Pubblicato: mer, 12 Mar , 2014

Processo Trattativa, il pentito Tranchina: «Io complice di fatti atroci»

 Parlamentari M5S presenti in aula: «Qui per far sentire presenza dello Stato»
MAFIA: UN FERMO PER STRAGE VIA D'AMELIO

Fabio Tranchina durante l’arresto nel 1995.

Nel secondo giorno di udienza del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in trasferta al carcere romano di Rebibbia, si è svolto il controesame del collaboratore di giustizia Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, che ieri ha risposto alle domande della pubblica accusa. Successivamente si è proceduto all’interrogatorio del pentito Fabio Tranchina, ex fedelissimo dei boss di Brancaccio, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.

Una delegazione di parlamentari del Movimento Cinque Stelle è giunta questa mattina nell’aula dove si è svolta la nuova udienza, per dimostrare il proprio sostegno ai magistrati della Procura di Palermo oggetto di continue minacce da parte del boss di Cosa nostra Totò Riina. «Siamo qui – ha detto la deputata M5S Giulia Sarti e membro della Commissione antimafia – per far sentire la presenza dello Stato, perché non bastano le manifestazioni di solidarietà, ma occorre farsi sentire con la propria presenza fisica. Siamo qui anche per mandare un messaggio: la Commissione antimafia non deve servire solo per fare conferenze. Serve un comitato che si occupi della trattativa stato-mafia, delle minacce di Riina, dei rapporti tra Dap e Aisi, dei nessi tra la trattativa di allora e quello che sta accadendo oggi. Al di là degli accertamenti che si stanno facendo oggi occorre chiarire le responsabilità politiche». Oltre ai ventidue senatori e alcuni deputati grillini, erano presenti pure diversi attivisti di Scorta Civica. Anche oggi, come ormai dal 20 gennaio di quest’anno, si sono ritrovati fuori dall’aula in cui si svolge il processo sulla trattativa con striscioni e cartelli per manifestare la propria solidarietà al pm Nino Di Matteo.

Rispondendo alle domande dell’avvocato Basilio Milio (legale degli ex ufficiali dei carabinieri Mori, Obinu e Subranni), Bellini affronta il tema dell’incontro avuto il 26 settembre 1992 «a Piacenza con 2-3 funzionari della Dia di Milano», dopo aver aspettato inutilmente che il Ros, come invece gli aveva promesso, si mettesse nuovamente in contatto con lui. «Ero esasperato, col timore di perdere la vita. Chiesi allora all’ispettore Procaccia di fissare un incontro con qualcuno e lui mi propose la Dia. Lo scopo era far capire che ero disposto ad infiltrarmi in Cosa nostra». I timori a cui si riferisce il collaboratore di giustizia riguarda la svolta negativa nei rapporti con il boss Nino Gioè che ormai, ne era convinto, non lo considerava più un mediatore di cui potersi fidare. In più, Bellini si sentiva tradito e abbandonato dagli uomini di Mori: «Mi avevano screditato agli occhi di Gioè». Se con il maresciallo Tempesta la “merce di scambio” erano le opere d’arte, a quelli della Dia – ai quali non confidò il precedente contatto con Tempesta – parlò di «un grosso traffico di stupefacenti». Dichiarazione, questa, subito contestata dall’avvocato Milio in quanto, in un precedente interrogatorio, riferiva invece che l’oggetto del dialogo erano proprio le opere d’arte rubate e che queste si sarebbero potute recuperare in cambio di benefici per alcuni detenuti. «Non mi ricordo di aver dato dei riferimenti dei quadri – risponde Bellini – io vi chiedo di sentire i responsabili della Dia dell’epoca, che loro sicuramente ricorderanno». Un altro aspetto è emerso quest’oggi, relativo ai dialoghi che intercorrevano tra l’ex militante di estrema destra e il mafioso Gioè. Bellini viene a conoscenza «in due momenti differenti» di due trattative: una con l’America e un’altra «con i piani alti del Governo italiano». «Sono stati due episodi diversi. […] Ho fatto parecchi viaggi, in tante occasioni nelle quali Gioè parlava ed esternava. Era il 1992».

Dopo una breve pausa, l’udienza è proseguita con l’esame del pentito Fabio Tranchina. Autista di Giuseppe Graviano, ne curò la latitanza da maggio del ’91 fino ai giorni a cavallo tra la fine di dicembre ’93 e gli inizi di gennaio ’94. «Mi sono reso inconsapevolmente complice di fatti che non sapevo. Sono fatti che mi hanno spento la vita. Mi riferisco a fatti atroci, come la strage di via D’Amelio», ha detto rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi.

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La delegazione del M5S presente oggi in aula.

In aula Tranchina ripercorre il legame con il boss Giuseppe Graviano, conosciuto nel 1991 tramite il capomafia Cesare Lupo, fratello di Giovanna, con cui all’epoca era fidanzato. «In quel periodo – ha raccontato Tranchina – facevo il militare presso i vigili del fuoco e dopo il mio congedo ebbi il primo appuntamento con lui. Inizialmente mi fu detto che mi dovevo occupare di lui, della sua latitanza, “battergli la strada”. Mi pagava due milioni, due milioni al mezzo al mese, mi pagava la macchina. Mio padre che lavorava ai cantieri navali non prendeva più di un milione. Lo accompagnavo agli appuntamenti e quando mi voleva far capire che una persona era vicina a noi mi diceva “chiddu è fratuzzu nostru”».

Tranchina ricorda i giorni poco prima dell’attentato in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone. «Una settimana prima della strage di Capaci Graviano mi disse di non passare per l’autostrada per un certo periodo. Gli chiesi se potevo avvertire anche mio padre che passava sempre dall’autostrada per andare nella casa di Carini e lui fece un cenno di assenso. Io poi lo dissi a mio padre e anche a mio cognato e consigliai di prendere la statale. Dopo la strage di Capaci sentivo fare discorsi di giustificazione per questa barbarie. Graviano mi diceva: “La gente non si lamenta di quello che è accaduto, perché in fondo muoiono più persone con gli incidenti stradali”». Secondo Tranchina, Falcone era «inavvicinabile», ma fu lo stesso Graviano a rassicurarlo. «Fece un gesto con la mano, come per dire “aspetta, aspetta”». Il modo per “avvicinarsi” al giudice lo avevano trovato e il 23 maggio del 1992 quel modo fu terribilmente chiaro a tutti.

L’ex guardaspalle del boss di Brancaccio rivela anche particolari risalenti al luglio dello stesso anno, quando appena 57 giorni dopo la strage di Capaci venne fatto saltare in aria anche il giudice Paolo Borsellino insieme alla sua scorta. «Giuseppe Graviano mi fece passare due volte da via D’Amelio tempo prima dell’attentato. “Rallenta, ma non ti fermare perché è una zona che scotta”», mi disse. «Graviano – aggiunge Tranchina – mi aveva chiesto anche di trovargli un appartamento in via D’Amelio, ma senza andare nelle agenzie, senza dare documenti. Io gli dissi che non avevo trovato nulla e lui mi rispose “Vabbè, mi arrangio nel giardino”. Un’espressione che io sul momento non capii».

Rispondendo ancora alle domande del procuratore aggiunto Teresi, Tranchina racconta l’occasione nella quale Graviano si sfogò con lui in seguito all’arresto di Riina, il 15 gennaio 1993: «Mi disse che “siamo tutti figli di ‘stu cristianu (Riina, ndr). Ora è possibile che scoppierà una guerra”». Tuttavia, allo stesso tempo, Giuseppe Graviano lo tranquillizzò. «Mi disse che non io non rischiavo perché non ero esposto». E facendo il gesto di puntare l’indice verso l’alto, gli disse ancora: «Con Riina abbiamo preso degli impegni, che è giusto portare avanti. Noi abbiamo le nostre garanzie. O fanno quello che gli diciamo noi oppure gli rompiamo le corna». Secondo quanto spiegato dal pentito, gli «impegni presi» alludono alle stragi commesse (Capaci e via D’Amelio) e a quelle che si sarebbero dovute eventualmente compiere e che di fatto poi avvennero pochi mesi dopo quel dialogo (a Roma, Firenze e Milano).

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