Pubblicato: ven, 20 Gen , 2017

Disagi all’Ospedale “La Gruccia”

Pazienti nei corridoi del Pronto Soccorso in attesa che si liberi un posto nei reparti.

 

Lo spiacevole fatto che raccontiamo è avvenuto nei primi giorni, subito dopo le festività, di questo gelido mese di gennaio, in un periodo di epidemia influenzale.

L’anziana signora arriva al Pronto Soccorso dell’ospedale “La Gruccia”, tra i comuni di Montevarchi e San Giovanni Valdarno, una domenica sera. Proviene da una struttura di accoglienza della zona e le sue condizioni sono serie: si sospetta abbia una polmonite ab ingestis, avendo ingerito cibo per le vie respiratorie, e, considerata anche l’età avanzata, l’infiammazione desta preoccupazione.

Al Pronto Soccorso, nonostante il periodo, tuttavia appare una serata tranquilla: pochi pazienti in attesa, una giovane ragazza con una sbucciatura a un dito della mano e a cui certamente verrà dato un codice bianco, non si vedono in arrivo o in partenza neanche mezzi del 118.

Fatti i primi accertamenti di prassi, i parenti dell’anziana signora vengono chiamati e trovano la paziente in una stanzetta, ma le informazioni che ricevono sono alquanto generiche; comunque la signora, avvisa il medico di turno, passerà la nottata in Pronto Soccorso, ancora non si capisce bene se perché verrà tenuta in osservazione o perché non ci sono letti nei reparti. La mattina seguente, i parenti rinvengono la propria congiunta su di una barella in corridoio, insieme ad altri malati pur’essi posteggiati nell’angustia di spazi e tra l’affollamento di assistenti, congiunti, carrelli per le terapie e per il mangiare. Adesso sanno che è lì perché mancano posti letto disponibili. Con l’esperienza il personale si rende conto che la donna non può ingerire, ma non è ancora stato fatto un accertamento specifico. E la malata permarrà in quella condizione circa 24 ore dall’ingresso al reparto di primo intervento.

Ma alla fine di quella lunga attesa verrà “appoggiata” in un reparto diverso da quello a cui è assegnata. Gli infermieri “d’appoggio” avvisano i parenti che per qualsiasi informazione di ordine medico dovranno rivolgersi al reparto di destinazione che, fra l’altro, sta su di un piano diverso. Ma non tutta l’equipe medica del reparto assegnatole conosce lo stato della malata, solo una dottoressa detta appunto “d’appoggio” l’ha visitata.

E passa un altro giorno. Finalmente viene trovato un letto nel settore giusto e solo allora potrà essere fatta una diagnosi completa e decisi gli interventi adeguati. L’equipe sanitaria lavorerà bene, con professionalità, e la vecchia signora tornerà alla casa di accoglienza, certo per gli ultimi giorni di esistenza concessi dalle cannule che la tengono in quella parvenza di vita, ma questo non è colpa del disagio di un servizio sanitario che paga, anche in Toscana, la priorità data al risparmio invece che a un diritto, la salute, primario del cittadino. Eppure l’articolo 32 della Costituzione recita “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Quello che succede alla “Gruccia”, secondo i rappresentanti di Cresce San Giovanni, è che sono stati chiusi posti letto e reparti per consentire di smaltire le ferie al personale che, ridotto al minimo, non potrebbe godere del diritto al riposo senza la chiusura. Una situazione assurda che costringe il personale a lavorare in condizioni difficili, a sostenere la sanità pubblica sulle loro spalle e gli utenti ad avere un servizio meno buono. Sottolineano i rappresentanti di Cresce San Giovanni che nello stato di emergenza in cui si è venuta a trovare la struttura sanitaria sono mancati i direttori, poiché la direzione generale rimanda da anni la loro nomina definitiva.

Fulvio Turtulici

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