Pubblicato: lun, 29 Lug , 2013

Lo Sport può ancora salvarci?

Mogol e Fernandez, due sognatori che cedono il passo, ma non sono secondi a nessuno

 

di Benvenuto Caminiti 

Nazionale Cantanti vs Miccoli All Star - Charity MatchLo sport può ancora salvarci dai nostri peccati capitali o è diventato esso stesso il peccato peggiore e non più redimibile? L’ultimo baluardo a difesa di certi valori, degli ideali che ci hanno aiutato ad andare avanti nella vita, a riscattarci da vergogne e miserie, è sempre stato lo sport, uno qualunque, dal più popolare, come il calcio, al meno frequentato come il cricket o il curling: la competizione, all’insegna del “vinca il migliore”, ha sempre rappresentato nella storia dell’Uomo, il modo migliore per mostrare il meglio di sé. Nella vittoria e, forse ancor di più, nella sconfitta: un esercizio, un tirocinio indispensabile per forgiare, prim’ancora del corpo, lo spirito.
Cosa sarebbe il viver sociale, la comunità, senza lo sport? Andrebbe in tilt ad ogni scintilla, anche la più insignificante. Invece, per stare insieme, uniti come un gruppo, da una parte i compagni, dall’altra semplicemente gli avversari, basta una partita di pallone: vincere o perdere, diventa un dettaglio, chi vince esulta e chi perde accetta la sconfitta. Nella speranza di porre un argine, sia pure effimero e illusorio, all’interminabile conflitto fra israeliani e palestinesi, qualcuno pensò di “farli stare insieme” per un paio d’ore in una partita di calcio e venne subito preso per pazzo: “Vuoi che dal calcio passino subito ai calci. quelli, per quanto si odiano, si ammazzano anche a mani nude”.
Ma il “pazzo” quella volta era, come spesso succede ai “pazzi”, un uomo di genio e fantasia. E con un cuore grande così. Quell’uomo era Mogol, uno dei fondatori della “Nazionale Italiana Cantanti”, che da un trentennio, organizzando partite di calcio, raccoglie fondi in giro per il mondo. Fondi necessari, indispensabili per regalare un sorriso e una speranza là dove da sempre c’è povertà e disperazione. Mogol nel 2000 ebbe la stupefacente idea di organizzare una partita tra la sua Nazionale e una squadra assolutamente inedita, una squadra composta da giocatori israeliani e palestinesi. Puntando sul carisma personale e, soprattutto, sull’immensa popolarità acquisita e sulla e sul credito che negli anni la sua Organizzazione si era meritata, nel giro di pochi mesi riuscì a superare i tanti ostacoli che gli si erano frapposti. Dovette lottare soprattutto contro i pregiudizi dell’uno e dell’altro fronte. Le risate di scherno e le brutali porte in faccia da parte dei “vip” che tentava di coinvolgere nel progetto, lui le aveva messe in conto, e proseguì imperterrito per la sua strada. Nel giro di pochi mesi la partita era bell’e organizzata e fu capace di catalizzare l’attenzione e l’ammirazione di tutto il mondo: come succede ai sogni, lungamente sognati, che alla fine diventano realtà.
Quello di Mogol venne realizzato all’Olimpico di Roma, stracolmo di spettatori entusiasti, come nemmeno la finale di un Campionato del Mondo. Quella sera lo sport – anzi lo SPORT, scritto a caratteri cubitali – fece davvero da volano per la pace nel mondo: almeno per una notte, una lunga indimenticabile notte. Ma i sogni, si sa, muoiono all’alba e già la mattina seguente israeliani e palestinesi ricominciarono a farsi la guerra. Fu dunque un sogno inutile quello di Mogol, poeta abituato a sognare e a far sognare gli italiani con le canzoni di Battisti? Certamente no, perché noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e se voliamo, pur solo con la fantasia, è come vivere di più. Come vivere due volte. E non importa se, dopo ogni volo, c’è la ricaduta, quel che conta è riprovarci sempre e per farlo lo sport – come successe nel 2000 con la squadra di israeliani e palestinesi inventata da Mogol – è il veicolo più potente e fascinoso. Che tuttavia di . sportivo rischia di non avere più nulla, se da anni si parla più delle partite truccate che di quelle vinte , perse o pareggiate; se, ad ogni classifica venuta fuori dal campo, si devono apportare le rettifiche, determinate dalle sentenze della Procura Federale; se il campione della tua squadra del cuore, per il quale hai delirato tutta una vita, alla fine scopri che non era vero niente, che il tuo amore era un amore sprecato perché quello le partite se le vendeva, prima ancora di scendere in campo. Tradire la regola principale dello sport, che è la lealtà, è come rendere l’anima al diavolo: è il peccato peggiore di un uomo, una vergogna difficile da cancellare, perfino da dimenticare.
Come le grandi vittorie nello sport epico per eccellenza, il ciclismo, dove autentici miti come Coppi e Bartali hanno segnato la storia d’Italia, e non solo quella sportiva. Ebbene, il cancro della corruzione ha ghermito anche il ciclismo e i suoi eroi. E così si scopre che leggende come l’americano Armstrong e il nostro meraviglioso Pantani hanno vinto da campioni ma con l’inganno, perché si dopavano. E se all’americano hanno tolto tutti i titoli conquistati (sette tour di fila) al nostro quello del ’98 lo hanno lasciato, perché in quel tour si drogavano tutti e, quindi, correvano tutti ad . armi pari! E’ come se in una partita di poker scopri che uno ha barato ma gli lasci la posta conquistata perché baravano anche i suoi avversari. E’ la fine di tutto, anche nello sport?
Parrebbe di sì, se – sia pure con colpevole ritardo – non ci fosse giunta una confortante, commovente notizia dalla Spagna. Questa: 2 dicembre 2012, corsa campestre a Burlanda Navarra: il mezzofondista locale Ivan Fernandez si presenta sulla dirittura finale in seconda posizione, dietro al keniano Abel Mutai, il quale, convinto di aver tagliato il traguardo, si ferma qualche metro prima dello stesso. Ivan, anzi che approfittarne, si ferma pure lui e a gesti segnala all’avversario l’errore, ma è costretto a insistere perché quello, forse perché stremato, non capisce. In pratica, Ivan ai gesti fa seguire le urla e il keniano finalmente taglia vincitore il traguardo. Un gesto meraviglioso quello di Ivan Fernandez e sono più meravigliose le parole che dice alla fine: “Avrei fatto la stessa cosa, anche se mi avessero detto che la vittoria mi avrebbe assicurato un posto nella mia Nazionale agli “Europei di Atletica”. Ecco di gesti così avrebbe bisogno oggi lo sport per riprendersi tutto il fascino perduto negli ultimi decenni, ma purtroppo quello di Ivan Fernandez è un lampo nel buio: dopo non ci si vede peggio di prima.

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