Pubblicato: mar, 22 Ott , 2013

Lgbt, giornalisti complici di una cultura omofobica

Aggiornamento, dialogo e formazione continua sono la chiave per un’informazione scevra da pregiudizi e rispettosa del genere e dell’orientamento sessuale

 

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Da sinistra: Riccardo Arena; Marco Buemi; Agnese Ciulla; Giuseppe Burgio, Delia Vaccarello.

Favorire a più livelli una (in)formazione sui temi Lgbt, a partire da quelle categorie professionali – in primis i giornalisti – che, più o meno consapevolmente, possono rendersi complici di una cultura omofobica. È questa l’emergenza emersa dal seminario “L’orgoglio e i pregiudizi” sui temi del genere e dell’orientamento sessuale, tenutosi questa mattina nella Sala delle Carrozze di Villa Niscemi, a Palermo.

L’omofobia, così come la lesbofobia e la transfobia, sono forme di avversione irrazionali, «analoghe al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo», secondo la definizione del Parlamento Europeo. Possono esprimersi esplicitamente, attraverso discorsi intrisi d’odio e d’istigazione alla discriminazione, ma anche mediante formule linguistiche occulte, talvolta subdolamente nascoste, che mirano alla cancellazione delle identità sessuali e di genere, perché differenti da una presunta “norma” eterosessuale. Ecco allora che la consapevolezza del linguaggio e del suo valore di veicolo culturale, è «determinante per la crescita della nostra società», afferma l’assessore alla Cittadinanza Sociale, Agnese Ciulla. «Dal linguaggio può cambiare completamente l’approccio che si ha su questo tema e per questo è necessario fare un’azione di sensibilizzazione e formazione a più livelli che riesca a coinvolgere diverse figure professionali. I giornalisti, certo, ma anche i docenti e gli assistenti sociali».

La formazione dei professionisti della comunicazione è soltanto il primo passo di un percorso che deve agire contro ogni forma di discriminazione.  Dalle nostre ricerche – sottolinea Marco Buemi, esperto dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) – si rileva proprio un aumento costante di tale fenomeno. In Italia sono più di 1.400 le segnalazioni, di cui la maggior parte è legata alle denunce sulla discriminazione sessuale. Un dato che ci ha fatto riflettere molto e che ci ha indotto un anno e mezzo fa a dare vita ad una strategia di implementazione, che coinvolge il mondo del lavoro; la sicurezza nelle carceri; la scuola e più in generale l’istruzione; e infine i nuovi media. Bisogna, infatti, partire dalla formazione dei giornalisti, lavorare nelle redazioni per favorire un cambiamento del linguaggio dei mezzi di informazione, perché il cambiamento culturale e sociale del nostro Paese passa inevitabilmente dai media».

Sul fatto che i giornalisti vadano adeguatamente formati, è d’accordo anche il presidente dell’Ordine dei giornalisti siciliani, Riccardo Arena. «Credo che uno degli argomenti da affrontare con i colleghi sarà proprio l’approccio alle tematiche Lgbt. Purtroppo la professione riflette i pregiudizi della società, quei preconcetti che ci sono sempre stati e, anche per questo,  difficili da abbattere. Affinché ciò accada, non servono sicuramente nuove Carte, ma un maggiore lavoro di formazione, in modo che i giornalisti parlino e vivano le tematiche Lgbt con enorme rispetto e consapevolezza».

La strada per un cambiamento nell’approccio alle tematiche Lgbt, che parta dalla cultura e dal linguaggio, è ancora lunga. Sebbene l’omofobia colpisca “democraticamente”  tutti, i pregiudizi, le discriminazioni e i cosiddetti hate speech sono fortissimi soprattutto negli adolescenti, che tendono ad offendere l’altro nella ricerca dell’affermazione del sé. «Attaccare l’altro attraverso pregiudizi e stereotipi è la regola condivisa», sottolinea il docente di Pedagogia all’Università di Palermo, Giuseppe Burgio. «Difficile, purtroppo, allontanare il pensiero comune profondamente radicato nella società. Lo stesso comportamento omofobico assume un ruolo di “regolatore sociale”, grazie al quale si “guadagna”, in particolare se lo si manifesta in pubblico, una sorta di rassicurazione emotiva. Bisogna abbandonare quella forma mentis che vuole da un lato la “norma” e dall’altro la “diversità”, e cominciare a parlare di “reciprocità della differenza”».

L’informazione italiana, in questo senso, è piuttosto arretrata e inadeguatamente preparata a raccontare i temi che riguardano il genere e l’orientamento sessuale. Un esempio su tutti: «la parola gay è diventata – come ricorda la giornalista e scrittrice Delia Vaccarello – un termine ombrello usato per definire indistintamente chi non si adegua alla norma sociale». Basta dare una lettura alle principali testate del nostro Paese per renderci conto di come, in chi lavora nel campo dell’informazione, ci siano dei pregiudizi in senso tecnico. «In assenza di concetti chiari, si finisce per far esplodere la Babele dei linguaggi e, poi, da quella torre è un attimo cadere in balbettii inutili. La discriminazione sul tema è continuamente trasversale. Non abbiamo ancora, come giornalisti, gli strumenti per riuscire a saper trattare l’argomento. Per questo dobbiamo imparare a vederci chiaro in una realtà sempre più complessa con il dovere professionale di raccontare senza deformare. Dobbiamo attrezzarci all’imprevisto in cui le variabili sono tantissime. Invito i colleghi a lavorare su molti concetti chiave per aggiornarci continuamente senza enfatizzare o indebolire e soprattutto senza incasellare realtà che si conoscono poco».

Anche Davide Camarrone, giornalista del Tg Rai Sicilia, lancia un appello ai colleghi: «Il giornalismo ha perso la funzione dialettica e critica, diventando solo uno strumento, una rotella del sistema. Dobbiamo recuperare la nostra intelligenza critica fondamentale nell’esercizio della nostra professione. Nonostante il giornalismo non sia più parte dominante del nostro Paese nel bene e nel male, con gli strumenti che abbiamo oggi si può fare tanto. Forse è il tempo di tornare ad essere pasoliniani».

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