano, possiamo dire addio al processo sulla trattativa e quindi al raggiungimento della Verità e della Giustizia.

Di

- matildegeraci@100passi.net

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