Pubblicato: gio, 30 Gen , 2014

42 anni fa la Bloody Sunday

Il 30 gennaio 1972 l’esercito britannico apriva il fuoco contro i manifestanti di Derry, una strage mai vista nelle democrazie occidentali
Un murales, a Derry, in ricordo delle vittime della strage

Un murales, a Derry, in ricordo delle vittime della strage

Nell’Irlanda del Nord, denominata anche Ulster, ovvero la parte dell’isola rimasta sotto il controllo britannico dopo l’indipendenza irlandese del 1922, negli anni ’60 vi fu una recrudescenza della violenza. A combattersi erano i nazionalisti o repubblicani, perlopiù cattolici, di origine irlandese e fautori di una riunione con la Repubblica d’Irlanda, e unionisti o lealisti, perlopiù protestanti, di origini britanniche e sostenitori dell’unità con il Regno Unito. Oltre agli estemporanei scontri di piazza tra giovani si fronteggiavano, in armi, da una parte l’IRA (Irish Republican Army) che colpiva spesso obiettivi militari britannici e unionisti e dall’altro l’UVF (Ulster Volunteer Force) e l’UDA (Ulster Defence Force) che, al contrario, colpivano la popolazione civile nell’intenzione di bersagliare i membri dell’IRA.

Il governo nordirlandese, in teoria neutrale tra le due fazioni ma in realtà spesso vicino e connivente anche con i più violenti gruppi unionisti, aveva approvato una serie di norme eccezionali per provare a mettere un freno alla violenza. Tra i provvedimenti, quello più contestato, era il cosiddetto internment, ovvero la possibilità, per le autorità, di imprigionare qualcuno sulla base di un semplice sospetto senza processo ma solo con l’approvazione del Ministero degli Interni dell’Irlanda del Nord. Facile intuire come gran parte degli “internati” fossero cattolici o nazionalisti sospettati di essere membri dell’IRA e pochissimi gli unionisti.

Domenica 30 gennaio 1972 le organizzazioni di difesa dei diritti civili si erano date appuntamento a Derry (Londonderry per gli unionisti) per una marcia per chiedere la fine dell’internment e il ripristino dello Stato di Diritto. La manifestazione stava procedendo senza intoppi finché il 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito inglese, appostatosi dietro alcune palazzine vicine al percorso del corteo, avendo l’ordine di disperdere la manifestazione in quanto “non autorizzata”, e con l’obiettivo di arrestare alcuni sospetti appartenenti all’IRA, non decise di aprire il fuoco sui manifestanti. Il risultato furono 14 feriti e 14 morti di cui 6 minorenni.

Il massacro avvenuto sotto lo sguardo di tv e giornalisti provocò lo sdegno dell’opinione pubblica. A seguito dei fatti che fecero passare alla storia come Bloody Sunday (domenica di sangue) quel giorno, il governo britannico istituì una commissione d’inchiesta che però si limitò, di fatto, a sottoscrivere la versione dei militari che affermavano di aver aperto il fuoco per legittima difesa L’insabbiamento non fece altro, ovviamente, che esacerbare gli animi e molti cittadini nordirlandesi si spostarono naturalmente sulle posizioni più radicali, tant’è che l’IRA in quei giorni ebbe grosse difficoltà per gestire l’incredibile afflusso di nuovi affiliati. La risposta dei nazionalisti spinse, dall’altro lato, il governo di Londra ad esautorare il parlamento locale esercitando il direct rule (governo diretto) aumentando i poteri di esercito e polizia e quindi aumentando lo scontro.

Bisognerà aspettare il 1998 per avere una nuova commissione d’inchiesta e il 2010 per vederne i risultati, il documento finale condannerà senza appello l’esercito inglese colpevole di aver sparato su cittadini innocenti e disarmati. Sicuramente una delle pagine più nere per la Gran Bretagna, una delle più antiche democrazie e patria dell’habeas corpus.

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