Pubblicato: dom, 14 Nov , 2021

La prima condanna del tribunale di Monaco a una foreign fighter dell’ISIS.

Crimini contro l’Umanità perpetrati contro la comunità yazida.

 

     Rania aveva cinque anni, è stata legata stretta all’intelaiatura della finestra, le braccia sopra il capo, i piedini non arrivano a toccare la soglia. Ci sono quasi 50 gradi, lei piccola rimane appesa sotto il sole di Fallujah fino alla morte. I suoi occhi grandi pieni di terrore avranno guardato gli aguzzini senza capire perché le facevano questo, supplicando aiuto.

Sette anni dopo, il 25 ottobre 2021, il Tribunale di Monaco di Baviera tenta di renderle giustizia, concludendo il primo processo nei confronti di una foreign fighter arruolata nell’esercito Daesh che si è macchiata di crudeltà verso la comunità yazida.

Il giudice ha comminato 10 anni di reclusione per la tedesca Jennifer Wenisch per supporto al gruppo terroristico, concorso in tentato omicidio e in tentati crimini di guerra, oltre che per crimini contro l’umanità. È la prima combattente straniera delle Bandiere Nere portata in tribunale. Una sentenza di grande rilievo, per il riconoscimento dei diritti della minoranza curda e per una presa di posizione pubblica contro la violenza dell’ISIS.

La storia di Jennifer Wenisch, trentenne originaria di Lohne, in Bassa Sassonia, è molto simile a quella di altre aderenti allo Stato islamico dell’Iraq e del Levante: senza un’istruzione e un lavoro, vicende familiari contrastanti, la donna scopre una fascinazione per l’Islam che sfocia in conversione. Si spinge oltre il semplice avvicinamento spirituale, resta ammaliata dalla propaganda dei miliziani e nel 2013 decide di entrare in Siria attraverso la Turchia. Si sposa una prima volta con un combattente, ma divorzia. Torna in una delle case che raccoglie le donne per i guerriglieri, percepisce uno stipendio di 70 dollari al mese finché non conosce il suo secondo marito, il predicatore e combattente Taha al-Jumailly. Con lui viaggia da Raqqa a Mosul fino a Fallujah. E’ una sposa e soldato dell’Isis, ossia una donna che si è volontariamente unita con un jihadista attivo. Inserita nella rete islamica, JW pattugliava le strade prima di Fallujah e poi di Mosul con un fucile d’assalto AK-47 sotto il braccio in forza alla «polizia della morale» nel territorio sotto il suo controllo. Il suo compito era assicurare l’applicazione delle regole imposte dallo Stato islamico, come il divieto assoluto di fumo e del consumo di alcol, l’impiego di abiti modesti in linea con i precetti del fondamentalismo islamico (Süddeutsche Zeitung).

Il marito Al-Jumailly porta con loro due schiave yazide, Nora e Rania, la figlioletta della donna. Nora era stata deportata assieme alla piccola, mentre il marito e gli altri figli erano stati uccisi. È già stata venduta più volte, stuprata. Col nuovo padrone le percosse sono quotidiane, costrette ai lavori di casa ed essere sempre disponibili. Alla sua bimba viene dato un nuovo nome, secondo la dottrina coranica; viene picchiata anche se non piega bene la testa durante la preghiera. Le condizioni igieniche e di vita sono terribili. Un giorno Rania bagna il materasso, per punizione la madre deve uscire e stare a piedi nudi per ore sul selciato rovente. La tedesca sembra istigare il marito a punire anche la bambina che la infastidiva. Al-Jumailly lega la piccola alla finestra. Ci sono quasi 50 gradi, perde conoscenza. La slegano e la riportano dentro casa, ma non apre più la bocca per bere. Vanno in ospedale, troppo tardi ormai. Nora piange e si dispera, ma la sua padrona le punta una rivoltella alla tempia per farla tacere, annoiata dal pianto della madre. Dopo qualche giorno, al-Jumailly torna insieme ad altri combattenti di ISIS, dando a loro la schiava yazida.

Nelle aule di tribunale la tedesca JW si sarebbe difesa adducendo l’impossibilità di salvare la bambina senza ribellarsi al marito (che attualmente è processato a Francoforte).

Secondo quanto ricostruito, ci sarebbe già stato un processo in un tribunale di Daesh, che aveva ritenuto al-Jumailly colpevole della morte di Rania. Al-Jumailly rilasciato, però, era scappato in Turchia. Wenisch lo ha seguito, ma è stata arrestata e successivamente rimpatriata in Germania, dove ha partorito la figlia di al-Jumailly. L’uomo entrerà in contatto più volte con lei. La donna cerca di tornare ancora in Siria con la figlia di due anni, ma non sa che il suo contatto è un informatore dei servizi segreti che registra tutti i colloqui. Wenisch confessa che il marito ha lasciato morire la schiava, ma era solo una schiava. Racconta di aver avuto un ruolo di rilievo nell’organizzazione dello Stato islamico di Fallujah, facendo parte della polizia del costume di ISIS che si occupava di far rispettare i dettami del gruppo alle donne. Così, viene arrestata in una stazione di servizio ed incarcerata. Per la corte, J.Wenisch non ha fatto nulla per evitare la morte della bimba, una persona bisognosa di tutela, secondo il diritto internazionale, e che lei avrebbe dovuto garantire. Tuttavia, i giudici non hanno accolto la richiesta della procura generale per l’ergastolo. Dieci anni di carcere, che con la buona condotta potrebbero essere ridotti a due terzi, non sembrano adeguati per tanta ferocia reiterata e nessun rimorso. La Wenisch oggi invoca la presunzione di non colpevolezza e la possibilità di stare con la figlia, mentre in medio oriente era bestiale, come emerge anche dalla vicenda delle sue schiave yazide. Una donna che si è sentita realizzata solo nell’incutere il terrore in paesi stranieri martoriati dalla guerra, puntando il kalashnikov in faccia ad altre donne e bambini indifesi. Una donna che ha poco di umano e che fa vergognare il genere cui appartiene. Eccola qui la banalità del male che torna prepotente, presagio di un futuro che fa rabbrividire.

Amal Clooney era tra i difensori della madre della bimba. In difesa di un’anima innocente, ma anche di una minoranza crudelmente perseguitata.

Lo yazidismo è una religione antica di età precedente l’islam e ancora presente nei monti del Sinjar  (al confine con la Siria) nel nord-ovest dell’Iraq e nell’Anatolia sud-orientale. Stanziati in Armenia, Georgia, Siria e Iran. Molti degli yazidi residenti in Turchia sarebbero emigrati in Germania negli anni ’80, proprio a causa dei terribili genocidi. Pur popolando diverse aree dell’Iraq, appartengono all’etnia curda con cui condividono la lingua. La motivazione delle secolari persecuzioni sembrerebbe dovuta al sincretismo religioso tipico del loro culto, che contiene elementi ripresi poi in varie religioni, come lo zoroastrismo, l’accentuato esoterismo (riti di iniziazione, interpretazione dei sogni, trasmigrazione delle anime) il sufismo, il cristianesimo (battesimo, fractio panis e visita alle chiese), l’ebraismo e l’islam (circoncisione, digiuno penitenziale, abluzioni sacre, pellegrinaggi devozionali, divieto di mangiare certi cibi). Oltre ad essere accusati di apostasia, sono definiti adoratori del diavolo: il loro mito fondativo presenta infatti diverse analogie con le successive storie degli angeli caduti della religione cristiana e di quella musulmana, Lucifero e Iblis. Dall’antico culto preislamico, gli yazidi credono in un solo Dio primordiale creatore dell’universo, manifestatosi nei Sette Grandi Angeli, il principale dei quali è l’angelo caduto Melek Ṭāʾūs, dalle sembianze di un pavone. L’Angelo pavone è stato erroneamente sovrapposto poi dai musulmani a shaytan, cioè il diavolo che devia i veri credenti.

La repressione si è acutizzata nuovamente anche in tempi recenti, a seguito della persecuzione avviata dallo Stato Islamico. Un genocidio spietato di cui ancora troppo poco si parla. Nel 2014, la violenza di Daesh si è riversata sulla piana di Ninive distruggendo interi villaggi yazidi. Un brutale sterminio con oltre 12 mila vittime torturate e assassinate. Donne e bambini venduti come schiavi sessuali, deportati e sottoposti ad ogni tipo di abuso. L’ONU stima in decine di migliaia gli yazidi uccisi, catturati e venduti, oltre 200.000 sarebbero gli sfollati in cerca di salvezza. L’ascesa cruenta degli jihadisti, la guerra in medio oriente e l’epidemia di covid19 stanno assottigliando terribilmente la loro possibilità di sopravvivenza. Il genocidio del popolo curdo a minoranza yazida prosegue oggi davanti agli occhi di tutti, nel silenzio totale.

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