Pubblicato: dom, 13 Mar , 2022

La Dittatura in Bielorussia

da Radio Libertà a nonna Bahinskaja, le onde della contro-informazione

Alexander Lukashenko governa la Bielorussia in modo autoritario dal 1994 dopo aver accentrato su di sé ogni potere. Grazie all’aiuto russo ha azzerato ogni opposizione, e nel 2020, malgrado il mancato riconoscimento delle istituzioni internazionali e le proteste, si è autoproclamato presidente per la sesta volta. La sua lealtà nei confronti del Cremlino è stata ripagata negli anni con ingenti sussidi economici e commesse di combustibile. Il paese è formalmente indipendente dall’URSS dal 1991, ma di fatto perdura la stretta relazione con Mosca. Lukashenko sostiene l’impero di Putin, anche acutizzando le tensioni in Europa, come nel caso dei rifugiati dal medio oriente attirati con la promessa di salvezza, e poi spinti al confine con la Polonia. La nazione bianca si conferma vicino all’amico russo anche nell’intervento in Kazakistan. Qui nelle violente proteste numerosi dimostranti e poliziotti sono stati uccisi, oltre 4.400 manifestanti arrestati. Gli scontri hanno preso il via inizialmente a causa dell’aumento di prezzo del gas, fino a diventare poi espressione del malcontento verso lo Stato. Il sistema politico da anni vessa il Paese; Nazarbayev, “il sultano di luce” per tre decenni autocrate del Kazakistan, dopo le dimissioni nel 2019, è stato nominato ‘leader della nazione’ e ha mantenuto grande potere in qualità di capo del Consiglio di sicurezza nazionale. Il popolo ne chiede la sua definitiva uscita di scena. Il presidente kazaco Tokayev ha invocato quindi il supporto militare dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) per sopprimere le mobilitazioni. L’invio dei contingenti militari del Collective Security Treaty Organization (organizzazione guidata dalla Russia, con Kazakistan, Bielorussia, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan) vede Cremlino e Bielorussia schierate sul fronte comune per sostenere il regime kazako.

28 anni di dittatura in Bielorussia: la repressione delle opposizioni e della libertà non si è mai fermata. Censura e rivisitazione dei libri di storia, geografia, geopolitica. Spettacoli e musica solo se compatibili con il regime. Le manifestazioni del 2020 contro l’autoritarismo di Lukashenko e i brogli elettorali avevano acceso un faro su una situazione drammatica quanto silente. Ma la persecuzione sistematica di giornalisti e media, comprese le testate straniere, non ha agevolato la diffusione di notizie. “Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, i media indipendenti bielorussi hanno vissuto le più brutali repressioni dall’indipendenza della Bielorussia” (Reporter senza frontiere). Il numero di violazioni, secondo i dati raccolti dall’Associazione bielorussa di giornalisti nel 2020, risulta 8 volte superiore rispetto alla media del decennio 2010-2019. Nel 2021 l’unica organizzazione indipendente che rappresenta i giornalisti, BAJ, è stata sciolta dal regime. La polizia ha distrutto tutti i media indipendenti rimasti nella capitale e nel paese. Le autorità hanno chiuso almeno 275 organizzazioni non governative. Il governo ha deciso di arrestare tutti i referenti delle associazioni, dando caccia ai dissidenti e agli oppositori politici. Oltre 36 mila arresti in meno di dodici mesi. Viasna, la principale organizzazione per i diritti umani bielorussa, riferisce che sarebbero oltre 900 i detenuti politici. Le torture documentate sono oltre 4mila. L’ECCHR – Centro europeo per i diritti costituzionali e umani – e l’OMCT – Organizzazione mondiale contro la tortura – hanno presentato in Germania una denuncia contro 6 alti funzionari bielorussi accusati di crimini contro l’umanità (novembre 2021). Le autorità bielorusse hanno bloccato anche i conti correnti del PEN Center, la celebre organizzazione internazionale per la letteratura e i diritti umani, presieduta da Svetlana Alexievich, premio Nobel per la Letteratura costretta a fuggire. Nonostante lo sconcerto e le sanzioni UE, Lukashenko è sostenuto da Putin ed Erdoğan, sia politicamente che economicamente.

Restrizioni di accesso a internet, blackout della connessione, licenziamenti, procedimenti penali, oltre all’uso intimidatorio delle forze speciali di polizia sono alcuni degli strumenti con cui le autorità limitano la libertà del popolo.

Poche ore di areo ci separano da un mondo che ci appare lontanissimo. In Bielorussia si sopravvive con qualche ortaggio, patate, barbabietole e poco più. La vita è estremamente semplice e modesta, anche se la capitale Minsk è un piccolo centro culturale dall’aspetto moderno. Nelle periferie il sistema sovietico permea la quotidianità. Gli stipendi sono molto bassi, il paese è povero e tutti devono lavorare per raggiungere il minimo sostentamento. E’ l’unico paese europeo in cui vige ancora la pena di morte. Ad oggi lo stato risulta mancante di democrazia, di libertà civili e politiche. Anche i lavoratori non godono di pieni diritti, come quello di sciopero e di rappresentanza sindacale. Limitata anche la libertà religiosa, con un rapporto privilegiato tra lo stato e la Chiesa ortodossa bielorussa. L’economia del paese risulta in gran parte sotto controllo statale, il socialismo di mercato limita la privatizzazione e l’afflusso di investimenti esteri. Il sistema di istruzione vincola gli studenti a lavorare in Bielorussia per un periodo determinato di anni; è obbligatorio chiedere il permesso statale per andare in vacanza all’estero, o comunque spostarsi, con rientro tassativo nella data fissata dalle autorità. Il sistema di rappresaglie e persecuzioni che si ripercuotono su famiglia, parenti o amici, impedisce qualsiasi tipo di scelta autonoma. Oscurati programmi nazionali ed internazionali, tracciamento delle telefonate, bloccata la rete sui cellulari, controllati i social network. Le informazioni viaggiano in qualche modo nelle frequenze radio per aggirare il regime dittatoriale. Si usano le onde corte, come avveniva durante la guerra fredda. Ma i servizi al soldo del governo stanno oscurando anche le stazioni trasmittenti, disturbando le linee, imponendo solo certi programmi e un certo tipo di musica, ritornati in auge perfino i vecchi generatori di rumore. Nel 2020 dalla Polonia i radio-giornali hanno risposto modificando il loro palinsesto e introducendo programmi in lingua bielorussa dedicati alla situazione politica del paese. Trasmettono tre notiziari al giorno dalla stazione di solec kujawski 225 khz, con la potenza di 1000 kilowatt, tanto da rendere l’emissione ricevibile in tutta Europa. Parallelamente è cresciuta l’attività di Radio Liberty, emittente finanziata USA che trasmette a 1386 khz, dalla Lituania nell’ex impianto dell’american forces network.

La resistenza bielorussa continua ma basta poco, una parola sbagliata o un braccialetto colorato, per essere accusati dei reati di manifestazione non autorizzata ed estremismo. Chi è responsabile di canali telegram, e chi quei canali li segue, rischia l’arresto per diffusione di informazioni pericolose per la pubblica sicurezza.Tra i dissidenti e gli oppositori, vi sono anche i moderni partigiani i “Belarus Cyber Partisans” (o C-Partisans): un gruppo di esperti di tecnologia e sicurezza informatica, che viola le reti governative per sfilare e pubblicare informazioni e documenti, sabotare operazioni di sorveglianza e smascherare i crimini della polizia e del regime. I cyber partigiani lavorano a stretto contatto con Bypol. Il gruppo, nato a ottobre 2020, è uno dei più attivi e importanti della resistenza. Riunisce decine di ex-agenti di polizia che dopo le violenze hanno deciso di licenziarsi. Con il tempo l’iniziativa si è allargata e ha coinvolto anche avvocati, ex investigatori, pubblici ministeri, giudici, e porta avanti principalmente attività di contro-informazione. Se da una parte i C-Partisans approfittano di internet e delle competenze tecniche, dall’altra Bypol sfrutta una fitta rete di infiltrati nelle strutture governative dal Comitato di sicurezza nazionale, Kgb, al Ministero degli affari interni, fino al servizio di sicurezza del presidente. E poi c’è Nina Ryhoraŭna Bahinskaja, classe 1946, attivista per i diritti umani, diventata un’icona della resistenza. Armata dell’ex bandiera bianca e rossa, rigorosamente cucita a mano, e di un mazzolino di fiori, ha iniziato a manifestare sin dall’inizio, negli anni ‘90. “Sto solo camminando” è la sua risposta alla polizia antisommossa che tenta più volte di fermarla e portarle via la bandiera. Le hanno sequestrato il conto corrente per riscuotere le multe dovute alle sue denunce, il governo trattiene il 50% della sua pensione (l’importo pieno sarebbe di 200 rubli bielorussi – 68 euro). Fermata, incarcerata, vessata e minacciata, la nonna bielorussa non si ferma e continua la sua marcia contro la corruzione e la dittatura. Nel settembre 2020, Vogue l’ha definita “la madre della rivoluzione bielorussa”, impegnata per la libertà del suo paese.

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