Pubblicato: gio, 9 Gen , 2014

Attilio Manca in quei giorni non era in ospedale

Clamorosa svolta nel caso dell’urologo barcellonese: il medico era assente dal Belcolle nei giorni dell’operazione di Provenzano a Marsiglia

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Attilio Manca insiema ai genitori

Attilio Manca, il giovane urologo trovato morto nella sua casa di Viterbo nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004, non era in ospedale nei giorni del ricovero di Bernardo Provenzano a Marsiglia. A rivelare ieri sera questo importantissimo dettaglio, che getta nuove ombre sulle modalità con le quali sono state condotte le indagini, non sono stati gli inquirenti, bensì il programma di Rai Tre “Chi l’ha visto?”, che si è sempre occupato della vicenda.

Il giornalista Paolo Fattori ha confrontato un verbale della squadra mobile viterbese, all’epoca dei fatti coordinata da Salvatore Gava, con i fogli di presenza dell’ospedale Belcolle, dove Attilio lavorava. Ad emergere è stata una sconcertante discrepanza. Nella relazione che porta la firma di Gava, il medico risultava di turno all’ospedale nei giorni in cui il boss si trovava in Francia per sottoporsi ad un’operazione alla prostata. Dai registri dell’ospedale, al contrario, si è scoperto che l’urologo siciliano non era presente al nosocomio di Viterbo nei giorni 25, 26 e 31 ottobre 2003, e il 30 se ne era andato via intorno alle 15:30, prima quindi che terminasse il suo turno. Dove si trovasse in quei giorni e in quelle ore è ancora un mistero, ma per la famiglia tutto ciò è un ulteriore conferma che le indagini sulla morte di Attilio sono state condotte in questi anni con modalità assolutamente lacunose e incomplete e, in più, dà forza alla tesi che hanno sempre sostenuto e cioè che il brillante chirurgo originario di Barcellona Pozzo di Gotto si fosse recato proprio a Marsiglia per operare Provenzano (ricoverato nella cittadina francese dal 22 ottobre al 4 novembre e operato il 31 ottobre) e per questo, diventato ormai un testimone scomodo, eliminato.

Le sostanziali differenze tra i fogli di presenza dell’ospedale di Viterbo e la relazione firmata da Gava, dimostrano come quest’ultimo documento riporti il falso. Difficile, infatti, pensare ad un errore commesso in buona fede dall’agente di polizia. La stessa trasmissione di Rai Tre ha fatto riferimento alla condanna a tre anni e otto mesi di reclusione inflitta a Gava in via definitiva, nonché alla sospensione dal servizio. Il poliziotto, nell’ambito del massacro alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, aveva redatto un falso verbale che giustificava il blitz degli agenti e in cui si riferiva al ritrovamento, all’interno dell’istituto, di alcune molotov. Bombe artigianali che in realtà non si trovavano affatto nella scuola. Inevitabile allora chiedersi: Gava ha redatto un rapporto falso anche per il caso Manca,? E se sì, perché l’avrebbe fatto? Storie intricate e intrecciate che in dieci anni hanno messo in piedi un enigma, al quale oggi va aggiunto un ulteriore tassello. La madre di Attilio ha sempre nitidamente ricordato e sostenuto di aver ricevuto dal figlio due telefonate dalla Costa Azzurra alla fine di ottobre, in cui parlava di un non meglio precisato intervento a cui avrebbe dovuto assistere. «Perché la Procura di Viterbo non si è mai preoccupata di richiedere i tabulati telefonici?», chiede da anni la signora Angela. Altro mistero: di quelle conversazioni non c’è più traccia nei tabulati. La Procura viterbese, poi, non ha mai voluto legare la morte di Manca alla figura di Provenzano. «Per noi la questione è chiusa – afferma il procuratore capo Alberto Pazienti. – Con l’udienza preliminare (fissata per il 13 gennaio, ndr) avremo forse la conferma di quello che a noi risulta chiaramente e cioè l’uso della sostanza stupefacente. Nessuna telefonata è sparita dai tabulati e le impronte sulle siringhe non sarebbero state rilevabili neanche nell’immediatezza dei fatti. Non mi parlate di Provenzano perché non mi risulta, né ci credo. Se vogliono riproporre la questione andassero alla Procura nazionale antimafia. Viterbo non c’entra. Per noi il caso Manca non è più un caso».

La famiglia però non ci sta e continua la sua battaglia alla ricerca della verità e della giustizia sulla morte di questo medico che, nonostante la giovane età, era già diventato un luminare nella tecnica in laparoscopia. Negli stessi giorni in cui si si trovava molto presumibilmente in Francia, Provenzano, ancora latitante, si recò in una clinica di Marsiglia sotto il falso nome di Gaspare Troìa per sottoporsi all’intervento di rimozione del tumore alla prostata. Non è poi così strano pensare che il boss volesse a sua disposizione il migliore dei chirurghi in circolazione. Tanti, troppi dettagli fanno pensare proprio a questo scenario.

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