Pubblicato: mer, 23 Mar , 2016

L’intifada continua.

Cosa sta succedendo in Palestina.

di:Ass.ne di Amicizia Italo-Palestinese onlus

Nel silenzio, ormai inquietante, dei media occidentali, sempre pronti ad indignarsi per ogni morto occidentale e per ogni violazione dei diritti umani nei paesi islamici, in Palestina le forze israeliane continuano a praticare esecuzioni sommarie, arresti indiscriminati e atti di prevaricazione.

A febbraio Zainab Rashayda, 60 anni è morta dopo essere stata investita da un’auto israeliana nei pressi i Gerico, in un’area sotto totale controllo israeliano.

downloadSono decine gli incidenti in cui i palestinesi, tra cui bambini e anziani, sono stati uccisi o feriti dopo essere stati investiti da coloni israeliani che guidavano a velocità eccessive, ma l’esercito israeliano non li arresta. Nel mese di ottobre del 2015, un bambino, Enas Shawkat Dar Khalil, di soli cinque anni, è stato ucciso e la sua amica Tulin Omar ‘Asfour, sempre di 5 anni, è rimasta gravemente ferita, dopo che un colono israeliano li ha investiti con la sua auto, vicino alla città di Sinjil, vicino a Ramallah.

Un report del Ministero della sanità palestinese afferma che al 15 gennaio i morti, dal 01 ottobre 2015, inizio dell’Intifada, sono saliti a 181. Altri morti nelle ultime settimane.

Il 13 febbraio 2016, le forze israeliane dispiegate in al-Sahlah Street, nel centro di Hebron hanno sparato e ucciso Kalzar al-Ewaiwe, 18 anni.

Lo stesso giorno, le forze israeliane a guardia del muro dell’apartheid, ad ovest di Jenin, hanno ucciso Nehad Waked, 16 anni e Fo’ad Waked, 16 anni, del villaggio di Al-Arqah. Le forze israeliane hanno affermato che i due ragazzi avevano aperto il fuoco da una pistola automatica contro un veicolo militare a guardia del muro. I media israeliani hanno pubblicato una foto di una mitragliatrice fatta in casa, una simulazione di un M16, sostenendo che apparteneva ai 2 ragazzi.

Il 14 febbraio 2016, gli agenti della polizia israeliani hanno aperto il fuoco contro Mansour al-Shawamrah, 20 anni e Omer Amr, 20 anni, del villaggio di Al-Qbaiba, a nord ovest di Gerusalemme, con il pretesto di una presunta sparatoria contro i soldati israeliani. Lo stesso giorno, le forze israeliane di stanza al checkpoint di “Mazmouria” all’ingresso “HarHoma” tra Gerusalemme e Betlemme, hanno aperto il fuoco contro Na’im Ahmed Safi, 17 anni, del villaggio di al-Ebeidiya, ad est di Betlemme, con il pretesto di un presunto accoltellamento contro un soldato israeliano al posto di blocco. Safi è stato ucciso con diversi proiettili.

Diamo un’occhiata ai report del Palestinian Center for Human Rights (PCHR) delle ultime settimane: Qassem Farid Jaber, 31 anni, Amir Fuad al-Juneidi, 22 anni e Yousef Waleed Tarayra, 18 anni sono stati uccisi il 14 marzo a Hebron e l’autopsia ha stabilito che i soldati hanno continuato a sparare sui corpi anche dopo che i ragazzi erano morti così com’era capitato a Gerusalemme a Mohammad Abu Khalaf, 20 anni il 19 febbraio. Dal 10 al 16 marzo 4 palestinesi (Yusef al-Tardah, 18 anni, Nahed Mtair, 24 anni, Yasin, 9 anni e Israa’, 6 anni) sono stati uccisi e 6 sono stati feriti, l’esercito ha condotto 84 incursioni nei villaggi della Cisgiordania, ha arrestato 74 persone ed ha bombardato la Striscia di Gaza. Il governo israeliano ha annullato i permessi concessi agli anziani di Gaza per recarsi alla moschea Al Aqsa ed ha sparato ai pescatori che erano al lavoro nelle acque territoriali di Gaza. Il 17 marzo sono stati uccisi Ali Jamal Mohammad Taqatqa, 19 anni e Ali Abdul-Rahman al-Kar Thawabta, 20 anni e i soldati hanno impedito ai paramedici di avvicinarsi ai corpi. Il 15 marzo l’esercito ha sparato gas lacrimogeni contro la scuola di Hosan, a Ovest di Betlemme, provocando danni agli studenti. Le forze di occupazione israeliane hanno vietato a cinque aziende palestinesi (Hamoudah, al-Jideedi, Arryan, distributrici di prodotti caseari, Asslwa e Saniora, distributrici di carni) di vendere i loro prodotti a Gerusalemme creando loro gravi problemi economici con la conseguente riduzione di personale. La stazione televisiva “Palestine today” è stata chiusa dopo essere stata attaccata dai soldati israeliani che hanno arrestato il direttore, un cameraman ed un assistente tecnico.

A questo elenco possiamo aggiungere che dal 2000 oltre 10.000 bambini palestinesi sono stati arrestati dal regime di Tel Aviv e i più sfortunati vengono portati nella Stanza N°. 4 del Russian Compound. Nel 2009, Addameer (Associazione palestinese per i diritti umani) ha documentato almeno cinque casi di bambini che hanno dichiarato di essere stati aggrediti o minacciati sessualmente durante l’ arresto, il trasferimento al centro di detenzione e/o l’interrogatorio. Le aggressioni sessuali hanno diversi aspetti, incluso afferrare i testicoli di un bambino e minacciarli di stupro o sodomia con un oggetto. Il più giovane prigioniero al mondo, attualmente in un carcere israeliano, è Ali Alqam, 11 anni. Accusato di aver tentato di accoltellare una guardia israeliana a Gerusalemme, il 10 novembre, gravemente ferito con tre colpi all’addome, al bacino e ad una mano dall’esercito israeliano, ha subito due interventi chirurgici. È stato ricoverato all’Haddasah Ein Kerem Hospital di Gerusalemme Ovest ammanettato al letto, nonostante fosse privo di sensi. La sua famiglia ha potuto vederlo solo una volta, per 20 minuti ed in presenza della polizia israeliana.

Potremmo andare avanti a lungo, ogni nome nasconde una storia ed è possibile trovarla in rete, ogni vittima della violenza israeliana merita attenzione e rispetto perché è tre volte vittima: è vittima dell’occupazione israeliana che gli ha tolto la speranza, è vittima dell’indifferenza del mondo che permette che accada tutto questo ed è vittima di un’arma da fuoco che gli ha tolto la vita. L’intifada non si ferma, la resistenza continua ogni giorno, tutti i giorni e noi non possiamo permettere che la narrazione israeliana vinca e li riduca al silenzio o li nasconda dietro la maschera della menzogna di un conflitto a bassa intensità. In Palestina è in corso un genocidio e i giovani palestinesi tentano solo di difendersi con pietre, coltelli o, più spesso, solo vivendo.


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