Pubblicato: dom, 20 Lug , 2014

Dopo i tre giorni in via D’Amelio

Dalle giornate in memoria di Paolo Borsellino, tra vecchi e nuovi misteri

 

10566255_10202482258517437_1705642002_nDopo solo 57 giorni dall’attentato a Giovanni Falcone sull’autostrada che collega l’aeroporto a Palermo, all’altezza di Capaci, in cui persero la vita il giudice con la moglie e gli agenti della scorta, Paolo Borsellino fu ucciso in via D’Amelio e con lui c’erano Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Passarono solo 57 giorni tra le due stragi e dopo 22 anni i palermitani si ritrovano dal minuto di silenzio sotto l’albero Falcone in via Notarbartolo alla fiaccolata per Paolo, quando arriva il 19 luglio, improvvisamente sembra passato un solo secondo tra i due momenti e solo qualcuno di più dal 1992. Perché il dolore non resta sepolto tra i ricordi ma si rinnova e diventa rabbia quando ancora le risposte sono vaghe e la verità occultata. Intanto dalla politica arrivano le abusate parole che come piccole pezze cercano di rattoppare la tela fitta di mistero che ancora avvolge queste strazianti perdite. “Commosso e partecipe omaggio alla memoria del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta” scrive Napolitano al figlio Manfredi. Ma Paolo vive, vive ancora negli applausi commossi o indignati, nella luce delle candele in corteo fino sotto l’albero in via D’Amelio, nelle idee di chi si ispira al suo esempio, esempio che sembra svanire ogni volta che vengono in mente depistaggi, verità artefatte,  silenzi sulla sua agenda rossa, quella scomparsa dalla sua borsa il giorno dell’esplosione della bomba. Ieri Palermo ha ricordato tutto questo in una giornata ricca di fotogrammi che si porteranno per sempre dentro. L’abbraccio di Salvatore Borsellino a Massimo Ciancimino, lo sguardo di Nino Di Matteo durante l’intervento di Marco Travaglio, l’inno di Mameli intonato dal corteo, lo striscione con i semplici caratteri “Paolo vive”. L’amara constatazione che dopo anni, ci si ritrova sempre lì, con più dubbi e interrogativi di prima, quest’anno resi da Fabio Repici ,legale familiari vittime di mafia, che ha ripercorso la storia nel suo intervento “depistaggi e trattative” e da Marco Travaglio che insieme a Valentina Lodovini ha inscenato “Romanzo Quirinale” sulle intercettazioni tra Mancino e D’Ambrosio con una fedele ricostruzione dei fatti che vedono coinvolto il presidente Napolitano. Telefonate che non si devono sentire anzi non si possono perché c’è l’immunità(saltata fuori non si sa da dove). Cose che non vanno dette sulla trattativa. “Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo” ha dichiarato il presidente in risposta ai pm di Palermo che l’hanno chiamato a testimoniare sulla lettera che l’allora consigliere Loris D’Ambrosio inviò esprimendo il timore di “essere stato considerato un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. La verità è ancora lontana dall’essere definita una volta per tutte. Nel commemorare non si possono non fare riferimenti allo stato attuale delle cose. Dopo tre processi e nove gradi di giudizio, il Borsellino Quater è lì, mentre la politica delle parole è sempre pronta a dire no alla mafia. Tutto questo porta ancora il nome democrazia. Duramente si è espresso Di Matteo sugli attuali sviluppi: Oggi a distanza di 22 anni da quelle amare riflessioni, qualcosa è cambiato ma non certamente in meglio. In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico divenuto forza di governo nel 1994, poco prima ha annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con un imprenditore milanese che di quel partito politico divenne fin da subito esponente capitale. Oggi questo esponente politico, dopo essere stato a sua volte condannato per altri gravi reati, discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino al suo ultimo respiro”. Quel giudice, straordinario esempio di coraggio, le cui parole suonano più che mai attuali. “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. La strada Paolo l’aveva indicata, ci resta solo seguirla. “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e  misteriosa mafia svanirà come un incubo”.

 

 

 

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