Pubblicato: lun, 15 Mag , 2017

“Laterina non è Arcore”.

La ministra Boschi avrebbe chiesto all’amministratore delegato di Unicredit di valutare l’acquisizione di Banca Etruria.

   Dice Massimo Giannini su Repubblica che “Laterina non è Arcore. Questo lo vede anche un cieco. Nella storia repubblicana nulla è paragonabile alla dismisura totale del potere berlusconiano”. Concordiamo: come non farlo. Intanto ad Arcore era ubicata la sede del regno: sappiamo l’importanza, anche per il suo potere, della residenza del signore; Laterina, invece, è un piccolo e delizioso borgo medievale dove Maria Elena Boschi è soltanto nata. I luoghi del potere del “Giglio Magico” e delle famiglie Renzi- Boschi sono centri come Firenze, Arezzo. Poi, appunto, sono diverse le dimensioni del conflitto d’interessi: nel primo caso era spropositato. E infine la differenza è evidente pure per il dilettantismo che la ministra sta dimostrando nella vicenda che torna ad occupare le prime pagine dei giornali: Banca Etruria. Laterina, dunque, non è Arcore e tuttavia…

Il giornalista, ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli rivela nel suo libro “Poteri forti(o quasi)” che la ministra Boschi, nel 2015, si rivolse all’allora amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni per chiedergli di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria, di cui il padre Pierluigi era vicepresidente e la manager Marina Natale fu incaricata di aprire un dossier per considerare l’ipotesi di acquisto, salvo poi richiuderlo con “parere negativo”.

Per la ministra si tratterebbe “dell’ennesima campagna di fango” e annuncia querele che però ancora non ci sono state. Fonti di Unicredit fanno sapere che “la banca non ha subito pressioni politiche per esaminare dossier bancari”, ma il diretto interessato, il Ghizzoni, tace, eppure avrebbe il dovere civico e morale di parlare: è opportuno e necessario che faccia chiarezza. Per cui il suo silenzio potrebbe sempre più essere inteso come un assenso.

E intanto, proprio perché dagli interessati arrivano solo o sdegno o ambiguità o ancora, come da Matteo Renzi, spiegazioni sulle motivazioni di De Bortoli di dubbia attendibilità, ma non risposte chiare, si accumulano rivelazioni: quella de “il Fatto” secondo cui già nel marzo 2014 Maria Elena Boschi e suo padre Pierluigi incontrarono nella loro villa di Laterina il presidente di Etruria e i vertici di Veneto Banca per concordare una “resistenza” rispetto ai tentativi di acquisizione da parte della Popolare di Vicenza; e quella de “la Stampa” che scrive che nel febbraio 2015 l’allora neo-presidente di Banca Etruria Lorenzo Rosi si vide con Ghizzoni, “facilitato da qualcuno” allude il quotidiano torinese, per tentare un ulteriore affondo sul salvataggio da parte di Unicredit.

Nel dicembre 2015 la ministra Boschi, alla assemblea di Montecitorio, nel respingere la mozione di sfiducia, si difendeva giurando “si dimostri che io ho favorito mio padre o che sono venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare l’incarico”. Se la ministra ha mentito al Parlamento non dovrebbe poter restare al suo posto nel governo Gentiloni. Il pericolo di anomalia sorse quando nel febbraio 2014 Maria Elena divenne ministra per le Riforme del governo Renzi e pochi mesi dopo il padre Pierluigi fu nominato vicepresidente di Banca Etruria. Se la ministra intervenne a favore della Banca aretina, dove il padre era vicepresidente, avrebbe agito in palese conflitto d’interessi e, in tal caso, in un Paese normale se ne trarrebbero le dovute conseguenze e senza opposte tifoserie l’un contro l’altre armate in sante crociate. Ma, si sa, quest’ultimo è il modo tipico di quando nessuno può scagliare la pietra e allora vocia per stordire l’uditorio. E nulla di nuovo avverrà.

Fulvio Turtulici

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