Pubblicato: ven, 14 Lug , 2023

Camorra: condannato a 24 anni Antonio Moccia

il processo di primo grado durava da 12 anni, il clan Moccia è tra i più potenti nel panorama nazionale

Antonio Moccia, tra i presunti capi dell’omonimo clan, egemone a Napoli e a Roma, è stato condannato a 24 anni per camorra. Il processo di primo grado durava da 12 anni, un record incredibile nella piena strategia del clan di minare la stabilità del palazzo di giustizia. Il dibattimento ha subito rallentamenti, rinvii, deposito continuo della lista testi a ogni cambio del collegio. Nonostante tutte le interferenze, secondo il tribunale partenopeo, il Moccia è stato a capo del clan che ha il suo feudo ad Afragola e il suo cuore operativo nella capitale. Potere egemone accertato per almeno sei anni, dal 2004 al 2010. Negli anni Ottanta, Antonio Moccia uccise il presunto assassino del padre in Tribunale a Castelcapuano, quando non aveva ancora compiuto 14 anni. A luglio 2023 arriva il primo grado che lo inchioda nell’ambito mafioso e della camorra.

Quando nel maggio del ’76 viene ucciso in un agguato il capofamiglia Gennaro, subentrano al potere la moglie Anna Mazza divenuta la temutissima “vedova nera” con i figli, che si vendicheranno uccidendo uno ad uno tutti quelli coinvolti nell’omicidio del padre. Una guerra che durerà trent’anni, una catena infinita di vendette e lutti. Il loro impero ha le radici nella provincia nord di Napoli e che da decenni esprime il livello più alto della criminalità mafiosa. Un numero imprecisato di omicidi, estorsioni, intimidazioni rappresentano un passato da cui oggi la famiglia di Afragola prende le distanze. Per gli inquirenti, invece, quello dei Moccia resta un clan potentissimo che estende la sua influenza ben oltre il territorio di provenienza. Dominano il settore degli appalti pubblici, che condizionano da anni a livello nazionale e sempre più alto, il narcotraffico e business che si estendono su vasta scala. Il clan a base familiare è diretto dal nucleo dei fratelli Angelo, Luigi, Antonio, Teresa e suo marito Filippo Iazzetta, che si alternano alla guida. Luigi Moccia, detto Gigino, ’o colletto bianco, e Angelo si trovano al 41bis per mafia. La sorella Teresa è stata scarcerata, mentre Antonio era libero fino all’aprile 2021, quando è stato arrestato.

«Un clan in grado di permeare così profondamente il tessuto connettivo sociale da riuscire a plagiare le coscienze e l’economia condizionando le consultazioni elettorali, influenzando gli esiti di vicende processuali complesse mediante strategie difensive come la corruzione di testimoni e collaboratori di giustizia, e infine sostenendo proposte legislative finalizzate al riconoscimento dei benefici di pena ai cosiddetti dissociati», si legge nelle carte di una delle ultime inchieste della procura di Napoli.

Antonio Moccia è stato arrestato nell’aprile 2021 nell’ambito dell’operazione interforze “Petrol-Mafie spa” del Ros e dello Scico della Guardia di Finanza, coordinata da quattro procure: Catanzaro, Reggio Calabria, Napoli e Roma. La maxi inchiesta si è snodata in due grandi filoni, uno seguito a Roma e l’altro a Napoli. A Roma, Moccia doveva difendersi dall’accusa di autoriciclaggio insieme al cugino Coppola, broker del settore. Per i pm avrebbero reinvestito nella Max Petroli di Anna Bettozzi (vedova dell’imprenditore Sergio Di Cesare e nota alle cronache mondane come Ana Betz), denaro di provenienza illecita. A Napoli, invece, Moccia non è finito a processo per i traffici di carburante. La sua assenza in quel procedimento è stata pesante, tanto da essere definito “convitato di pietra alla mensa di questo processo”, scrive il gup, considerando che il procedimento ruota tutto intorno ai suoi presunti investimenti nei traffici di petroli, nel settore dei distributori di benzina e dei depositi di carburante. Dalle risultanze investigative emerge che attraverso una serie di operazioni societarie, il gruppo di Moccia entra in rapporti con la “Max Petroli SRL” (poi MADE PETROL ITALIA SRL – di Anna Bettozzi), che aveva ereditato l’impero di un noto petroliere romano. La società ottiene forti iniezioni di liquidità da parte di vari clan di camorra, tra cui quelli dei Moccia e dei Casalesi, aumentando in modo esponenziale il volume d’affari, passato da 9 milioni di euro a 370 milioni di euro in tre anni, come ricostruito dal “III Gruppo Tutela Entrate” della GdF di Roma su delega della Dda della Capitale. Secondo quanto è emerso dalle attività investigative, la società sarebbe stata utilizzata non solo per il riciclaggio di denaro, ma anche per i classici sistemi di frode nel settore degli oli minerali, attraverso la costituzione di 20 società “cartiere”, per effettuare compravendite puramente cartolari in modo da eludere le pretese erariali sull’IVA. Il vantaggio economico consentiva anche di rifornire i network delle c.d. “pompe bianche” a prezzi ancor più concorrenziali. I soldi provenienti dalle attività illecite dei clan venivano reinvestiti in settori economici legali, come quello dei petroli, per produrre altri proventi illeciti attraverso le frodi fiscali: un effetto moltiplicatore dell’Illecito che finisce per annichilire la concorrenza, soprattutto per i prezzi alla pompa troppo bassi. Lady Petrolio è stata arrestata nel maggio del 2019, mentre era a bordo di una Rolls Royce alla frontiera di Ventimiglia, diretta al Festival di Cannes. In quella occasione la Guardia di Finanza la trovò in possesso di 300.000 euro in contanti e nel corso di una perquisizione in albergo a Milano le furono trovati altri 1,4 milioni. Al centro delle inchieste romana e napoletana, figurava la società Max Petroli di cui era amministratrice Bettozzi, indicata come perno del sodalizio criminale. La società è poi stata trasformata nella Made Petrol Italia diretta dalla figlia Virginia Di Cesare, ma secondo gli investigatori è rimasta sempre controllata dalla madre. Nell’ottobre 2022 Bettozzi è stata condannata a 13 anni e due mesi di reclusione. In tutte le inchieste è stata evidenziata la “nefasta sinergia” tra mafie e colletti bianchi.

Moccia viene indagato per trasferimento fraudolento di valori e autoriciclaggio, perché ritenuto socio occulto e co-amministratore di un’azienda da lui finanziata, la New Service srl (attiva nel commercio dei prodotti petroliferi e proprietari di diverse pompe di benzina), le cui quote erano formalmente intestate al cugino Alberto Coppola e alla figlia Silvia. Fondata nel 2014, secondo gli investigatori la società era amministrata di fatto da Coppola e Moccia, senza il coinvolgimento della donna, “la quale non emergeva mai in alcuna delle attività di gestione degli affari, pur essendo titolare della maggioranza delle quote”, si legge nelle motivazioni. Anzi, “solo Moccia Antonio aveva potere decisionale riguardo l’esecuzione dell’investimento, essendone coinvolto in prima persona sul piano finanziario”, sia nel versare la caparra per rilevare un deposito, sia nell’aumento di capitale della società da 10mila a 500mila euro nel maggio 2016. A processo Moccia non c’è, ma si parla di lui, dei suoi soldi, dei suoi commerci, del rispetto che incute nei suoi collaboratori e quelli con cui stringe affari.

Oltre a questi due procedimenti, ve ne è un terzo a Vibo Valentia, sugli interessi della ‘ndrangheta nel traffico di carburante. “Con riferimento ai Casamonica e ai clan napoletani Coppola poteva assumere un tono di superiorità (…), a proposito dei Piromalli e Mancuso, invece, Coppola raccontava di essere entrato in affari con essi grazie proprio al potente cugino Moccia Antonio”. “Il rapporto tra i potenti Piromalli-Mancuso della Locride e il clan Moccia e il suo uomo di punta Antonio era paritario, con piena comunanza di intenti e identica disponibilità degli uni e degli altri a investire fiumi denaro in ogni forma di affare lecito o illecito che potesse condurre a ingenti profitti”.

“Moccia Antonio, i cui trascorsi criminali sono noti e assodati, viene descritto da più parti come uno dei capi del sodalizio, assieme a Luigi [Moccia] e, comunque, colui che ha grande voce in capitolo sulle scelte economiche e militari della sua famiglia e del clan, pur essendo particolarmente accorto a comparire il meno possibile”, scrive il gup. La sua figura “viene trattata da tutti con riverenza e timore”, è chiamato l’ingegnere, il parente oppure il piccirillo, essendo il più giovane tra ai suoi fratelli. Secondo il tribunale, dalle conversazioni intercettate emerge come “a lui andasse manifestato il massimo rispetto, perfino i suoi sodali provavano una non trascurabile apprensione, preoccupatissimi di provocarne le ire”.

Il clan Moccia, tra i più importanti e potenti del panorama camorristico, è noto per l’abilità nello stringere patti con esponenti di rilievo dei settori pubblico e privato, infiltrando politica, istituzioni e forze dell’ordine, per agevolare profittevoli investimenti di capitali illeciti nell’economia, legale e illegale, dai petroli alle ferrovie, edilizia, ristorazione, alberghi, appartamenti in zone prestigiose e auto di lusso, a cui si aggiunge ovviamente il business degli appalti. Quella dei Moccia è una confederazione camorristica di vaste dimensioni, per numero di affiliati ed estensione del territorio controllato: Afragola, Casoria, Arzano, Caivano, Cardito, Crispano, Frattamaggiore, Frattaminore e tutti i comuni della cinta nord di Napoli, in contatto con i Casalesi. E poi Roma, dove sono in amicizia fraterna con i Senese. Sempre con protezioni eccellenti. «Questi hanno soldi e potere politico inimmaginabile», diceva il sodale Gargiulo: «Non è camorra, questi stanno a livelli istituzionali, politici, con i tribunali».

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