Pubblicato: mer, 11 Gen , 2023

Operazione Sisma: la ndrangheta di Cutro in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

le infiltrazioni dei Dragone anche nei fondi per la ricostruzione del terremoto 2012

Si è svolta nella notte tra il 9 e il 10 gennaio una vasta operazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Mantova, a seguito dell’indagine “SISMA” – diretta e coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Brescia.

Con la precedente operazione “Pesci”, gli inquirenti avevano rilevato gli interessi della cosca Grande Aracri nell’area mantovana-reggiana e veneta, concretizzando numerosi arresti e condanne; sequestro di beni e partecipazioni in svariate società.  Successivamente, è emersa la rinnovata influenza, nella stessa area del nord est, dei Dragone, anch’essi originari del popoloso centro del crotonese, ed a cui alcuni dei principali indagati odierni sarebbero imparentati.

Quando nel maggio del 2012 il terremoto ferì l’Emilia-Romagna anche Veneto e Lombardia tremarono; molti danni furono registrati a Mantova, al patrimonio storico, artistico e architettonico della città. Per questo, come per altre zone colpite dal sisma, furono stanziati fondi per ricostruzione e restauro. Per gestire le pratiche era stato aggiunto un tecnico, il quale sarebbe il “perno” del sistema di corruzioni e concussioni.  Le indagini hanno consentito di costruire un solido quadro indiziario in ordine ai gravi reati che sarebbero stati commessi nell’ambito delle procedure per la concessione di fondi sisma, finalizzati alla ricostruzione di immobili danneggiati dal terremoto, ubicati nel cd “cratere sismico” della provincia di Mantova. Gli approfondimenti investigativi sono stati resi possibili da prolungate attività tecniche d’intercettazione, anche con captatore informatico, dai servizi di osservazione e pedinamento e dalla disamina della documentazione amministrativa relativa alle pratiche di finanziamento pubblico. Tra le principali fonti di prova del pactum sceleris vi sono infatti le conversazioni dell’imputato con gli altri indagati, in cui discutono di soldi e compiacenze.

Al centro del business ci sarebbe, dunque, il nipote di uno storico boss cutrese, pubblico ufficiale con la carica di tecnico istruttore presso i comuni del mantovano (Poggio Rusco, Borgo Mantovano, Magnacavallo, Sermide e Felonica), con compiti istruttori, di verifica, di rendicontazione e autorizzazione ai pagamenti dei contributi a fondo perduto stanziati da Regione Lombardia per gli immobili danneggiati dal terremoto. L’architetto avrebbe messo in piedi un sistema corruttivo per facilitare le concessioni di contributi pubblici destinati alla ricostruzione post sisma. Dall’agosto del 2014 almeno fino al 31 dicembre del 2021, ha rivestito in via continuativa l’incarico di tecnico aggiuntivo esterno presso gli uffici tecnici comunali.

Gli imprenditori, così come i beneficiari dei finanziamenti, si sarebbero rapportati con il tecnico secondo uno schema collaudato, consistente nella corresponsione di indebite somme (circa 3% del contributo elargito) per garantirsi la rapida trattazione della pratica e aumenti dell’importo del contributo pubblico a fondo perduto (in un caso a 950.000 euro anziché 595.000 come originariamente stabilito). Le contestate ipotesi di concussione prevedevano che il contributo pubblico venisse elargito ai richiedenti solo a condizione che costoro affidassero i lavori di ricostruzione a delle società facenti capo all’imputato e a suo padre. Le indagini avrebbero messo in evidenza anche una costellazione di società intestate a prestanomi per evitare il diniego di iscrizione nella c.d. white list. Diverse, infatti, le imprese della medesima famiglia che in passato sono state destinatarie di interdittive antimafia emesse dalla prefettura. Il nonno dell’architetto sarebbe niente meno che il boss Antonio Dragone, capo-bastone dell’omonimo clan di ‘ndrangheta a Cutro, ucciso nel contesto di un agguato nel 2004, perdente rispetto al rivale Grande Aracri. Al tecnico viene quindi contestato di aver favorito proprio la ndrina del nonno materno.

Per il gip, i legami con la famiglia ‘ndranghetista di origine “non si sono limitati ai rapporti di parentela/affinità, ma si sono concretizzati nel corso del tempo in multiformi e rilevanti apporti al sodalizio criminale, proseguiti – quantomeno sotto il profilo del sostegno economico alle attività (lecite e illecite) e ai membri del gruppo” anche con riferimento a ai reati contestati.

Dalle risultanze investigative emerge come il padre del tecnico abbia “svolto un ruolo cruciale durante il periodo di detenzione del capocosca Dragone Antonio, fungendo da suo interlocutore privilegiato (attraverso la regolare partecipazione a colloqui in carcere unitamente alla moglie, figlia del boss) e da cassa di propagazione verso l’esterno degli ordini e delle direttive di quest’ultimo, tendenti alla riorganizzazione del sodalizio (in concorrenza ed opposizione ai Grande Aracri), nonché alla continuazione delle relative attività illecite tanto in territorio calabrese quanto nell’area lombarda-emiliana. A riprova del ruolo di prim’ordine rivestito in seno al sodalizio vi è, del resto, il fatto che, nei corso dei colloqui in carcere – scrive il gip – ha interloquito con il boss anche in ordine all’ideazione e alla programmazione di fatti omicidiari inseriti nella citata faida tra clan, facendosi latore verso gli altri appartenenti all’associazione delle strategie escogitate da Dragone Antonio per contrastare l’ascesa della cosca rivale dei Grande Aracri e per disarticolarne la compagine…”. Si conferma “baricentro” di attività criminali, anche in tempi più recenti; nondimeno persistono rapporti con soggetti (insediati nel Reggiano o nelle aree limitrofe) affiliati o comunque collegati alla cosca Dragone e alla stessa cosca Grande Aracri. Una circostanza, si legge nell’ordinanza, che «non deve sorprendere, considerando che – specialmente nei territori di più recente insediamento mafioso e a maggiore vocazione imprenditoriale – il profilo affaristico del sodalizio è destinato a prevalere (salvo casi eccezionali) su quello, per così dire, azionista». Faide bloccate in favore degli affari in comune. Sono «segnali di commistione» che erano già emersi anche in processi come “Pesci” ed “Amelia”. Gli investigatori parlano di «relazioni d’affari tra la famiglia del tecnico e membri del Grande Aracri» che sarebbero «attestate anche nelle sentenze del giudice amministrativo pronunciate sui ricorsi degli indagati contro i provvedimenti prefettizi antimafia applicati nei loro confronti». E poi ci sono «i numerosi contatti telefonici intrattenuti dalla famiglia» con soggetti «legati alla cosca Grande Aracri», assieme alle «molteplici segnalazioni per operazioni sospette riferite a movimentazioni bancarie effettuate dal padre dell’architetto» da cui emergono affari con persone ritenute vicine al clan avversario. Il business, dunque, mette in sordina anche le inimicizie più antiche. Tempo di pax per spartire i profitti, perfino tra i Dragone e Grande Aracri.

Dieci in tutto gli indagati, fra cui architetti e ingegneri, imprenditori e soggetti del sistema bancario, ritenuti responsabili a vario titolo di concussione, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, intestazione fittizia di società, aggravati dalle finalità mafiose, per aver agevolato il clan Dragone di Cutro (KR).

Per il gip, la famiglia dell’architetto “sfruttando la propria indubbia abilità affaristica e la sua capacità di mimetizzarsi dietro il paravento di attività apparentemente lecite, si è poi posta quale longa manus operativa del boss Dragone nella gestione di un gruppo omogeneo di imprenditori edili di origine cutrese e operanti nella provincia reggiana finalizzato ad ottenere, in forza di accordi illeciti, l’aggiudicazione di appalti banditi da enti pubblici e privati locali mediante la presentazione di offerte con sensibili ribassi sulla base d’asta, ribassi resi possibili subappaltando le opere ad imprese fantasma, fungenti da mere cartiere impiegate per l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, a loro volta utili per il contenimento dei costi di gestione delle appaltatrici e per riciclare denaro di provenienza delittuosa”.

L’operazione si è snodata in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Calabria; decine le perquisizioni in atto da parte delle FFOO in abitazioni e in studi tecnici di professionisti, in varie regioni italiane. A carico degli indagati è stato disposto anche il sequestro delle società fittiziamente intestate, delle provviste bancarie e di beni mobili e immobili per un valore di circa 2 milioni di euro, costituenti il ritenuto prezzo e il profitto dei reati contestati.

Dalle risultanze investigative emerge l’attualità dell’impiego del metodo mafioso da parte della consorteria e più in particolare della sua propaggine attiva nel territorio reggiano-mantovano. Confermato il legame con la casa madre calabrese e la fama criminale di cui gode il clan. L’architetto durante le conversazioni captate dagli investigatori, “rivendica orgogliosamente la posizione derivante dal proprio prestigio mafioso, sia la ricchezza nel frattempo accumulata dal suo nucleo familiare, non mancando di veicolare minacce, esplicitando la fama criminale e la capacità offensiva della cosca, secondo i classici sistemi mafiosi ogniqualvolta fosse necessario riaffermarne la sua autorità”.

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