Pubblicato: ven, 14 Lug , 2017

Il bambino U ed il Queer, ovvero la fluidità di genere.

Negli anni ’80, la saggista e femminista Monique Wittig denunciava come il divieto di esistere al di fuori dell’eterosessualità strutturasse non soltanto la vita sociale ma anche quella intellettuale (The Straight Mind 1980).

 

Oggi in Italia moltissimi sono ancora costretti a nascondersi per proteggersi da critiche, giudizi, rappresaglie, in alcune zone anche pestaggi fino alla morte o suicidi indotti. La logica binaria secondo cui, scriveva l’autrice, «Tu sarai eterosessuale o non sarai», ritorna nella più attuale declinazione di Lorenzo Bernini, coordinatore del centro di ricerca Politesse – politiche e Teorie della Sessualità, dell’Università di Verona: «tu sarai eterosessuale, oppure la tua esistenza sarà impossibile» (Eterosessualità obbligatoria, L. Bernini).

Il paese che un volta era dei poeti e della cultura si trova nel 2017 a bisticciare per la censura di libri considerati “scandalosi”, messa all’indice, ritiro da scuole e biblioteche.

Nel resto del mondo le cose sono molto differenti. Su cosa verte il dibattito?

Il sesso biologico viene assegnato geneticamente durante la gestazione (xx, xy, ermafroditi e intersessuati) e determina gli organi sessuali che presentiamo alla nascita.

La sessualità si riferisce alle emozioni che vengono prodotte dalle relazioni interpersonali (chi ci attrae: orientamento sessuale etero, lesbico, gay, bisex, pansessuale, asessuale,…).

Il genere è l’aspettativa della società rispetto all’esercizio del sesso e della sessualità. Da chi ha il corpo di un uomo ci si aspetta che sia attratto dalle donne e si comporti come maschio.

L’identità sessuale (o di genere), invece, è la dimensione soggettiva del proprio essere, cioè il come ci sentiamo nel nostro io interiore. L’identità sessuale non sempre coincide con il sesso biologico che è stato assegnato alla nascita (transessuale: la persona non si sente nel corpo giusto, FtM o M2F).

La definizione di genere è stata creata per ordinare in gruppi persone, animali o cose aventi caratteristiche uguali. E’ una costruzione sociale, che siamo abituati a vedere in modo statico e definito. Il che sicuramente va bene per i compiti a scuola o per dei calcoli rigorosi, ma questa rigidità mal si adatta ai modi dell’essere. Se lo interpretiamo, invece, come un’indicazione mobile e flessibile, riusciamo ad intravvedere parte di quelle sfumature che caratterizzano la soggettività umana nella sua complessità.

Maschile e femminile non sono le due uniche metà di cui si compone l’umanità, ma i punti -estremi e ideali- di una scala cromatica che ogni persona in differenti culture e Paesi realizza. In questo senso, si dice che gli uomini e le donne cisgender (sesso biologico e identità sessuale coincidono) sono solo due tra le possibili variabili.

L’acronimo LGBT (lesbiche, gay, bisex, transgender, transessuali) si è ormai da tempo esteso, abbracciando orientamenti e identità diversi. Si sono, infatti, aggiunte una Q (queer), una I (intersex), una A (asexual) e un ‘+’ che apre le porte a tutte le altre sessualità, sessi e generi che non sono inclusi in queste lettere.

Queer comprende chi, non essendo né cisgender né transgender, esce fuori dal binario dell’identità di genere, talvolta abbracciando ambedue le sue estremità, talvolta allontanandosene del tutto. Forse proprio perché non è qualcosa di definito viene frainteso e temuto.

Eppure, in Canada, nella provincia dalle Columbia Britannica, nel novembre 2016 è stato registrato il primo bambino U al mondo, ovvero di genere “unassigned” (non assegnato) o “undetermined” (non determinato). La provocazione socio-politica arriva direttamente dal genitore che vuole lasciare al figlio la libertà di identificarsi in ciò che preferisce quando sarà in grado di farlo. Allo stesso tempo, però, mira anche a scardinare il sistema, «cambiare il modo in cui veniamo identificati, a partire dal certificato di nascita». Dopo aver adito la Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo, ora il Canada si sta muovendo per offrire una terza possibilità fuori dal binomio maschile/femminile nei documenti.

E se forse ad alcuni potrebbe sembrare fantascienza, per altri è già storia. Come insegnano antropologi ed etnografi, molte culture non occidentali, sia storiche che attuali, hanno una visione non binaria delle questioni di genere che risale a centinaia di anni fa.

Nella cultura del subcontinente indiano, le persone chiamate hijra non vengono considerate né uomini, né donne e hanno un ruolo di genere differente. Fra i nativi americani, esistono categorie di genere multiple e alcune persone vengono chiamate “due spiriti”. Nelle società polinesiane, le fa’afafine vengono considerate un “terzo sesso”: un genere sessuale naturale (Tamasailau Sua’ali’i, Samoans and Gender: Some Reflections on Male, Female and Fa’afafine Gender Identities, in Tangata O Te Moana Nui: The Evolving Identities of Pacific Peoples in Aotearoa/New Zealand. Palmerston North Nuova Zelanda, 2001).

Sharyn Graham Davies, professoressa dell’University Tecnology Western Australia, ha investigato la forma in cui le società non occidentali costruiscono il genere attraverso caratteristiche come il vestirsi, il modo di camminare o parlare. L’Indonesia, nel sud est asiatico, è uno tra i paesi più aperti, tanto che riconosce legalmente cinque generi distinti. Ama la fluidità di genere da tempi immemorabili. Graham ha passato molti anni studiando la cultura Bugi, il maggior gruppo etnico indonesiano, con tre milioni di abitanti a maggioranza musulmana. Nel loro idioma, i cinque generi si costruiscono combinando gli aspetti maschile/femminile biologici e psicologici: makkunrai donna femmina; oroani uomo maschile; calalai uomo femminile; calabai donna maschile; bissu sacerdote transgender. Secondo questa cultura, i generi non sono privativi o limitativi, ma flessibili. Interpretandoli come una traccia in costante evoluzione, è possibile uscire dalla riduttiva ideologia binaria maschile/femminile. In quanto costruzione sociale, i generi possono essere sempre modificati o ampliati, permettendo ad ogni individuo di essere ciò che si sente, senza doverlo stereotipare forzatamente in una delle due categorie.

Un’antica leggenda racconta che il mondo nacque con due bissu, che “discesi anche loro dal cielo, fecero sbocciare le cose: crearono il linguaggio, la cultura, tutto ciò che era necessario per far manifestare la realtà”. Essi esistono nella cultura Bugi sin da prima che l’Islam arrivasse in Indonesia nel 1200, vennero poi perseguitati ed uccisi dai fondamentalisti islamici e dai regimi comunisti della seconda metà del ‘900. Ancora oggi coprono un ruolo molto importante elargendo benedizioni, sentiti come figure speciali, non solo mix dei generi, ma unione di mortalità ed immortalità.

Queer” è un significante fluttuante, non fissamente determinato, proprio come i soggetti che rappresenta. L’inglese ed il tedesco rimandano al latino “torquere”, piegare, incurvare. Si oppone a quella eterossessualità “straight”, dritta retta, socialmente considerata normale e giusta. Storto e bizzarro, ma nel corso dell’Ottocento diventa checca o frocio, volendo renderlo dispregiativo. Nel Novecento gli attivisti, forti del loro passato, si riappropriano del termine. Oggi, non solo è un porto che abbraccia e accoglie tutte le imbarcazioni che vi approdano, ma è anche ancorato alla lotta contro sessismo, maschilismo, eteronormativismo, omofobia, transfobia, omonormatività e transnormatività.

I modi dell’essere sono molteplici e sono sempre esistiti, ciò che è cambiato nel tempo è la loro esplicitazione, accoglienza o rifiuto dalla società. Lo scrittore e accademico Lee Edelman parla, forse anche troppo pessimisticamente, di “realismo antisociale”, con il presagio che nè la cultura dei diritti, né la rappresentazione di movimenti LGBTQ, salverà i soggetti queer dalla negatività che essi rappresentano agli occhi degli eterosessuali, o dal disgusto che i loro atti sessuali suscitano presso l’opinione pubblica (Elementi di teoria queer, dall’ottimismo costruttivista al realismo antisociale, Lorenzo Bernini).

La paura del diverso rende aggressivi. Sentimenti ed idee possono essere condivisibili o meno, ma ognuno guarderà nel suo senza recare danno ad altri. Tutti dovrebbero essere liberi di esplicitarsi e vivere pacificamente come meglio si sentono. Basterebbe superare astio e pregiudizi, virando verso un’educazione che abbatta i muri ed insegni al rispetto di tutte le diversità.


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