Pubblicato: mer, 7 Set , 2016

Chi sono gli immigrati

Storie che fanno riflettere, che dovrebbero far capire quanto sia mediocre l’egoismo.

 

C’è una piazza a Montevarchi, nelle belle giornate sempre illuminata dal sole, ariosa, spaziosa, inviterebbe a sostarvi e socializzare o magari solo fermarsi  a pensare. Ma è difficile trovarvi italiani, credo perché è un’abitudine degli immigrati sostarvi.

Sono convinti gli italiani medi che sia stata la presenza dei migranti a rovinare i loro sonni, che ricordano beati, di ignari  consumatori: “non sono un problema i negri? Mi svegliano mentre dormo sotto l’ombrellone”, odo dire un sessantino con un solo stipendio ma proprietario di un Suv e di tre case. Non hanno capito: sono stati lieti quando li hanno rimpinzati di bisogni indotti, adesso non si accorgono neppure che stanno privatizzando gli utili e socializzando le perdite; mentre il mestiere di farli cascare ancora una volta nel timore dei fantasmi lo esercitano agitatori populisti.

studenti-orientaleGisele ha 46 anni ed è congolese. E’ venuta in Italia per intraprendere studi religiosi; sono stati i padri carmelitani del Congo a indirizzarla alle suore della “Santa Famiglia”, ordine religioso di Roma. L’istruzione in luoghi tragici come il Congo è l’unico modo per emanciparsi ed è un diritto della persona, e un dovere di civiltà consentirla. Gisele ha studiato all’Università degli Studi di Firenze e quindi all’Università dei padri salesiani di Roma. Dopo un anno e mezzo, utilizzando la legge Bossi-Fini, ha convertito il proprio permesso di soggiorno da motivi di studio a motivi di lavoro e ha fatto la badante per una signora di 80 anni che abitava con la figlia, direttrice della Biblioteca Marucelliana, mentre il di lei marito era ingegnere della Nasa. E’ rimasta in quella casa per circa tre anni. Quindi ha conosciuto quello che sarebbe divenuto suo marito, italiano, con il quale ha due figli gemelli, un maschio e una femmina, che oggi hanno nove anni. Ha seguito il marito in Valdarno e, avendo già conseguito in Congo un diploma di taglio e cucito, si è data da fare e ha trovato lavoro presso una fabbrica che cuciva per le grandi griffe, ma che non le ha pagato un solo stipendio, tanto che tutti i lavoratori con lei si sono licenziati e ne hanno chiesto e ottenuto dal Tribunale il fallimento, ma attendono ancora quanto a  loro dovuto. Il secondo maglificio dove si è impiegata è stato chiuso per mancanza di lavoro. Dal terzo è stata mandata via per ristrutturazione, ma forse solo un espediente per non pagare il lavoro di cui hanno usufruito. Insomma non ha ricevuto molto e soprattutto un’immagine dequalificante del mondo del lavoro italiano. Ma questo lei non me lo dice, è una mia considerazione. Lei si è trovata un quarto lavoro e intanto si dedica al volontariato: è presidente nella popolosa frazione di  Levane di un’associazione che  si occupa di segnalare agli Enti locali preposti i disagi dei cittadini, come ad esempio evitare barriere architettoniche, ripulire giardini in dissesto e tanto altro per migliorare lo stato dei luoghi, il rispetto delle tradizioni e il recupero degli edifici  da tutelare, coinvolgendo anche altre culture del luogo per conoscersi e crescere come comunità interculturale insieme e con l’apporto di tutti, nel rispetto delle leggi e di ogni cittadino . Tiene anche corsi di catechesi alla parrocchia di Levane. Un esempio di amore per il luogo che l’ha accolta, ma mi confessa che mai come negli ultimi tempi ha avvertito diffidenza  da parte della gente, da persone che pure dovrebbero conoscere, dopo tanto tempo, e  tempo speso a convivere, il suo sentirsi, come mi dice, “anche un po’ levanese”.

Oggi c’è una regione che brucia per la follia degli uomini, che chiama tutti alle proprie responsabilità, che costituisce la questione più grave dei rapporti tra i popoli. Il mondo arabo e mediorientale è sconvolto, interi Paesi e comunità sono stati distrutti e l’Occidente ha avuto in ciò un ruolo determinante, le esistenze di quegli uomini e di quelle donne, di quei bambini, milioni di esseri umani, sono state cambiate per sempre dalle violenze e gli sconvolgimenti che sono iniziati nel 2003 con l’invasione dell’Iraq, poi accelerati dalle rivoluzioni e insurrezioni che vengono definite come Primavera araba, e che solo in Tunisia hanno avuto esiti positivi, e oggi i traumi continuano con i massacri e le devastazioni dell’Is, il terrore, le rivolte contro i regimi e gli errori delle potenze mondiali e locali ed anche con equivoci colpi di stato.

Emanuel ha 23 anni ed è giunto in Italia perché ha lasciato il Burkina Faso a soli 17 anni, all’età nella quale i nostri ragazzi fischiano alle coetanee; è partito poiché il padre non poteva più sopperire alle necessità della famiglia, una famiglia che per le condizioni di quel paese era stata discretamente grazie al lavoro del capofamiglia, ma ora i ragazzi non potevano andare a scuola per poter avere un avvenire discreto e le femmine non potevano raccogliere la dote per poter andare spose. Emanuel ha attraversato il deserto quasi per intero a piedi ed è stato frustato dai militari per derubarlo; non ci pensava nemmeno di venire in Italia e si è fermato in Libia ed ha trovato un lavoro e mandava soldi a casa. Ma in Libia è scoppiata la guerra civile ed Emanuel, come un fuscello, è stato spazzato via dalla furia dei combattenti; gli hanno puntato addosso le armi per deciderlo a fare anche lui la guerra e poiché ha rifiutato lo hanno caricato su un barcone, che come al solito aveva un carico maggiore di quello che potesse portare, guidato da uno che non conosceva neanche bene la rotta, e infatti il barcone dei disperati è naufragato, sono stati tutti salvati dai guardiacoste italiani. Oggi abita a San Giovanni Valdarno e ha imparato il mestiere di elettricista e ha trovato un lavoro a tempo indeterminato e tutti devono ammettere che è molto capace e socievole e con quello che manda in Burkina Faso i suoi fratelli sono tornati a scuola e le sorelle si sono sposate.

Hakim ha 21 anni ed è nato a Bengasi, in Libia, da padre libico e madre egiziana. È arrivato in Italia agli inizi del 2000, quando aveva dai tre ai cinque anni, non ricorda l’età precisa. Vi è stato portato dai genitori perché, a seguito di un prelievo di sangue effettuato in una struttura sanitaria libica con una siringa usata e infetta, aveva contratto una malattia gravissima, che mina talora per sempre la salute e la vita di relazione, specie di un bambino in così tenera età. Hakim era figlio unico allora e credo si possa capire come i genitori fossero disposti a tutto per sperare di poterlo curare in un paese vicino e con alta affidabilità sanitaria, specie in rapporto con la qualità dei servizi libici che, appunto, avevano causato la malattia di Hakim.

Aveva già viaggiato molto Hakim, nonostante la tenera età: dalla Libia in Egitto e quindi dall’Egitto di nuovo in Libia, dove il padre, al momento della malattia, lavorava come operaio specializzato per una grossa ditta che produceva tubi per la rete idrica di Bengasi, ma non veniva regolarmente retribuito. Dunque Hakim viene portato a Roma,all’ospedale S. Camillo crede di ricordare. Il padre e la madre ottengono il permesso di soggiorno per motivi familiari e per la durata di due anni. Non sono rilevanti le loro condizioni economiche, Hakim non sa come abbiano fatto a mantenersi, egli frequenta la prima e la seconda classe elementare. Dopo due anni il permesso di soggiorno scade, i genitori rimangono come clandestini e si trasferiscono in Puglia; Hakim resta per molto tempo senza cure,  la scuola, come dovuto, lo iscrive  ed egli può frequentare dalla terza elementare fino alla seconda media. Per un anno e mezzo lui e i suoi genitori vivono in mezzo ad una campagna in condizioni precarie, poi il padre si occupa in agricoltura. Dopo cinque anni riescono a riottenere il permesso di soggiorno,  perché intanto nasce  ad Hakim un fratello e pertanto i genitori hanno la tutela del minore. Si trasferiscono a Firenze dove Hakim finisce le scuole medie e successivamente si diploma come perito elettrotecnico.

Hakim ha avuto difficoltà a socializzare: l’indigenza economica unita al fatto di essere straniero, la condizione per molti anni di clandestino, l’aver dovuto cambiare sovente il luogo d’esistenza, la diffidenza e il sospetto degli altri gli hanno impedito a lungo di avere amici. Una volta diplomato non si sente stimolato a cercare lavoro, solo per accontentare le insistenze della madre manda qualche curriculum e una società di  marketing, che si occupa di promuovere Oxfam e Unicef, lo assume. Il lavoro a contatto della gente, la maggiore possibilità di conoscenze iniziano a risolvere anche i suoi problemi di comunicazione. Ma il pensiero di Hakim va anche alla sua famiglia rimasta in Libia. Alcuni suoi cugini, ragazzi di vent’anni, dice, hanno combattuto contro Gheddafi, cercando libertà, una educazione migliore, un avvenire meno cupo e chiuso, ma tornati in famiglia alla caduta del dittatore non hanno trovato pace, perché lo scontro tra le fazioni li costringe a una vita perennemente in fuga.

In altri luoghi del mondo globalizzato l’esistenza è dura ben più che nelle regioni in cui, più che soffrire per condizioni economiche e sociali disagevoli e talora drammatiche, ci si lagna.

Sami è un uomo originario dell’Europa orientale. E’ fuggito via dalla guerra civile. Negli scontri quotidiani di una guerra civile non solo non si sa se si potrà lavorare,  ma non si sa neppure se prima di sera si sarà ancora vivi, se lo saranno i propri figli e la compagna. Sami in Italia ha fatto il guardiano di maiali, un lavoro duro che gli italiani non vogliono certo  fare. E tuttavia la produzione di affettati e il commercio della carne assicurano ottimi guadagni ad allevatori e produttori italiani. Soltanto i migranti guardano gli animali, la puzza dei maiali non va via né dal naso, né dalle vesti, pare si attacchi al corpo del guardiano. Col duro lavoro senza orari e festività e con l’aiuto della moglie che è colf, Sami ha raggiunto una condizione economica dignitosa, pensa di comprare una casa. Ma adesso dicono che è perché ha rubato il lavoro agli italiani. Eppure sono gli italiani che si rifiutano di badare agli animali.

Arta è albanese ed è arrivata in Italia, a Firenze, nel 2003 con un sogno: laurearsi. Non aveva altre possibilità che venire in Italia per realizzare le sue speranze; in Albania il livello universitario è più scadente. Ha dovuto imparare la lingua frequentando le scuole serali perché durante il giorno doveva lavorare per mantenersi. Arta, oltre tali difficoltà, ha dovuto affrontare l’ostilità verso gli stranieri: a volte sull’autobus, sentendola parlare un’altra lingua, si alzavano e si allontanavano da lei. Ma si è iscritta all’università, facoltà di farmacia. Non è stato facile: doveva ogni anno mantenere una media voto tale che le consentisse di ottenere la borsa di studio, altrimenti non le avrebbero rinnovato il permesso di soggiorno. Ma Arta ce la fa e rispettando i tre anni di corso. A 21 anni ha già conseguito la laurea breve. Inizia a lavorare in una farmacia e intanto intraprende i due anni di specializzazione e la ottiene rispettando i tempi. E intanto fonda ed è presidente di una associazione di studenti albanesi che si occupa di aiutare gli studenti stranieri nelle tante problematiche che incontrano e promuove la cultura del suo popolo e l’integrazione con le altre culture. Studiare, lavorare, essere straniera: non è stato agevole allacciare rapporti con coetanei e persone italiane e tuttavia dice di volersi sentire cittadina fiorentina. Sostiene che la sua non la considera una vicenda speciale. Guardo Arta, la sua faccia pulita, di giovane donna libera e determinata, non è sporca e cattiva come vorrebbe delle albanesi gli italiani medi.

Ecco, questi sono i migranti: uomini e donne e dunque talora fragili, tal’altra più forti, hanno aspirazioni e il diritto di poterle perseguire, coltivano sogni e hanno il diritto di poter tentare di realizzarli e hanno il diritto di vivere e di farlo in pace e in modo dignitoso, come qualsiasi altro essere umano, e come qualsiasi altro di poter cercare dove ciò sia loro possibile.

Non si possono ignorare i problemi, ma questi sono i migranti: sangue nuovo immesso nel corpo sociale perché non invecchi, non si logorino le idee, non avvizziscano i principi che si irrobustiscono dal confronto. E non afferma la civiltà cristiana, che proclamano di difendere, tramite le parole del suo Signore: “perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi, ero forestiero e mi avete accolto”?

Fulvio Turtulici


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