Pubblicato: mer, 10 Ago , 2022

UE non approva la riforma Cartabia sul penale

La nuova legge sul processo penale e i pericolosi coni d’ombra in ambito corruzione.

L’avviso era già arrivato da molte voci autorevoli, le riforme della giustizia così approvate non portano a nulla di buono. Non sono state sufficienti le considerazioni di studiosi ed esperti in materia, né è valso che si siano espressi negli ultimi mesi i maggiori magistrati antimafia del Paese, dal procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri, ai consiglieri togati del CSM Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, fino a passare per l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato o l’ex procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho. Nessuno di loro si è risparmiato nel sollevare illogicità e pericolosità strutturali del testo di riforma, che hanno analizzato e demolito punto per punto. Giudici, avvocati, professori, giuristi, parenti di vittime di mafia hanno espresso le loro più che ovvie critiche alle riforme.

Numerosi i punti controversi, tra cui anche l’esasperazione della presunzione di innocenza (con relativi impedimenti operativi) e l’apertura verso la possibilità degli imputati di esperire procedimenti nei confronti del proprio pm, censura e blocco di informazioni, con un vero e proprio bavaglio ai magistrati. Il governo italiano, però, ha proseguito fino ad approvare velocemente le riforme, che incredibilmente sono già legge.

Inizialmente sembrava che fosse un diktat europeo, oggi è la stessa Europa, bocciando la riforma Cartabia, a smentire la pretesa vantata dal governo. L’Europa ha esortato una giustizia civile efficiente e una riforma penale in grado di velocizzare i processi, mentre la Commissione europea nel capitolo dedicato all’Italia della Relazione sullo Stato di diritto 2022 non si perde in perifrasi e cassa l’operato del nostro ministro della giustizia. La riforma così formulata, nel concreto, elimina i processi e non li abbrevia.

Nel documento annuale redatto dalla Commissione di Bruxelles, si leggono durissime considerazioni sia sulla riforma del processo penale che su quella del sistema giudiziario. In particolare si sottolinea che l’improcedibilità può mettere a rischio “l’effettività del sistema giudiziario” soprattutto “in relazione alla lotta alla corruzione, specialmente nel grado d’appello”. Serve «uno stretto monitoraggio per assicurare che i processi per corruzione non si interrompano automaticamente in grado d’appello». La riforma include previsioni, applicabili ai reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, che introducono limiti temporali massimi per concludere i processi in Corte d’Appello e Corte di Cassazione, altrimenti il caso verrà archiviato: a questo punto però, i processi per corruzione, riflette la Ue, sono proprio tra quelli che in appello possono estinguersi automaticamente dopo due anni, a meno che il giudice non richieda una specifica estensione.

Con giudizi tranchant che non lasciano grandi margini, la Commissione inchioda l’Italia al ruolo di “osservato speciale” sulla giustizia di qui ai prossimi anni. Nel documento europeo si legge come «il CSM e gli altri soggetti interessati hanno espresso preoccupazioni sul fatto che alcune norme possano comportare un’indebita influenza sull’indipendenza dei giudici». In particolare, la legge introduce anche una valutazione professionale dei magistrati che, tra le altre cose, terrà in considerazione il raggiungimento dei risultati attesi dai dirigenti dei Tribunali, nonché la possibilità di iniziare l’azione disciplinare in caso di mancato adeguamento alle indicazioni dei dirigenti sul modo in cui raggiungerli. Inoltre, la valutazione professionale terrà in conto la conferma delle sentenze nei gradi successivi.

In base agli standard europei, la ricerca di una maggiore efficienza non dovrebbe affatto «compromettere l’indipendenza del potere giudiziario», sottolinea ancora la Commissione Europea. Nell’abstract la relazione ricorda anche che nel nostro Paese “diverse proposte di legge volte a rafforzare la prevenzione della corruzione sono ancora sospese”, come la legge sulle lobby, il progetto di legge sul conflitto di interessi e il mancato recepimento della direttiva europea sul whistleblowing.

Bruxelles auspica, dunque, una revisione dei testi già divenuti legge. Appare evidente, d’altra parte, come una normativa così devastante per il nostro paese non doveva essere disegnata, approvata e giustificata, nemmeno per l’acquisizione dei finanziamenti del pnrr.

Sorprende, tuttavia, e non poco, che tali riforme arrivino proprio da una ex giudice nonché ex presidente della Corte Costituzionale, giurista e docente universitaria. Se in alcune circostanze si può presumere, infatti, che la stesura degli elaborati normativi sia delegata ad altri per evidenti incapacità o impreparazioni dei ministri in carica, in questo caso il quesito che sorge è di ben altra caratura.

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