Pubblicato: ven, 1 Ago , 2014

Argentina fallita, rischiano anche alcuni italiani

Nuovo default argentino. Meno pericoloso di quello di 12 anni fa ma anche stavolta rischiano alcuni investitori italiani

 

Cristina Fernández de Kirchner, presidente dell'Argentina

Cristina Fernández de Kirchner, presidente dell’Argentina

L’Argentina è in default, di nuovo, la seconda volta in 12 anni, un vero e proprio record.

Ma il fallimento di oggi ha qualcosa in comune con quello del 2002? Dovrebbe preoccupare l’economia mondiale come quello dello scorso decennio?

Rispondiamo alla prima domanda. Il default di oggi non ha nulla a che fare con quello, catastrofico, del 2002, anche se ha origine proprio in quel fallimento. Buenos Aires, il 31 luglio, è stata costretta a dichiarare il default tecnico, nonostante in conferenza stampa il ministro dell’Economia abbia usato un arzigogolato giro di parole, perché si è rifiutata di pagare 1,5 miliardi di obbligazioni dovute a due hedge fund americani. Ovviamente il problema non è la cifra, relativamente bassa, dovuta ai due fondi ma il fatto che se l’Argentina avesse pagato, come imposto da una sentenza del tribunale, allora sarebbe stata costretta a sborsare circa 20-30 miliardi di dollari a tutti i creditori che negli anni passati avevano accettato la ristrutturazione del debito rinunciando a gran parte dei soldi investiti.

Elliott Capital e Aurelius Capital, i due fondi protagonisti della vicenda, chiamati con disprezzo fondos buitres (fondi avvoltoio) nel Paese sudamericano, rifiutarono, sia nel 2005 che nel 2010, la ristrutturazione del debito e chiesero, adendo le vie legali, che fosse loro riconosciuto l’intero ammontare del credito. Il tribunale di New York, competente in materia in quanto l’Argentina decise al tempo di usare la piazza americana per vendere al meglio i suoi titoli, ha dato ragione ai due hedge fund. In virtù della cosiddetta clausola Rufo, che prevede che qualora uno dei creditori venisse soddisfatto interamente allora anche coloro i quali hanno accettato la ristrutturazione del debito avrebbero diritto ad ottenere il credito per intero, accettare la sentenza sarebbe equivalso ad un suicidio per l’economia di Buenos Aires.

Dalla Casa Rosada assicurano che tutti gli altri creditori non coinvolti nella vicenda verranno pagati regolarmente e che non c’è rischio per le aziende e istituti che hanno investito in Argentina. In realtà c’è poco da stare sereni, la sentenza del tribunale ha probabilmente anticipato una cosa, il fallimento, che appariva inevitabile. L’economia argentina è allo sfascio, il Governo della Kirchner ha finora stampato moneta per pagare i debiti alimentando un’inflazione che ha raggiunto un tasso del 30% annuo, ha inoltre portato avanti, come i predecessori, una politica fiscale ed economica allegra, lassista e clientelare che ha aggravato la recessione di cui non si vede la fine. L’Argentina, che dal 2002 non ha ancora accesso ai mercati internazionali, con la decisione di andare nuovamente in default, vedrà allontanarsi ancora la data del possibile ritorno sulle piazze di scambio, impossibilitandosi così a finanziare la sua economia. Motivo questo, l’isolamento finanziario, che però azzererà gli effetti del default argentino sull’economia globale.

Problemi invece per i creditori, non solo istituti di credito ma spesso famiglie e lavoratori. Nonostante le assicurazioni del Governo, sono alte le possibilità che anche chi aveva accettato la ristrutturazione veda i suoi risparmi andare in fumo definitivamente. Tra questi anche circa 400mila di italiani che, magari per assicurarsi una pensione serena, avevano investito i loro risparmi in titoli argentini negli anni ’90 e che ora, dopo aver rinunciato a circa il 70% del dovuto, rischiano di perdere anche il resto. Non saranno certo le assicurazioni di un Governo che normalmente stampa moneta per pagare e che è stato accusato da quasi tutte le istituzioni internazionali di falsificare i dati sull’economia a poterli rassicurare.

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