Pubblicato: mer, 29 Mar , 2017

Speculare sull’acqua.

L’acqua un’occasione di profitto nonostante il suo valore di bene indispensabile.

L’acqua è un bene primario, come l’aria è elemento essenziale per la vita, il suo uso è diritto naturale di ogni essere umano, fondamentale dell’uomo e del cittadino in uno Stato di diritto, dunque mai dovrebbe costituire oggetto ed occasione di lucro.

Vediamo come dalla Regione toscana viene assicurato tale diritto inalienabile. La struttura del servizio idrico ha una prima regolazione in base alla legge nazionale 14.11.1995 n.481 che ha istituito l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico. Con il decreto n.201/11 convertito nella legge 2014/11 all’Autorità sono state attribuite funzioni di regolazione e controllo in materia di servizi idrici. L’Autorità nazionale funziona per circoscrizioni regionali: i servizi per l’acqua sono organizzati sulla base di Ambiti Territoriali Ottimali(ATO), porzioni di territorio i cui confini sono definiti dalle Regioni. Agli ATO sono trasferite le competenze dei Comuni che ricadono entro tali confini in materia di gestione delle risorse idriche.

La Regione toscana è ripartita in 6 aree, i cui organi, come previsto dalla legge, sono l’assemblea di tutti i sindaci delle aree, un direttore generale e un revisore unico dei conti. L’Ato 3 Medio Valdarno ricomprende una parte del territorio aretino, tra cui i comuni di Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Terranuova Bracciolini, Cavriglia, quindi una parte del Chianti, il Mugello, Firenze e provincia, Prato, una parte del pistoiese. Gli Ato possono esprimere pareri consultivi su tariffe, piani strategici, carta dei servizi. Ci dice Rossella Michelotti, una dei due portavoce del Forum toscano movimenti per l’acqua, quelli che hanno sostenuto il referendum per l’acqua, che di fatto non deliberano niente.

Il 28.12.2011, dunque alcuni mesi dopo la conclusione del referendum sull’acqua, la Regione toscana, con legge regionale 69/2011 ha trasferito le funzioni di gestione dei servizi ai sindaci interessati, che le esercitano obbligatoriamente tramite un’Autorità idrica toscana(AIT), istituita ad hoc: quale organo d’essa è stato creato un consiglio direttivo costituito da un comitato ristretto nel quale siedono solo 50 sindaci, quelli delle città maggiori, fra cui Firenze, Prato,Pistoia, per l’area aretina il sindaco di Montevarchi, per il Valdarno fiorentino il sindaco di Figline Valdarno e Incisa. Il direttore generale di Ait è l’organo di amministrazione attiva dell’organismo, ne ha la rappresentanza legale e dispone della sua organizzazione interna e del funzionamento. Il direttore generale è Alessandro Mazzei, di cui i rappresentanti dei movimenti per l’acqua hanno chiesto le dimissioni per la passività verso il gestore del servizio.

Affidataria del servizio idrico integrato, dal 1 gennaio 2002, è Publiacqua Spa, società mista, con soci privati e pubblici, di diritto privato. Ha sede a Firenze ed è stata costituita nel 2000 per iniziativa dei Comuni in cui la società esercita la propria attività e dalla Consiag, società per azioni nella quale sono consorziati 23 Comuni dell’area fiorentina, pratese e pistoiese. Nel 2006, a seguito di gara, è entrato a far parte di Publiacqua un partner privato, Acque Blu Fiorentine Spa, controllato da Acea Spa di Roma, per il 68,99%, da Suez Environnement, multinazionale francese, da Monte dei Paschi di Siena, da Consorzio Cooperative Costruzioni, da Consorzio Toscano Cooperative; tali componenti sociali private vengono a possedere il 40% del capitale sociale del soggetto gestore del servizio idrico, il cui presidente è Filippo Vannoni, finito pure lui nello scandalo Consip che unisce Roma a Rignano sull’Arno. Solo formalmente Ait 3 amministra, in verità è Publiacqua che decide. I cittadini pagano le bollette più alte d’Italia e fino ad ora hanno sostenuto incrementi annui programmati di circa il 7%, a causa pure della latitanza dei sindaci, ma, ci dice Rossella Michelotti, gli investimenti sono rimandati di piano d’ambito in piano d’ambito e il servizio pertanto è sempre più scadente, le tariffe salgono di anno in anno anche con aumenti di oltre il 200% dall’affidamento della gestione e l’indebitamento cresce in modo vertiginoso. Nel 2015 la società ha accumulato 30 milioni di profitti: 12 li ha accantonati senza riutilizzarli in nuovi investimenti, 18 li ha ridistribuiti ai soci: Acea di Roma, Suez Environnement, il colosso francese che fattura 15,3 miliardi di euro ed è presente in più di 70 Paesi nel mondo, l’ovunque presente Monte dei Paschi di Siena, la Consiag Spa, i sindaci dei Comuni soci, tra i quali quello di Firenze avrebbe una partecipazione del 21%, mentre i rimanenti si accontenterebbero del 13%, ma tutti, può ritenersi, in ragione di una sorta di interesse confliggente.

In Publiacqua si delibera in base alle quote possedute e pertanto si può credere che il numero di azioni valga sulle necessità dell’utenza. Bisogni dell’utenza che sono penalizzati anche per il fatto che si fattura per scaglioni di consumo senza alcun favore per le famiglie numerose. Pure la Comunità Europea ha ritenuto l’acqua un bene primario indispensabile, per cui 50 litri d’acqua, 20 metri cubi all’anno per utente dovrebbero considerarsi vitali e quindi esenti in bolletta; ma non è così per coloro che valutano l’acqua unicamente un’occasione di profitto.

Il Forum toscano Movimenti per l’acqua ha più volte chiesto il rimborso a favore dei cittadini utenti della remunerazione del capitale investito, con il rischio d’impresa dunque addossato ai cittadini. Tale quota viene sottratta in bolletta, nonostante sia stata dichiarata illegittima sia dall’esito referendario che da numerose sentenze, le più recenti sono la 437 e la 438 del Giudice di Pace di Arezzo che sancisce che sull’acqua non si può fare profitto. Anche il Consiglio di Stato e il Tar della Toscana hanno dichiarato le tariffe di Publiacqua illegittime, sia sul metodo di calcolo della tariffa, con la quota del profitto che viene chiamata “costo della risorsa finanziaria” e nessuna restituzione si ha su quanto percepito dal gestore, sia per gli oneri di depurazione fatti pagare pure agli utenti che non hanno usufruito del servizio. Ma il gestore continua ad addebitare in bolletta depurazione e fognatura non dovuti perché servizi inesistenti.

La rete idrica gestita da Publiacqua è obsoleta, la frequenza con cui le tubature si rompono è alta. Si tratta di tubature vecchie di quarant’anni, realizzate in buona parte in cemento e amianto; in Valdarno sono 50 chilometri. Nessuna legge impone limiti alla presenza d’amianto nell’acqua potabile, ma non è neanche comprovato che i rischi per la salute non ci siano: quando i tubi si danneggiano il pericolo è possibile, e i tubi nella rete gestita da Publiacqua si rompono sovente. Sarebbe meglio, dunque, che l’amianto non ci fosse e sarebbe opportuno provvedere in considerazione anche delle bollette salate che l’utenza sostiene.

Infine la legge 69 è rimasta inapplicata per quanto riguarda, ad esempio, il comitato previsto per la qualità del servizio idrico e del servizio dei rifiuti e che avrebbe dovuto esser formata da consiglieri regionali, associazioni, sindacati.

Fulvio Turtulici


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