Pubblicato: gio, 19 Mar , 2015

Se la rabbia e l’orgoglio parlano arabo.

Dalla Tunisia la nostra inviata.

 

Solitamente cosa dovrebbe seguire alla rabbia? Il processo dovrebbe andare più o meno così… al dispiacere segue la rabbia e ad essa la riflessione. Diciamo che non ho ancora deciso in che fase mi trovo, un misto tra incredibilmente triste, frustrata e arrabbiata. Non so ancora quale stato d’animo prenderà il sopravvento ora che la vista occidentale si è annebbiata da un po’. Ho perso la pretesa di capire i perchè e di immaginare scenari futuri. Se volete un punto di vista direttamente da Tunisi ve lo dono ma dovete prenderlo come un regalo che viene direttamente da dentro senza filtri ma senza pretese di verità. Scrivo dal terzo piano di un alto edificio in centro vicino Avenue de la Libertè, lontana dal museo del Bardo ma i suoi mosaici me li ricordo tutti. Uno in particolare, raffigura un viso di donna, molto docile e fermo che mi è rimasto dentro ed è con quell’animo appassionato che scrivo. Era novembre ed allora si temevano attentati per le elezioni del presidente della repubblica. I controlli erano intensi, ci sentivamo sicuri. Forse anche troppo. Vivo qui da mesi, molte cose mi sono oscure ma tante altre estremamente chiare. La Tunisia non è l’Isis, la società civile si batte giorno dopo giorno per la transizione democratica, credo che la situazione fosse così tranquilla da fare abbassare la guardia. Incuranza, leggerezza imperdonabile? Che importa adesso ricondurre alle rispettive nazionalità le vittime. Adesso è il momento della solidarietà e parlo anche di quella verso questo meraviglioso paese che si affaccia sul Mediterraneo. Adesso è l’ora dell’azione, di metterci la faccia oltre i comunicati stampa preconfezionati. Il fuggi fuggi generale da Tunisi cosa ci rende?Il disertare l’imminente Forum Sociale Mondiale sarebbe da codardi…non c’è stata fuga di massa dall’Europa dopo gli attentati, ma questo paese è diverso…sì è diverso perchè la sua gente reagisce, scende in piazza, non scappa, lavoro sodo. La transizione democratica non può fermarsi, la democrazia non è uno status quo e parlare di borsa e turismo adesso suona come un’offesa ed un orribile peccato.

Un vigile scrive una multa e un tizio paga il parcheggio. I bambini cantano una canzone e tamburellano sulle saracinesche di un ristorante chiuso. Non è chiuso per terrore o paura, è solamente l’orario di chiusura. Il fuoco delle candele illumina la sera, chi le porta ha speranza nel cuore e ancora ci crede ad un mondo migliore e libero. Queste sono le prime immagini che mi sono passate davanti una dietro l’altra il giorno dell’attentato. Come dovrebbero proseguire le ore in una giornata così, dovrei fare le valigie e tornare a casa come suggerisce qualche mente assennata che cerca di riportarmi indietro. Io non mi sento di lasciare il fianco di questi miei compagni. In questi lunghi mesi ho conosciuto una Tunisia che i giornali non sembrano lontanamente sfiorare col pensiero. Odio le generalizzazioni ma questo è quello che ho visto. Ho visto una forza dominare la gente attorno a me, una fierezza nelle bandiere tunisine in ogni angolo, una gentilezza smisurata che non avevo mai visto. Nei momenti di difficoltà, se avessero potuto mi avrebbero dato loro stessi, ne sono certa, Quelle sensazioni le ho riviste poco dopo l’accaduto, nella vita che scorreva normalmente, nel sole che splende in questa giornata, nei cuori neri di rabbia. Non posso nascondere che sono tra quelli, mi sento troppo da questo lato del mondo ormai e forse non potrete eleggere questa mia testimonianza tra quelle giornalistiche poiché fa a pugni con il vostro essere obiettivi. Ma che differenza c’è tra questo sfogo e i vostri titoli allarmanti? Non mi nascondo, il primo volo l’ho già perso e rimango qui. Il coraggio sembra di moda e non mi piace restare indietro.

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