Pubblicato: sab, 4 Giu , 2016

Quando “gli altri” ci danno l’esempio

Mentre in tutti i canali televisivi impazzano filippiche contro lo straniero, gli extracomunitari a Palermo danno esempio di cittadinanza

 

C’è una frase ricorrente dei pennivendoli italioti: “alle nostre regole”. Allora vediamole le “nostre regole” a cui dovrebbero attenersi i richiedenti asilo, gli extracomunitari.

081739812-db29660f-0a56-43da-8b21-5ab6930467cdE’ accaduto nel quartiere Ballarò, uno dei mercati storici nel centro, nel cuore antico di Palermo. Commercianti bengalesi in regola con le leggi e altri cittadini regolari di differenti nazionalità venivano presi di mira da un clan di malavitosi che spadroneggiavano nel quartiere con minacce, estorsioni, rapine, ferimenti. Hanno avuto il coraggio di denunciarli. Una storia senza precedenti: la denuncia collettiva contro il pizzo di un gruppo cospicuo di migranti che vive a Palermo. Un esempio di civiltà e di cittadinanza responsabile a coloro che parlano di “terra nostra”, ma la lasciano marcire nelle mani dei delinquenti. Loro e non gli “italiani” hanno permesso alla Polizia, alla squadra mobile diretta dal commissario Rodolfo Ruperti di poter intervenire e compiere il proprio dovere.

Non è stato facile agli agenti eseguire gli arresti dei malviventi, sono stati costretti a fare ricorso alla collaborazione dei vigili del fuoco per disserrare porte che non venivano aperte, a usare perfino la sega elettrica. Questo poiché il quartiere “degli italiani” è rimasto indifferente, in silenzio, nessuno dei residenti italiani ha parlato, forse ostili dato che “i nivuri” hanno denunciato “i nostri”, i bianchi. “Alle nostre regole” omertose, insomma; così a Palermo, così a Roma, così a Milano: così all’alba nei paesi nebbiosi della Padania quando i caporali arrivano a comprare gli emigranti costretti a lavorare al nero, chissà forse pure per le grandi opere dell’alta velocità; così come è avvenuto per Sara, lasciata che bruciasse viva a Roma tra l’indifferenza dei passanti; così nelle campagne coltivate a serre di Vittoria e dintorni, dove le raccoglitrici rumene, dopo essersi dovute spaccare la schiena dall’alba alla sera per pochi centesimi a profitto dei padroni italiani, per quegli stessi padroni vengono portate di notte con la costrizione nei casolari per venire stuprate. Le “nostre regole” sostanzialmente uguali dai quartieri degradati alle ville e agli attici di lusso acquistati con i soldi degli elettori o per mezzo di quelli sottratti alle opere pie per i bambini malati.

Nel centro di Palermo, dunque, gli immigrati subivano ogni tipo di vessazioni: tentati omicidi, pestaggi, rapine, minacce, insomma taglieggiamenti sistematici e terrore e tali violenze avevano chiare connotazioni razziali; i taglieggiamenti servivano anche per il finanziamento dei carcerati e comunque i malviventi dimostravano e imponevano la loro autorità di tipo mafioso a tutto il quartiere e “l’educazione” dei “nivuri” era uno dei metodi per il consenso. A tre nigeriani è stato dato fuoco alla casa dove dormivano, e con loro dentro, perché avevano rimproverato alcuni bambini che giocavano a pallone accanto alla loro abitazione, solo per un miracolo non sono arsi vivi. In una intervista, il commissario Ruperti ha parlato, riguardo al comportamento degli italiani, di “scelta del silenzio interessata: perché le vittime erano gli extracomunitari e loro non si sono immischiati”. Già: non immischiarsi è una de “le nostre regole” fondamentali.

Dunque, ci sono voluti gli extracomunitari per recuperare una delle regole cardine di qualsiasi civile convivenza e non è la prima volta. La decisione è maturata dopo  l’ennesimo sopruso: il ferimento di un giovane originario del Gambia. Allora le “altre nazionalità” hanno denunciato i taglieggiamenti sistematici, le intimidazioni, gli “italiani” sono rimasti muti, sordi e ciechi, eppure Emanuele Rubino, uno della banda dei taglieggiatori, nell’occasione del ferimento del giovane di colore ha passeggiato per via Maqueda, nel centro affollato della città, con la pistola in pugno, tanto che le telecamere di sorveglianza lo hanno immortalato in quel consentito e accettato atto di autorità criminale.

Fulvio Turtulici


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