Pubblicato: gio, 4 Feb , 2016

Un Paese immodificabile.

Massoneria, crimini, finanza, politica, amicizie, omertà e tresche.

 

C’è una fiction così vecchia nel Belpaese che “Un posto al sole” al confronto è un infante della materna. Il continuo ripetersi di episodi corruttivi, delinquenziali nella vita pubblica, finanziaria, politica, imprenditoriale suscitano, al primo rivelarsi, indagini giudiziarie che alimentano scandali mediatici; poi tutto, lentamente ma inesorabilmente, si assopisce: le indagini giudiziarie quasi sempre si arenano tra le nebbie, così che i media possano dimenticare. Tutto dura il tempo del clamore. La società civile e politica non fa alcuna pulizia mai, come mendichi abbandonati che trascinino con sé le proprie sozzure, e si riprende a rivoltolarsi insieme agli innumeri tumori mai asportati. E di tempo in tempo, inevitabilmente, essi tornano a putrescere.

carboniE’ il caso, uno dei tanti, di Flavio Carboni. Dagli anni ’70, più o meno da quarant’anni, la sua ombra compare nelle vicende e faccende di questo Paese. Ha intrattenuto rapporti con l’agente segreto deviato Francesco Pazienza, con il capo della P2 Licio Gelli, il boss mafioso Pippo Calò, l’ex gran maestro della massoneria Armando Corona, nonché l’allora imprenditore Silvio Berlusconi, un po’ il sale dell’Italia malata, con il quale è stato socio in affari per il progetto “Costa Turchese”, noto anche come “Olbia 2”. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Flavio Carboni e Licio Gelli si sono occupati di numerosi investimenti di denaro sporco per conto di Pippo Calò, referente finanziario dei Corleonesi. Antonio Mancini, esponente della banda della Magliana, asserì ai giudici che Carboni costituiva “un anello di raccordo tra la banda della Magliana, la mafia e gli esponenti della loggia P2”. E’ stato imputato per l’omicidio di Roberto Calvi e per altri crimini. E’ stato definitivamente condannato nel 1998 a 8 anni e 6 mesi di reclusione per concorso nel fallimento del Banco Ambrosiano, ma di reclusione ha fatto qualche giorno, non si capisce per quali meriti dell’uomo.

Ebbene, non se n’è andato, non è scomparso, non è stato cancellato dalla vita pubblica, come è norma di qualsiasi Stato di diritto, anzi gode della fiducia di vecchi e nuovi lorsignori. Il nostro personale di rilevanza pubblica e che si pretende dirigente, sia che abbia l’età media di 90 o 40 anni, è invariabilmente decrepito, la società civile è ormai gravata di metastasi purulente. L’8 luglio 2010 è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti dell’energia eolica in Sardegna e, a seguito della legge Anselmi sulle società segrete, con l’accusa di costituzione della P3, insieme, tra gli altri, a Denis Verdini, determinante sostenitore prima di Berlusconi ora di Renzi, e Marcello Dell’Utri, condannato definitivamente per mafia. Si tratta di un’organizzazione sospettata di condizionare il funzionamento degli organi costituzionali.

Ma evidentemente Flavio Carboni deve essere un uomo che continua a tenere, mi si passi il francesismo, per gli attributi, benché cascanti, buona parte della cosiddetta classe dirigente. Infatti, nel 2014 Pierluigi Boschi, allora vicepresidente di Banca Etruria, nonché tuttora padre di Maria Elena, ministro per le riforme costituzionali e per i rapporti col Parlamento, lo ha incontrato tre volte a Roma, insieme a Valeriano Mureddu, a lungo abitante a Rignano sull’Arno paese natale e di varie attività della famiglia Renzi, affinchè gli segnalasse una persona adatta a ricoprire la carica di direttore generale di Banca Etruria.

Il posto si trovava vacante, poiché nel febbraio 2014 Banca Italia aveva concluso la terza ispezione nell’istituto aretino, contestando numerosi rilievi ai vertici per la gestione della banca e certificando la drammatica situazione finanziaria in cui versava, suggerendo un rapido salvataggio mediante la fusione con un altro istituto di credito e un rapido rinnovo dei vertici. Ma il suggerimento non fu seguito e si optò per il commissariamento. Nel marzo 2014, tuttavia, la Pretura di Arezzo inviò la Guardia di finanza, mentre era in corso il Consiglio di amministrazione di Banca Etruria, per perquisire gli uffici e notificare avviso di garanzia a tre componenti del Cda: presidente, direttore generale e un dirigente. La rimozione del Consiglio, dunque, fu provvedimento inevitabile.

E allora Pierluigi Boschi, già sanzionato per la gestione quanto meno allegra dell’istituto di credito, pensò, con impropria iniziativa personale, di rivolgersi, per intercessione dell’amico Mureddu, ad una persona evidentemente da lui ritenuta qualificata a indicare una personalità capace di riportare la banca nell’alveo della correttezza: Flavio Carboni, pregiudicato e indagato. E dal cilindro di Flavio Carboni, infatti, uscì il nome di Fabio Arpe; ma, ahimè, Banca Italia espresse parere negativo, dato che l’uomo indicato per il risanamento della banca aretina era stato multato dalla Vigilanza già nel dicembre 2012 per la vicenda della Marzotto Sim, indagata con l’accusa di omesse dichiarazioni di redditi per 71 milioni di euro.

Ma che faccia tengono i difensori acerrimi delle misere botteghe, che si indignano, come fossero vergini votate alla purezza, per un giornalista che definisce ciò che sta accadendo come “intrecci incestuosi”? Se fossero scaltri prenderebbero e starebbero zitti: qui si potrebbe sostenere che si tratti della danza macabra di massoneria, mafie, corruzioni e famiglie d’affari su di un corpo sociale da depredare finchè dura.


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