Pubblicato: mer, 21 Mag , 2014

Processo via D’Amelio, quando Borsellino disse: «Un amico mi ha tradito»

La deposizione del magistrato Alessandra Camassa al processo davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta. L’ex pm Russo: «Paolo non mi ha mai parlato di trattativa»

2«Dopo la morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino si interessò attivamente alle indagini sulla strage di Capaci, anche se non poteva occuparsene ufficialmente. Non so dire se avesse scoperto qualcosa. Ricordo che in un’occasione, davanti a me e al collega Massimo Russo, il giudice si alzò dalla sedia e si distese sul divano, quando iniziò a lacrimare in modo evidente e disse: “Non posso credere che un amico mi abbia tradito”». Lo ha detto il magistrato Alessandra Camassa, deponendo questa mattina davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, nel corso del quarto processo per la strage di via D’Amelio, in cui sono imputati per l’eccidio i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e per calunnia i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Per anni pubblico ministero alla Procura di Marsala a fianco del giudice Paolo Borsellino, la Camassa ha ripetuto sostanzialmente quanto già dichiarato durante l’interrogatorio del 14 luglio 2009 e ha aggiunto: «Mi impressionò. Non lo avevo mai visto piangere in una situazione lavorativa. Paolo era particolarmente turbato in quel periodo, ma pensai fosse uno sfogo legato ad un problema personale, non certo investigativo, cosa che invece capii essere anni dopo». Proprio perché inizialmente credette si trattasse di questioni personali, in quel momento non pensò di chiedergli a chi potesse riferirsi. «Anzi, io e il mio collega cercammo subito di cambiare argomento». Di certo, alla luce dei tradimenti e susseguenti depistaggi, quelle parole assumono oggi un peso ben diverso. Sulla data di quest’incontro la teste non ha certezza, se non che avvenne tra il 22 e il 25 giugno 1992, certamente prima del 4 luglio: giorno in cui Paolo Borsellino si recò a Marsala, dove era stato capo della Procura dal 1986 per poi essere trasferito alla Dda di Palermo, per salutare colleghi e amici del Tribunale.

Alessandra Camassa, rispondendo alle domande del pm Gabriele Paci, ha anche detto di «non aver mai sentito Borsellino parlare di trattativa, né di eventuali contatti tra il Ros e Vito Ciancimino», ma di ricordare il profondo rammarico per il fatto che a Palermo non gli fosse permesso di seguire indagini sulla mafia. «Paolo, nonostante fosse tendenzialmente ottimista, dopo la morte di Giovanni Falcone divenne una persona totalmente diversa ed esprimeva spesso insoddisfazione, a causa della volontà di Giammanco (all’epoca procuratore capo, ndr) di non dargli certe deleghe. Si sentiva come messo da parte, mentre pensava di poter dare il proprio contributo nella lotta alla mafia palermitana e in particolare alle indagini sulla strage di Capaci Sosteneva che in Procura si sentisse forte la presenza e il peso del potere politico». Il teste ha inoltre ricordato di come l’allora maresciallo dei carabinieri Carmelo Canale, stretto collaboratore del giudice Borsellino a Marsala, le aveva confidato che «Borsellino si fidava troppo di quelli del Ros, mentre lì dentro c’era gente pericolosa, senza specificare altro». Frasi che la Camassa interpretò, almeno inizialmente, come una sorta di gelosia di Canale per via dell’avvicinamento investigativo del procuratore ai carabinieri del Ros di Palermo. Ha parlato anche di Domenico Signorino, il pm del maxiprocesso che si suicidò a seguito delle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che lo accusavano di aver stretto rapporti con Cosa nostra. Signorino fu nominato procuratore capo vicario di Marsala al posto di Borsellino, e Camassa e Russo si trovarono in grave difficoltà quando seppero che di lì a pochi giorni gli avrebbero mandato un avviso di comparizione come teste per il processo sulla mafia partannese, in cui avrebbe dovuto spiegare il perché comparivano riferimenti alla sua persona, compreso il numero di telefono, tra le carte sequestrate a uno degli imputati. Inoltre, «una volta insediatosi a Marsala, si dimostrò molto insistente per avere informazioni su pochi ma piuttosto particolari fascicoli». Si trattava delle inchieste relative al deputato Democristiano Vincenzino Culicchia e del segretario regionale del Pri in Sicilia Aristide Gunnella, entrambi indagati da Borsellino per mafia. Alla domanda del pm che le ha chiesto se potesse essere Signorino l’amico che aveva tradito il giudice, la Camassa ha risposto: «Non penso, ma nemmeno mi sento di escluderlo».

La Camassa ha ripercorso anche il pranzo in un ristorante di Pizzolungo, che fece insieme al marito e al quale li raggiunse Angelo Sinesio, ex appartenente ai Servizi legato a Borsellino da un rapporto d’amicizia. «Io Sinesio pensavo fosse un poliziotto, solo dopo la morte di Paolo scoprii che era un uomo del Sisde. Era un esperto di appalti e una volta chiese a Borsellino se poteva raccomandarlo per un trasferimento a Catania. Borsellino ne discusse con Contrada e Parisi in un vertice, ma lui fu trasferito solo dopo la morte di Paolo». E ancora: «Io ero agitata perché erano uscite le prime cose su Signorino e in un momento di disperazione dissi a Sinesio che Borsellino aveva ascoltato Mutolo che gli aveva parlato di Signorino e Contrada. Queste cose me le disse Antonio Ingroia. Tanti anni dopo Ingroia mi chiamò e mi disse che il canale attraverso il quale Contrada venne a sapere di Mutolo ero stata io. Mi chiese conferma e io confermai». In effetti, durante quel pranzo, l’agente dei Servizi le rivolse numerose e insistenti domande circa le indagini che in quel momento stava svolgendo Borsellino, mostrando particolare interesse su un personaggio agrigentino che poi la Camassa identificò con Calogero Mannino. Sinesio, inoltre, subito dopo le confidenze del magistrato, cominciò a tossire sempre più forte, tanto da doversi alzare dal tavolo per recarsi in bagno. Il marito della teste ipotizzò immediatamente che si fosse allontanato per telefonare a qualcuno. Magari proprio a Bruno Contrada.

Altro uomo di fiducia di Borsellino, era Rino Germanà. Funzionario di polizia scampato all’agguato dei corleonesi guidati da Bagarella, «Borsellino ne apprezzava l’intuito investigativo e lo promosse alla Criminalpol, che era il luogo ideale per un poliziotto come Rino, che conosce bene il territorio. Restammo colpiti di come Germanà anticipò con il solo intuito quello che ci dissero in seguito molti pentiti. Quando lo trasferirono a Mazara del Vallo restammo basiti: intanto perché passare dalla Criminalpol a un normale commissariato equivale a una sorta di retrocessione e poi perché mandarlo a Mazara significava darlo in pasto ai lupi». Il trasferimento avvenne dopo che Germanà, indagando nel maggio ‘92 su Mannino.

La testimonianza di Massimo Russo. L’immagine, tristissima, di Borsellino in lacrime mentre si accascia sul divano del suo ufficio, viene ripetuta in aula anche dall’ex pm ed ex assessore regionale alla Sanità Massimo Russo, così come già aveva fatto durante l’interrogatorio del 15 luglio 2009. «Disse: “Qualcuno mi ha tradito” e subito dopo, alla mia domanda di come andassero le cose in Procura, rispose: “Qui è un nido di vipere”». «Era un’altra persona – ricorda Russo – totalmente cambiata rispetto a Marsala. Non ricordo se in quel contesto parlammo anche di Signorino e dell’applicazione di questi a Marsala. Io sono portato a ritenere che quell’incontro sia precedente all’interrogatorio che poi facemmo con la Camassa a Signorino, che è stato il 12 giugno, ma non escludo che sia successivo. Il mio cruccio? Non aver chiesto di chi parlasse quando disse del tradimento». E ugualmente alla collega Camassa, Russo riferisce ai pm di non aver mai sentito parlare il giudice di trattativa e nemmeno degli incontri tra i vertici del Ros e Ciancimino. «Borsellino parlò soltanto di un pranzo o di una cena con ufficiali del Ros a cui aveva partecipato a Roma». Nel corso della sua deposizione ha riferito inoltre che Borsellino lo informò del fatto di essere stato contattato dal presidente della Corte d’assise d’appello di Palermo Scaduti, il quale si occupava del processo per l’omicidio del capitano Emanuele Basile e aveva ricevuto un’intimidazione. «Borsellino – ha detto – mi raccontò di avere suggerito a Scaduti di fare una relazione di servizio». L’ex pm ha parlato anche dell’indagine assegnata a Germanà, in cui si faceva riferimento ad un «Enzo, politico trombato di area manniniana». «Ci furono sollecitazioni, affinché il fascicolo avesse “una svolta istruttoria”». Germanà però, prima di tutti, aveva intuito che quell’Enzo non era Culicchia, bensì Inzerillo: l’ex senatore della Dc nella prima giunta Orlando, in stretti rapporti con esponenti di spicco di Cosa nostra, finito sotto indagine nel ’93 perché sospettato di aver fatto pressioni sull’allora presidente della Corte d’assise che stava giudicando gli assassini del capitano dei carabinieri Basile. «Per me, in merito a quell’inchiesta, fu fatto un depistaggio per impedire di arrivare a lui». Non solo. «Germanà fu “degradato” alla Procura mazzarese e non passano nemmeno due mesi che subisce l’attentato».

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