Pubblicato: ven, 23 Set , 2016

Riforma costituzionale: le riflessioni di uno storico del diritto

“L’idea di riformare la Costituzione è diventata, da 40 anni, una vera ossessione che ha poco a che vedere con l’effettiva opportunità di modificare la carta”

 

cdc_valdarnoIl 16 settembre, al circolo Arci Rinascita di Figline Valdarno, organizzata dal Comitato Democrazia Costituzionale del Valdarno, si è tenuto quello che avrebbe dovuto svolgersi come un confronto tra opposte opinioni  sulle ragioni del referendum e sulla legge Renzi-Boschi. Non lo è stato per il forfait dei sostenitori della riforma e il PD locale pare abbia comunicato che non intende avere, con chicchessia, confronti sulla materia; ma le argomentazioni di coloro che nutrono dubbi sul merito della riforma sono state  interessanti, come ha dimostrato il numeroso pubblico. Uno degli intervenuti ci ha inviato queste  riflessioni che volentieri pubblichiamo

Tanto vale dichiararlo subito: trovo questa riforma costituzionale imbarazzante. L’unico pregio che ha è aver individuato i soli due punti della carta meritevoli di riforma (superamento del bicameralismo perfetto e riforma del Titolo V), ma le soluzioni proposte sono disastrose. Sul rapporto Stato-Regioni si torna indietro di 70 anni, togliendo di fatto alle autonomie regionali ogni competenza legislativa e riproponendo un centralismo che aveva già dato larga prova di inefficienza. E al nuovo Senato è andata ancora peggio. Pensato inizialmente come Camera delle autonomie locali (curioso peraltro costruire una Camera delle autonomie e, al tempo stesso, distruggere quelle stesse autonomie), ha finito per trasformarsi in una mostruosità giuridica che non ha precedenti nella storia del costituzionalismo e che pare costruito apposta per non funzionare. Se a ciò si aggiunge l’Italicum – ossia una legge elettorale ipermaggioritaria e lesiva di vari principi costituzionali – si completa un quadro che, da avvilente, finisce per diventare decisamente preoccupante.

Molto altro si potrebbe dire entrando nel merito delle singole questioni. Ma questo è un compito che lascio volentieri ai colleghi costituzionalisti. Da storico del diritto, invece, vorrei sottolineare altre considerazioni, ahimè non meno preoccupanti, di carattere più generale.

La prima attiene al revisionismo costituzionale; ed utilizzo il suffisso -ismo non a caso. L’idea di riformare la Costituzione è diventata infatti, da 40 anni a questa parte, una vera ossessione per i politici nostrani; un’ossessione che ha ormai poco a che vedere con l’effettiva opportunità di modificare la carta, ma che ha finito invece per trasformarla in un perfetto capro espiatorio per ogni problema. Allora chiediamocelo: è davvero così terribile, così paralizzante, la forma di governo elaborata dai padri costituenti? Io penso sinceramente di no. È migliorabile? Ovviamente si. Ma sia chiaro che nessuna riforma potrà risolvere tutte quelle disfunzioni del sistema politico-costituzionale, a mio avviso la stragrande maggioranza, che sono anzitutto da imputare all’inefficienza proprio di quella classe politica (sempre più distante dai cittadini, drammaticamente impreparata, quando non addirittura corrotta e disonesta) che con regolare periodicità si propone di cambiare la Costituzione. Non è inutile ricordare, del resto, che vi sono stati anni di proporzionalismo e multipartitismo estremo in cui – tuttavia – il Parlamento italiano ha saputo approvare riforme formidabili. Solo nel decennio degli anni ’70 si possono ricordare: definitiva attuazione delle norme costituzionali (istituzione delle Regioni e del referendum), Statuto dei lavoratori, divorzio, riforma del diritto di famiglia, legge Basaglia, riforma penitenzia, istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

Oggi invece l’ossessione della classe politica italiana è la ‘governabilità’. Vale la pena rifletterci su. Governabilità è parola suadente, apparentemente di buon senso. Ma nasconde gravi insidie. Se ci interroghiamo infatti su quali siano i mezzi a disposizione per garantire una maggiore governabilità, finiamo inevitabilmente per realizzare che le strade maestre sono due: l’accentramento del potere (è ovvio, la governabilità assoluta si ha quando decide uno solo) e la compressione dei diritti (anzitutto dei diritti delle minoranze). Allora bisogna avere il coraggio di dire che cercare di garantire unicamente la governabilità è pericoloso. E che la governabilità rappresenta un obiettivo positivo solo e soltanto nella misura in cui non compromette l’equilibrio tra i poteri e non comprime insopportabilmente i diritti. Perché la Costituzione non è un regolamento di condominio, ma un sistema complesso di pesi e contrappesi. E lo è – si badi bene – non da oggi, ma dall’alba della modernità giuridica europea, il cui documento fondativo è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, il cui art. 16 ammonisce tuttora: «Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione».

Oltre duecento anni di storia del costituzionalismo e degli ottimi padri costituenti ci hanno consegnato una carta di cui possiamo andare fieri. Cambiarla tanto per cambiarla o, peggio, per raggiungere i propri contingenti scopi politici di maggioranza non è ammissibile. Perché i governi e le maggioranze passano; la Costituzione invece, per nostra fortuna, è pensata per durare molto più a lungo.

Massimiliano Gregorio

(Storico del costituzionalismo, Università di Firenze)

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