Pubblicato: mer, 25 Ott , 2023

Indagine Hydra: disvelato un consorzio tra cosa nostra, ndrangheta e camorra

Imponente operazione in Lombardia, 154 indagati e 225 milioni sequestrati in tutta Italia, ma il gip smonta l’impianto accusatorio.

Un sistema mafioso radicato nella capitale dell’alta finanza, un’alleanza tra clan di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, insieme per fare affari. È questo l’aspetto più significativo della nuova maxinchiesta condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Milano e di Varese, coordinata dalla Dda di Milano. Dopo anni di ricerche e intercettazioni, l’indagine Hydra, dal nome del mostro mitologico a più teste, conferma la vena sempre più affaristica e manageriale delle consorterie mafiose, ma il gip a sorpresa smonta l’impianto accusatorio. Il giudice, infatti nella sua ordinanza, di circa duemila pagine, ha accolto solo undici richieste di arresto su ben 154 proposte dalla Procura in una richiesta monster di oltre cinquemila pagine. Disposto il sequestro di oltre 225 milioni di euro, centinaia le perquisizioni in tutta Italia.

A dare impulso all’inchiesta della Dda sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia De Castro, figura di vertice del locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo (Varese) arrestato nel 2019 nell’operazione Krimisa. L’indagine si è subito allargata ad un sistema di tipo «confederativo» con la partecipazione di clan calabresi, siciliani e della camorra, romana in particolare, in un unico organismo di controllo, coordinamento e comando. Un’ipotesi accusatoria che la procura però, nonostante la pesante bocciatura arrivata dal gip, prova a rilanciare con un ricorso al Riesame già presentato, per chiedere l’arresto anche dei 143 indagati rimasti a piede libero.

Secondo gli inquirenti il «consorzio delle mafie» sarebbe composto da vari clan. Tra gli altri, quelli di ndrangheta legati al locale di Lonate Pozzolo, al locale di Desio (cosca Iamonte) e alla famiglia Romeo (detti Staccu, dal soprannome del capostipite Sebastiano) di San Luca. Per cosa nostra ci sono invece gli storici Fidanzati cosca dell’Acquasanta di Palermo, in parte migrata a Milano, e soprattutto i castelvetranesi, con i fedelissimi dell’ex latitante Matteo Messina Denaro. Nel corso delle indagini le ffoo rintracciano degli incontri avvenuti proprio a Campobello di Mazara, al bar San Vito a cento metri dal luogo che poi si scoprirà essere uno dei covi della primula rossa. Per i trapanesi ci sono Paolo Errante Parrino, detto zio Paolo, di Abbiategrasso, ben inserito nella politica locale e nel settore del gioco d’azzardo. Parrino è ritenuto il punto di riferimento del mandamento di Castelvetrano nel Nord Italia, secondo gli inquirenti, avrebbe mantenuto i rapporti con Matteo Messina Denaro “rappresentando il punto di raccordo tra il sistema mafioso lombardo e l’ex latitante”, “a lui trasferendo comunicazione relative ad argomenti esiziali per l’associazione mafiosa”. Anche per lui però è stata rigettata la misura cautelare e niente carcere. Di Castelvetrano sono anche gli imprenditori Rosario e Giovanni Abilone che mettono a disposizione del cartello oltre duecento società, anche estere, per riciclare denaro e accumulare milioni di euro con crediti fittizi. Poi ci sono i fratelli Nicastro, legati alla mafia di Gela, da anni presenti nella zona di Varese, i catanesi della famiglia Mazzei, già collegati alla ‘ndrangheta. Infine la parte romana, rappresentata da Vincenzo Senese, figlio di Michele. Le consorterie, secondo la tesi della procura, avrebbero creato un unico organismo con la partecipazione dei vari emissari per fondare un’organizzazione stabile e strutturata, con sistemi di auto-aiuto e sostentamento dei detenuti. Dalle risultanze investigative è stato possibile accertare come il sodalizio criminale abbia creato diverse società per approfittare dei bonus edilizi del 110 e per i fondi covid alle imprese. Sono indagati anche per estorsioni, traffico di armi e droga, importazione di petroli dall’Africa, gestione di parcheggi ospedalieri e forniture di auto, grazie anche alla disponibilità di diversi colletti bianchi.

La ricostruzione degli investigatori è partita dalla figura di Vincenzo Rispoli, considerato il capo del locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Originario di Cirò Marina, già condannato in appello nel 2021 nel processo nato dall’inchiesta Krimisa, sarebbe a tutti gli effetti il componente del sistema mafioso lombardo, con compiti di decisione e pianificazione delle strategie. Una figura di assoluto rilievo e spessore criminale, nonostante la detenzione al 41bis, Rispoli sarebbe riuscito ad impartire istruzioni e direttive precise a Massimo Rosi, finito in carcere, per la riorganizzazione del locale di Legnano, attraverso il figlio Alfonso Rispoli. La figura di Rosi è di primissimo piano: sarebbe lui, secondo gli inquirenti, il nuovo reggente di Legnano-Lonate Pozzolo. Lo stesso Rosi avrebbe svolto un ruolo di trait d’union tra il locale e le altre componenti del “sistema mafioso lombardo” e, in particolare, con il clan camorristico Senese e quello siciliano di Cosa Nostra dei Rinzivillo di Gela. Gli inquirenti individuano nella costellazione ndranghetista anche Filippo Crea, indagato in questo procedimento perché considerato referente del clan Iamonte nel Nord Italia, ruolo conferitogli direttamente dal padre, Santo Crea. Indagato anche Saverio Pintaudi, considerato un esponente, per l’area lombarda, della cosca di ‘ndrangheta Iamonte e facente parte del locale di Desio, collegato a quello di Melito Porto Salvo, nonché uomo di fiducia di Filippo Crea. Negli affari del gruppo criminale lombardo, secondo l’accusa, si sarebbe inserita anche la famiglia Romeo attraverso la figura di riferimento, Antonio Romeo di Locri (anche lui indagato) e nipote di Sebastiano Romeo “u staccu” capo del locale di ‘ndrangheta di San Luca.

“Il Consorzio era la mamma di tutti i gruppi. Una realtà che andava oltre la ’ndrangheta e ricomprendeva ‘ndrangheta, pugliesi, siciliani, campani. Milano e la Lombardia erano la terra di elezione di questo Consorzio”, spiegava un collaboratore di giustizia. L’unione di intenti tra le consorterie era già stata rintracciata in altre indagini. In un passaggio della sentenza Gotha, Antonino Fiume, pentito legato al clan De Stefano, racconta di questa élite mafiosa. La definisce «il Consorzio». E spiega che «si identificava in un organismo collegiale di vertice composto da più soggetti appartenenti alla ndrangheta, alla camorra, alla Sacra corona unita e a una parte di Cosa Nostra (…). I componenti di tale struttura di vertice, che aveva sede a Milano erano: per la ‘ndrangheta Franco Coco Trovato e Antonio Papalia (…). Il Consorzio veniva convocato e prendeva le decisioni che riguardavano le azioni criminose più delicate (…). Era una struttura nata per la gestione di tutto il traffico dello stupefacente». Ricorso alla violenza solo se e quando è estremamente necessario, le nuove mafie preferiscono passare inosservati e aggredire l’alta finanza. Limitati anche i summit, lasciati solo per le occasioni speciali come matrimoni e funerali. Si spara meno, ma aumentano i reati di bancarotte, bancarotte fiscali, bancarotte per distrazione, creazione di fittizi crediti d’imposta, speculazioni su ecobonus e i vari decreti emessi a seguito dell’emergenza covid, intestazioni fittizie e prestanome. Nuove strategie, occhi puntati sul business e un Consorzio tornato in auge per determinare sinergie. Un affare per volta e milioni per tutti.

Il Consorzio si riunisce, decide, apre società con capitali interamente versati da milioni di euro, investe nel settore petrolifero, lucra sui vari bonus, si infiltra all’Ortomercato, nelle Rsa e nei parcheggi di notissimi ospedali lombardi, pubblici e privati, appalti anche all’interno delle carceri, aggancia parlamentari di Fratelli d’Italia, tiene rapporti con i sindaci, con esponenti regionali della Lega e anche con personaggi come Lele Mora e Marcello Dell’Utri. Le risultanze investigative, tra la moltitudine di reati, accertano anche crediti fittizi e la creazione della International Petroli spa, a disposizione di tutto il consorzio mafioso, nelle cui casse come capitale sociale vengono accreditati oltre 300 milioni di euro. Il sistema è così descritto dai pm: “Gli Abilone utilizzano 200 società cartiere ubicate sia nel territorio nazionale che all’estero, al fine di generare fittiziamente crediti d’imposta, sfruttando anche le opportunità che fornisce la normativa del Reverse Charge, applicata negli scambi commerciali comunitari tra società nazionali e società estere. L’obiettivo è quello di realizzare un imponente apparato societario strumentale all’evasione iva generata dalla commercializzazione di prodotti petroliferi”.

“Le indagini hanno svelato l’esistenza di una organizzazione a struttura orizzontale all’interno della quale non esiste un vertice, ma più gruppi che si muovono parallelamente e che, in virtù di un accordo preventivo, assumono determinazione comuni funzionali allo sviluppo dell’associazione stessa”- scrivono i pm. Tuttavia, per il gip “non è stato possibile ricavare l’esistenza di un’associazione di tipo confederativo che raggruppa al suo interno le diverse componenti criminali – sottolinea il giudice. Assente la prova dell’esistenza del vincolo associativo tra tutti i sodali rispetto al sodalizio consortile, dall’altra, dell’esternazione del metodo mafioso che deve caratterizzare l’unione tra persone e beni, tale da assurgere al rango di un fatto penalmente rilevante”. Secondo il gip, “è emersa la presenza di contatti tra alcuni appartenenti alle singole componenti criminali, per lo più basati su specifiche conoscenze personali e in ogni caso afferenti a cointeressenze rispetto a singoli affari, talvolta leciti e talaltra illeciti, circostanza questa, che diversamente da quanto ipotizzato dalla pubblica accusa, non costituisce un elemento innovativo nel contesto lombardo”.

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