Pubblicato: sab, 25 Mar , 2023

Processo ndrangheta stragista: ergastolo confermato per Graviano e Filippone

Cosa Nostra, l’alleanza con la ndrangheta e quei finanziamenti all’imprenditore del nord 

Dopo due anni di udienze si è concluso il processo ndrangheta stragista che ha visto condannati all’ergastolo gli imputati. I giudici della corte d’appello di Reggio Calabria hanno condannato al carcere a vita il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e Rocco Santo Filippone, espressione della cosca Piromalli. Confermata la condanna del primo grado. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, ha visto confermare la sua richiesta. Entrambi gli imputati sono stati condannati con l’accusa di essere i mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, consumato il 18 gennaio 1994 sull’autostrada, all’altezza dello svincolo di Scilla. Secondo la Dda, quel delitto e altri due agguati avvenuti a Reggio Calabria ai danni di altrettante pattuglie dei carabinieri rientrano nelle cosiddette stragi continentali, in quella strategia stragista messa in atto da Cosa nostra e ndrangheta nella prima metà degli anni ’90. Si aprono nuovi scenari, «ci sono altre figure» che dovranno rispondere per le stragi di quel periodo terribile della storia d’Italia.

Giuseppe Graviano, intervenendo in video collegamento dal carcere di Terni, ha preso la parola rispondendo sempre in modo criptico all’invito fatto dal procuratore aggiunto Lombardo a dire ciò che sa. “Ho sentito dire: ‘Giuseppe Graviano se dice qualche cosa scopriamo la verità’ – ha affermato rivolgendosi oggi alla Corte – Giuseppe Graviano vi ha messo nelle possibilità di voi indagare e andare a trovare la realtà. Vi ha detto: indagate sull’episodio della morte di mio papà e sul mio arresto”. Ha ricordato l’accusa rivolta alla Procura di Palermo, rispondendo alle domande dell’avvocato Antonio Ingroia in primo grado, sul processo della morte di Michele Graviano che è “rimasto nei cassetti”. Il boss è tornato a parlare anche di un altro nodo fondamentale: “Riguardo all’imprenditore del Nord ho sempre riferito che i miei contatti erano per i soldi che aveva consegnato mio nonno. Ho dato tutte le date. E questo è stato riscontrato, la Procura di Firenze ha riscontrato quello che ho detto”. Fa un cenno anche sul momento dell’arresto: “era già spuntata la scritta in un’emittente televisiva che erano stati arrestati i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo. Ma i carabinieri non lo sapevano. Chi è stato a farmi arrestare ha indicato: ‘lo troverete lì’. I carabinieri sapevano che ero solo io e altre persone, non sapevano chi era (il fratello). Chi è andato a controllare e ha passato la notizia all’emittente ha detto che eravamo tutti e due i fratelli”.

Giuseppe Graviano, è soprannominato “Madre natura” come fosse una divinità, capace di dare la vita e dare la morte; con due fratelli e una sorella è figlio di Michele Graviano, un uomo di cui Riina si è sempre fidato. Michele Graviano ha infatti sostenuto la sua ascesa e quella dei Corleonesi quando non erano ancora i padroni di Palermo. E’ stato ucciso il 7 gennaio 1982; fedele a Riina, ma anche amico di Stefano Bontate, uno dei perdenti dell’altra fazione. Nella guerra dei corleonesi, quella scatenata da Totò Riina contro il gruppo dei palermitani, guidato da Gaetano Badalamenti e da Tommaso Buscetta, i morti furono praticamente tutti della parte avversa a Riina, tranne il Graviano ucciso stranamente da un fedelissimo di Stefano Bontate. Alla morte del padre, il nonno affida gli affari a Giuseppe. C’è di mezzo, racconterà poi Giuseppe nel 2020, un investimento importante nella società di Silvio Berlusconi, 20 miliardi o forse più. Dopo avere dato i soldi sarebbe avvenuta la formalizzazione dell’entrata in società. Dal 1984 Giuseppe Graviano è latitante per la condanna subita nel Maxiprocesso ma questo non gli impedisce di fare una bella vita e di incontrare, dice lui, l’imprenditore con il quale sarebbe andato a cena e avrebbe condiviso dei momenti in Sardegna. I collegamenti sarebbero avvenuti per il tramite del fidato Marcello Dell’Utri. I Graviano, latitanti e protetti, girano a Forte dei Marmi, a Roma, passano da Milano e si stabiliscono a Omegna sul lago Maggiore. La storia dei fratelli finisce ad una cena alla quale, sostiene Lirio Abbate in Stragisti, doveva partecipare anche Matteo Messina Denaro che invece non si fece vedere.

Sulle spalle di Giuseppe Graviano piovono anni di carcere comminati per l’omicidio di don Pino Puglisi e le stragi del 1992. Fine pena, mai. Tramite la sorella Nunzia, indicata come mente finanziaria, sembra che continui a gestire i suoi affari. I fratelli Graviano, entrambi, riescono ad avere figli pur essendo detenuti al carcere di alta sicurezza (art. 41bis), i contatti -è evidente- non mancano. Nel frattempo, Matteo Messina Denaro, il figlioccio di Riina, quello che ai Corleonesi dava del noi e non del voi (Giacomo Di Girolamo, Matteo va alla guerra) rimane sotto traccia. Fino all’89 non lo conosce nessuno e la sua latitanza inizia nel ’93, quando Graviano va in galera. Con Riina si inventa “la Supercosa, la Cosa Nostra di Cosa Nostra”, il privé della mafia. “Riina si specchiava in Matteo”, si vedeva forte e giovane come nel racconto dello specchio magico che restituisce un’immagine di giovinezza. Da Palermo il centro si sposta verso Trapani. Cade Riina, lui si porta via i preziosi documenti del covo del boss. Magari un memoriale di Moro, magari un’agenda rossa e forse anche altro. E con Zio Totò cadono anche i Graviano, Bagarella e tutti i Corleonesi. Provenzano si defila, resisterà fino al 2006 mentre Matteo Messina Denaro prosegue fino al 2023.

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