Pubblicato: mer, 10 Apr , 2013

Io sono libera veramente, se lo voglio

Pubblica la sua foto sul social network più popolare, facebook, come risposta le scagliano una fatwa, un parere consultivo, un pro veritate

 

 

di Rosalba Barbato di Giuseppe

NEWS_126706C’è, esiste ancora, non solo una volta, Amina Tyler, che decide di estendere il collo,si proprio così, rinforza i muscoli, raddrizza le spalle , comincia ad adottare un buon portamento, sceglie di vivere con ottimismo provocante una situazione per lei insostenibile, la mancanza di libertà. Lei, Amina, una figlia disobbediente, una sorella ribelle, una ragazzina indomabile, una donna di origine tunisina, una persona coraggiosa che segue l’ispirazione suscitatole dalle Femen, un movimento di protesta internazionale di donne, che esercitano i muscoli pettorali esibendoli per rendere più chiaro il messaggio, per dire che la verità sul turismo sessuale, sulle discrimazioni sessuali deve riprendersi una parte ben visibile nella società. Lei prende l’iniziativa, decide di accogliere la spinta positiva che sente: ”io sono libera veramente, se lo voglio”. Cosciente che cosa questa scelta comporta, sceglie il coraggio, far sentire la sua voce, attraverso il silenzio assordante delle parole scritte sulla sua pelle nuda: ”il mio corpo è solo mio e non è la fonte dell’onore di nessuno”. Si fotografa e pubblica la sua foto sul social network più popolare, facebook, come risposta le scagliano una fatwa, un parere consultivo, un pro veritate. Per la verità, senza neanche guardarla negli occhi, senza averla mai vista, i detentori della fede e del decoro, i (suoi) Fratelli Musulmani, quello che si crede di rappresentare il padre quindi il volere divino, l’imam Adel Almi, le gettano addosso un verdetto pesante, ne chiedono la condanna a morte per lapidazione. La libertà non deve contagiare nessuna. Il suo esibizionismo (creativo) deve essere isolato, l’estremismo profano non deve offuscare la santa remissività. Troppo tardi. Nonostante le notizie su dove sia adesso Amina sono contradditorie, ( in casa sedata dai suoi genitori, no! il suo avvocato dice che sta bene, ancora no, è rinchiusa in un manicomio perchè ritenuta incapace di intendere e di volere. ) il 4 marzo è stata dichiarata di fronte agli occhi pudici la giornata della Jihad a seno nudo. Le orecchie sensibili che intendono e vogliono intendere hanno recepito un appello che a Palermo è stato accolto e firmato da SEL dal Coordinamento antiviolenza 21 luglio, dal coordinamento Pride, Sicilia Queer,dai Radicali Palermo, da Arcigay Palermo, i quali hanno fatto pervenire una lettera al consolato tunisino perchè ricevi una delegazione per consegnare il documento politico, che è il seguente. Amina ha occupato la scena pubblica con il suo corpo. Lo ha fatto come attivista Femen per rivendicare la libertà delle donne tunisine contro ogni forma di repressione, abuso, violenza di matrice fondamentalista e integralista. Nella sua pelle e nel suo corpo è scritto il futuro, la prospettiva di uno stato emancipato e libero da tentazioni confessionali; nella sua scomparsa, nell’assenza, nel silenzio è scritto il tentativo di una normalizzazione, la tentazione di una deriva conservatrice che rischia di annegare le speranze della primavera araba. Amina e il suo corpo sono la rappresentazione della crisi in cui versa la Tunisia post -rivoluzionaria, il simbolo delle difficoltà del paese di portare a termine il processo di transizione democratica.

Con l’esposizione e la riappropriazione del corpo, Amina sottrae tutte le donne e i tutti i loro corpi alla subalternità di una cultura repressiva e violenta, restituisce lo spazio e il luogo della lotta politica alle donne; riapre il discorso, il logos, sui diritti della persona, le libertà individuali, la cultura delle diversità. Dà fiato e risonanza agli echi di un percorso ancora in divenire, nato dalla piazza in maniera critica, collettiva, creativa e ancora non concluso, non avviato ad un esito. La scomparsa di Amina getta una luce sinistra sul processo di costruzione in senso democratico post-regime, e non può non essere collocata nella stessa logica di dell’annientamento dissenso ed eliminazione dell’avversario nella quale va altresì collocato l’omicidio dell’oppositore della sinistra laica tunisina Chokri Belaid, avvenuta poco più di un mese fa. Non possiamo dimenticare che la vicenda di Amina si gioca tutta in un quadro istituzionale incerto: l’assemblea costituente non ha ancora esaurito la sua funzione e il suo ruolo appare esautorato dalle pressioni del partito islamista Ennhada, che più volte nel corso di questi mesi ha fatto riferimento alla possibilità di introdurre la sharia nella Costituzione, di limitare i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne, attaccando le ragazze che non fanno uso del velo nelle scuole e nei campus.

La laicità e i diritti delle donne sono a rischio. La libertà e la sicurezza di una giovane donna sono a rischio. La scomparsa di Amina ci preoccupa. Per questo chiediamo che, al più presto, siano date notizie sicure ed incontrovertibili sullo stato di salute, sulle condizioni e sulla sicurezza di Amina. Chiediamo che Amina possa comparire in pubblico perché sia lei stessa a dire e a spiegare gli eventi di quest’ultima settimana che l’hanno resa protagonista assente di una vicenda dai contorni cupi e confusi. Crediamo possibile che la Tunisia, anche attraverso una chiara presa di posizione in favore di Amina e garantendo la sua libertà di espressione e autodeterminazione, possa costruirsi come Stato pluralista, libero, laico ed egualitario.

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