Pubblicato: lun, 2 Nov , 2015

A un passo dal regime.

In Turchia  l’Akp di Erdogan ha di nuovo la maggioranza. Consultazioni elettorali che solo un silenzio complice potrebbe considerare regolari.

Nelle elezioni anticipate del 1 novembre l’Akp, il partito di Erdogan, ha ottenuto il 49,46% dei voti, ma ha una netta maggioranza di seggi, 315 su 550, 40 in più del necessario per governare in autonomia. Gli mancano solo 15 seggi per modificare in senso presidenzialista la Costituzione turca.
turchia elezioniIl partito socialdemocratico, il Chp, ha conseguito il 25,4% dei suffragi, pari a 134 seggi e lo schieramento nazionalista Mhp ha guadagnato il 12% percentuale e 41 seggi. Il partito dei curdi, l’Hdp, che nelle elezioni del 7 giugno, 4 mesi fa, sbarrò, con il suo risultato storico, 13%, e l’ingresso in Parlamento, ad Erdogan il passo verso la maggioranza e il mutamento della Costituzione, questa volta ha preso il 10,4% dei consensi, superando d’un soffio la soglia di sbarramento e assicurandosi 59 seggi. Ha perso quasi un milione di voti.
A Diyarbakir, la città principale del Kurdistan turco, le forze di polizia hanno lanciato lacrimogeni sui manifestanti che dimostravano contro intimidazioni e brogli e hanno represso duramente le proteste. Sono stati segnalati, a Suruc e Ankara, attentati contro attivisti filo-curdi. L’agenzia filo-curda Firat ha riferito di un blocco dei militari lungo la strada che collega il centro principale curdo al distretto di Lice. I curdi sono andati a votare tra i blindati ed hanno trovato seggi che erano stati spostati.
Gli osservatori hanno segnalato, in tutta la Turchia, la presenza di militari dentro le sezioni elettorali e le difficoltà opposte al loro compito. Le elezioni, dunque, appaiono irregolari.
Il pesante clima intimidatorio e la sospensione del diritto di espressione libera del pensiero ha gravemente inficiato tutta la campagna elettorale. Una settimana prima dell’apertura dei seggi è stato annunciato lo stop alle trasmissioni di 7 canali di opposizione dall’operatore satellitare di Stato, Turksat.
A quattro giorni dal voto, sparando gas lacrimogeni e getti d’acqua contro i dipendenti, agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione, all’alba, nelle sedi di due emittenti televisive dell’opposizione per oscurarle e hanno imposto nuovi vertici al gruppo editoriale Koza  Ipek, di cui le televisioni fanno parte, considerato ostile al Sultano Erdogan. Le tv dell’opposizione sono state commissariate con provvedimento d’urgenza della magistratura serva, come ovviamente la polizia, del presidente turco e così zittite.
Quattro giorni prima delle votazioni, dunque, è avvenuto il blitz dei militari. Un gruppo di redattori che si era asserragliato negli studi per fare uscire l’ultima voce di libertà è stato fatto sgombrare con la forza e alcuni di loro e di impiegati amministrativi sono stati feriti. Centinaia di manifestanti, tra cui deputati, che volevano esprimere solidarietà ai giornalisti sono stati brutalmente dispersi.
A due giorni dalle elezioni gli amministratori nominati dal Tribunale di Ankara, che ha affidato la gestione del gruppo ad un’amministrazione controllata, hanno bloccato anche la pubblicazione dei due quotidiani controllati dal gruppo Koza Ipek, vale a dire il Bugun e il Millet.
Ben 200 giornalisti sono in carcere in Turchia, mentre Fethullah Gulen, oppositore del regime e sostenitore della stampa d’opposizione, è stato incluso dal ministero degli Interni nella lista dei terroristi più ricercati, insieme ai leader del Pkk curdo. Le autorità di Ankara offrono ricompense fino a 4 milioni di lire turche(circa 1,2 milioni di euro) a chiunque fornisca informazioni utili alla loro cattura.
Nel frattempo, durante tutto il mese precedente alle consultazioni, le tv di Stato, in mano al Sultano, hanno dedicato il 90% delle trasmissioni al presidente e al suo partito l’Akp(59 ore su 66).
Il 10 ottobre due kamikaze si sono fatti esplodere in mezzo a un corteo di pacifisti uccidendone oltre 100. I manifestanti protestavano contro l’intensificarsi del conflitto che l’esercito turco conduce contro il Pkk. La manifestazione aveva tra i maggiori organizzatori il partito curdo del Dhp. Il comportamento del governo turco è stato particolarmente ambiguo: ha subito preteso il silenzio stampa e ha condotto in modo inadeguato le indagini, ma cercando di attribuire l’attentato a un “cocktail” di movimenti terroristici e tentando di tirarci dentro il Pkk, nonostante il fatto che nella strage il Dhp ha perso due suoi esponenti e i curdi siano i più fieri nemici dell’Isis, al contrario del governo Erdogan, sempre indefinibile ed equivoco contro il terrorismo. Ebbene, appena aperte le urne elettorali il 1 novembre, subito il governo ha annunciato l’inopinata uccisione di 50 membri dell’Isis in Siria, di averne feriti una trentina e di aver distrutto almeno 8 loro postazioni.
Bulent Kenes, editorialista del quotidiano Zaman, colpito da un ordine di arresto lo scorso 9 ottobre, poiché alcuni suoi scritti sono stati giudicati diffamatori nei confronti di Erdogan, ha detto. “Quella a cui assistiamo è la rottura dello Stato di diritto e la negazione di un diritto fondamentale:quello di esprimere la propria opinione liberamente”. Mentre l’ong internazionale Human Rights ha sostenuto che “dai giorni del colpo di stato militare del 1980 non ci sono state misure così drammatiche per bloccare e impedire il controllo democratico del potere”.
Questa è la Turchia di Erdogan. Ce ne sarebbe abbastanza per una presa di posizione netta da parte dei governi occidentali. Ma Stati Uniti ed Europa sono alleati del Sultano: si preparano a bombardare insieme in Siria, i quindici di Bruxelles hanno deciso di accettare il piano d’azione congiunto per la gestione dei flussi migratori, che la Commissione europea aveva negoziato con il governo turco. Dunque, dopo il voto, un silenzio complice caratterizza il  comportamento dei governi.
Per cui gli esponenti dell’Akp si sentono sicuri. Già proclamano: “partito unico al potere e più poteri al presidente; è la sola via per la crescita del Paese. Un sistema presidenziale su misura per la nostra amata Turchia”. Mentre in una intervista, Ahmet Misbah Demircan, presidente del partito di Erdogan a Beyoglou, alla domanda sul prossimo obiettivo, ha risposto lapidario “ora che Erdogan ha ottenuto la maggioranza, può fare quello che vuole. La gente si fida di lui. Non perderemo tempo in discussioni politiche sterili”


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