Pubblicato: ven, 10 Nov , 2017

Per non dimenticare: la lunga ombra del Divo

Gli anni bui della Repubblica, l’intreccio politica-mafia, le 5 entità e segreti (ancora) inconfessabili.

In quegli anni i corleonesi e la furia violenta di Riina si scatenarono. I tre rami operativi Gladio, P2 e Cosa Nostra convergevano nelle mani di alcuni esponenti di spicco della politica italiana.

Nel 1978 morirono Aldo Moro e Peppino Impastato, sotto il governo Andreotti-Cossiga. L’apprezzato politico, oscurava altri. Venne ucciso a Roma nella stessa notte in cui assassinarono a Cinisi il giornalista (probabilmente per il caso di Alcamo Marina) che ripetutamente denunciava i boss di Cosa Nostra dalla sua mitica Radio Aut. L’appoggio logistico ed operativo (di Gladio, P2 e Cosa Nostra) a Roma come in Sicilia comportava complicità e collaborazioni.

La storia ci rivelò poi che il Ministro dell’interno Cossiga e il neo capo del governo Andreotti avessero informazioni dall’intelligence su dove era stato segregato Aldo Moro, e che si recarono in via Caetani “due ore prima di quanto i verbali avessero formalmente registrato”. (Paolo Guzzanti sul Giornale, La bomba umana dell’agente Raso e testimonianza del ministro Claudio Signorile).

La loggia P2 del dopoguerra andava oltre la massoneria, si poneva come eversiva anche nei confronti dell’ordinamento giuridico italiano. Era una “vera e propria organizzazione criminale” (di cui si impone lo scioglimento con legge n.17 del 25/01/1982). Composta da oltre 6 mila nomi, di cui, a detta di molti, Andreotti era la «la presenza al di sopra di tutte, il vero manovratore», la P2 continuò ad operare segretamente.

G.A. l’indecifrabile, una figura ambigua che ha portato con sé moltissimi segreti e che pare comandasse non solo la politica e l’imprenditoria, ma anche la malavita, favorito da altrettanto potenti sponsor vaticani.

Sempre nello stesso anno, nel settembre 1978 muore in circostanze non chiare papa Luciani, dopo soli 33 giorni di mandato.

L’arcivescovo Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto bancario per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di Luciani, che era irremovibile: assolutamente no all’iscrizione degli ecclesiastici alle logge deviate della massoneria e all’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque. Il neo papa non avrebbe mai tollerato affari con personaggi come Calvi e Sindona, sui quali aveva indagato.

In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla P2. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» del giornalista Mino Pecorelli, ucciso un anno dopo.

Il pentito Vincenzo Calcara, membro di Cosa Nostra, rivelò a Paolo Borsellino (reso pubblico nel 2008), di essere venuto a conoscenza di una congiura di quattro cardinali. Tutti membri, come Marcinkus, dell’Ordine del Santo Sepolcro e in diretto contatto con Antonio Albano (notaio personale di Giulio Andreotti, del boss Luciano Liggio e di Frank Coppola, da tutti ritenuto fiore all’occhiello di Cosa Nostra). Con l’approvazione di Marcinkus, sembra che abbiano ucciso il papa «con una gran quantità di gocce di calmante, con l’aiuto del suo medico personale».

Calcara aveva fatto in tempo a parlare con Borsellino, che stava indagando proprio sui nomi più scottanti.

In particolare confermò al magistrato la presenza attiva delle 5 entità, un presunto gruppo di poteri costituito da Cosa Nostra, Massoneria deviata- P2, Vaticano deviato, Servizi segreti deviati e ‘ndrangheta.

“A proposito della morte di papa Luciani, c’è un cardinale e un medico personale che gli avrebbe somministrato una dose mortale di sonnifero. Insieme al vertice della famiglia di Castelvetrano, Francesco Messina Denaro, Michele Lucchese, un uomo dei servizi segreti deviati, il maresciallo Giorgio Donato, ho trasportato dieci miliardi per consegnarli al vescovo Marcinkus tramite il notaio Albano che abitava sulla Cassia. Questo notaio era un uomo d’onore, collegato con i vertici delle Entità del Vaticano  e membro dei Cavalieri del Santo Sepolcro insieme a Marcinkus, insieme ad Andreotti, insieme al cardinale Macchi ed a molti altri cardinali di cui ho parlato a Paolo Borsellino. […] Insieme a Marcinkus ha preso la mia ventiquattrore con tre chilogrammi di cocaina che servivano per  divertimenti, orge e anche per riti satanici. […] Dentro allo I.O.R. non vanno a finire soltanto i soldi di Cosa nostra, ma anche quelli delle altre Entità. C’è l’Entità della massoneria ricca e potente [P2] con la quale si deve venire a patti, altrimenti neanche lo Stato può fare nulla … poi l’Entità della ‘Ndrangheta, dei servizi segreti deviati. Tutti quei soldi neri, illeciti, vengono messi nella banca del Vaticano e investiti in tutto il mondo. Poi ognuno ha la sua parte. […] Giulio Andreotti era presente quando ho commesso l’omicidio di un generale. Non solo lui; in quell’occasione c’erano Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro, il cardinale Macchi, Michele Lucchese e uomini dei servizi segreti deviati. Marcinkus era presente la sera prima alla cena, ma era collegato. Si trattava di persone ai vertici delle Entità. Ricordo che Paolo Borsellino mi aveva detto che tutte le cose di cui gli avevo parlato gli erano state raccontate anche da Leonardo Messina. Era molto importante, aggiungeva, che noi due stessimo dicendo le stesse cose senza conoscerci. Borsellino riteneva che dovevamo avere un confronto, ma non ci hanno mai fatto incontrare. [ …] Il magistrato era riuscito persino a trovare una mia fotografia, in Piazza San Pietro, con Antonov, l’uomo che custodiva Ali Agca, addestrato e consegnato agli uomini di Cosa Nostra, e un altro turco [per l’omicidio di Giovanni Paolo II].

Matteo Messina Denaro è il re di Castelvetrano e il re di tutta la Sicilia. È protetto addirittura dal vertice della SuperCommissione [delle 5 entità], non solo di Cosa nostra. Suo padre era l’ombra di Riina e Provenzano; dopo il loro arresto tutti i contatti, tutti i segreti che aveva, comprese le stragi, sono nelle sue mani. Secondo me ha anche l’agenda rossa. Con quella in suo possesso, non sarà mai arrestato né ucciso. Maneggia segreti enormi: nell’agenda non c’erano solo le mie dichiarazioni, vi erano le intuizioni di Borsellino, informazioni di altri collaboratori, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo. Matteo è l’erede, è lui che possiede tutti i segreti delle cinque entità: è per questo che non verrà mai arrestato. E, anche se fosse, ha comunque la sua ombra.” (intevista a Calcara, movimento agende rosse e antimafia 2013).

Diverse testimonianze, tra cui quella del boss Balduccio Di Maggio e lo stesso Riina, confermarono la sinergia tra politica ed il suo braccio operativo. Totò Riina, il boss di Cosa Nostra, si incontrava ed ossequiava rispettosamente Andreotti nella calda Palermo.

Nello stesso tempo, dal 1966, referente politico di Gladio, (Stay Behind, organizzazione segreta dell’Alleanza Atlantica) era Cossiga (come da sua stessa dichiarazione, Edimburgo 1990; vedi anche Montanelli e Cervi L’Italia degli anni di fango), quello stesso Cossiga che eletto deputato per la prima volta nel 1958, divenne il più giovane sottosegretario alla difesa nel terzo governo Moro (23 febbraio 1966), il cui ministro era proprio Giulio Andreotti.

Il pentito D’Amico parla della morte di Falcone e Borsellino: “Andreotti, con altri politici, e i servizi segreti sono i mandanti delle stragi del 1992, di Capaci e di via D’Amelio. Me lo ha raccontato Antonino Rotolo in carcere. Hanno deciso di uccidere Falcone perché il giudice stava per svelare i contatti tra Cosa nostra e i servizi segreti con i politici.Volevano comandare l’Italia“.

Il pentito Brusca dichiarò di aver visto Riina a casa di Girolamo Guddo (boss di Altarello), venti giorni dopo la strage di Capaci, in cui uccisero Falcone. Gli disse che aveva fatto un papello di richieste, per fare finire le stragi. Riina informò che avevano risposto da Roma, “le richieste erano assai, ma non c’era una chiusura. Il papello era arrivato a Mancino, che di li a poco diventò ministro”. Sarebbe stato proprio Mancino il destinatario finale del papello (rif. inchiesta trattativa Stato-mafia), affidato all’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che fece da tramite. Anche Massimo Ciancimino dichiarò che la trattativa era gestita dal padre Vito Ciancimino, in contatto con Mancino.

Sembra che Borsellino fosse venuto a conoscenza del papello e della trattativa (forse dalla stessa Liliana Ferraro che aveva sostituito Falcone alla Direzione affari penali). Il magistrato ascoltò pentiti importanti, viaggiò in continuazione ed ebbe un incontro, dal quale ne uscì turbato, proprio con il ministro dell’Interno Nicola Mancino, che però ha sempre riferito di non ricordare. Quel Nicola Mancino vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, già Ministro dell’interno e Presidente del Senato.

Nel 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia, per l’inchiesta Trattiva Stato-Mafia ha chiesto il rinvio a giudizio di Mancino, accusato di “falsa testimonianza”, e di altri undici indagati con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato (i politici Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Bernardo Provenzano, il collaboratore Massimo Ciancimino).

La sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003 per l’On. Andreotti, parla di una «…autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi..».

Il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell’allora ministro degli esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all’epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina. Lo stesso Andreotti ammise in aula l’incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca.

Fu confermato che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980. «Quindi la sentenza impugnata, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione. … Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani, individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni, oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza

Piazza Fontana, lo scandalo petroli; l’omicidio Pecorelli, poi Sindona, le tangenti Lockheed, la P2. L’uccisione di Moro, Impastato, Dalla Chesa, i pm Falcone e Borsellino e molti altri uomini giusti; l’uccisione di un papa e l’attentato al successore, il caso Enimont, il golpe Borghese. Un periodo buio per la Repubblica che si è riverbato fino agli anni più recenti.

Il Divo Giulio è stato coinvolto nei più grandi misteri italiani, ma il Parlamento ha sempre respinto le oltre trenta richieste di autorizzazione a procedere presentate dalla magistratura, per indagare (il fatto quotidiano). Gli atti, depositati presso commissione parlamentare per i procedimenti di accusa, rimangono ancora segretati; su di essi vige un segreto quarantennale che parte dal 1969 e che copre tutta la vita di Andreotti.

E’ morto solo quattro anni fa, nel 2013. Chi è il suo successore ?

“A pensare male si fa peccato ma di solito ci si indovina”.

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