Pubblicato: gio, 19 Nov , 2015

Le vittime palestinesi e l’identità negata.

Rasha Ahmad Hamed ‘Oweissi, 24 anni, 78° vittima della violenza dell’esercito israeliano dal 1 ottobre, data di inizio dell’Intifada in Palestina.

Di: Barbara G. – Associazione di Amicizia Italo Palestinese Onlus -Firenze –

Rasha non ha cercato di attaccare nessuno, non ha minacciato nessuno, è rimasta in piedi, con un coltello in mano, aspettando che i soldati le sparassero.

GetAttachmentRasha aveva una lettera nella borsa: Il ringraziamento sia reso a Dio, i migliori auguri e saluti. Cara madre, non so che cosa stia accadendo. So solo che ho raggiunto la fine della strada. E questa è la strada che ho scelto in piena coscienza, a difesa della mia terra, dei giovani e delle giovani. Non sopporto più ciò che vedo. Tuttavia ciò che so è che non lo tollererò più. Famiglia, padre, fratelli, perdonatemi per tutto. So solo che vi amo davvero, in particolare il mio fidanzato. Perdonatemi, non ho altro che il mio cammino, e sono dispiaciuta per questo addio”.

Una ragazza di 24 anni, con una famiglia, un fidanzato e la prospettiva di una vita sotto occupazione che non le avrebbe permesso di realizzare i propri sogni; una ragazza di 24 anni che ha deciso di farsi uccidere per lanciare un messaggio al mondo: i palestinesi hanno raggiunto il limite, non ce la fanno più a sopportare un’ingiustizia che dura da 67 anni.

Tharwat al-Sharawi, di 72 anni, vedova, nonna di molti nipotini, è stata uccisa dall’esercito israeliano mentre stava entrando in una stazione di servizio per mettere benzina; è stata la 76° vittima.

Ramadan Mohammad Faisal Thawabta, 8 mesi, è morto soffocato dai gas lacrimogeni lanciati dai soldati israeliani nel suo villaggio, Beit Fajjar, vicino a Betlemme. È stato la 67° vittima.

Tamara Abu Laban, 14 anni, del villaggio di Al-Tur, vicino a Gerusalemme, è stata arrestata per aver scritto sul suo profilo facebook: “perdonatemi”; un commando delle forze israeliane, inclusi membri delle forze speciali, ha fatto irruzione di notte nella casa della sua famiglia e l’ha portata via con l’accusa di “incitamento su facebook”.

Ahmad Manasra, 12, alcuni giorni fa è stato ferito dall’esercito israeliano, lasciato a terra sanguinante mentre gli israeliani lo insultavano, ricoverato in ospedale e, da lì, portato il prigione dove è stato interrogato, senza un legale o un genitore.

Hashem Azzeh, medico e attivista palestinese di Tal-Rumeida (Hebron) è stato colpito da un’insufficienza cardiaca, ha dovuto recarsi a piedi all’ospedale perché l’ambulanza non riusciva a raggiungere la sua abitazione a causa dei posti di blocco, poi, arrivato vicino al check point, ha avuto una crisi respiratoria in seguito ai gas lacrimogeni sparati dai soldati israeliani contro manifestanti palestinesi.

La diciassettenne Jihan Erekat e sua sorella, la quindicenne Nour, arrestate a Hebron con l’accusa di essere in possesso di un coltello, vengono trattenute nel carcere maschile di Ashkelon, vicino alle celle dei detenuti israeliani che fanno apprezzamenti offensivi nei loro confronti.

Potremmo proseguire, ma non riusciremmo comunque ad essere esaustivi e a rendere giustizia ad ogni essere umano colpito, umiliato, violato e così ci fermiamo a queste otto vittime dell’occupazione israeliana, otto persone normali che, in un paese normale, avrebbero vissuto una vita normale, ma qui siamo in Palestina.

Dal primo ottobre i feriti palestinesi hanno raggiunto quota 7000, gli incarcerati quasi 1500, di cui 500 bambini, la città di Hebron è stata dichiarata “zona militare chiusa”: “Fino a questa mattina la zona in cui ci troviamo, Tel Rumeida, non era zona militare chiusa – racconta al telefono a Nena News Martina Silvestri, volontaria italiana dell’Ism, a Hebron insieme ad altri 7 attivisti internazionali – Nel momento in cui un’area viene dichiarata zona militare chiusa, non possono comunque sfrattare i residenti, cacciarli dalle loro case se ci vivono”. Per Israele, però, gli 8 attivisti non sono residenti ufficialmente in quella casa: “Ieri mattina stavo andando in ospedale, i soldati mi hanno fermato dicendo che non avevo diritto a stare lì – continua Martina – Il comandante dell’esercito mi ha detto che sarei stata arrestata perché non vivo qui, ma non hanno voluto mostrarmi l’ordine di zona militare chiusa. Quando sono tornata, ho trovato i soldati sulla porta di casa. Ci hanno mostrato l’ordine e chiamato la polizia”. In questo modo testimoni scomodi delle violenze commesse quotidianamente a Hebron da coloni e soldati sono stati allontanati; ai giovani dai 15 ai 25 anni è vietato l’ingresso alla moschea di Abramo, i coloni continuano indisturbati ad attaccare le famiglie palestinesi. Il 7 novembre, alle 5 del mattino, 20 soldati sono entrati in casa di Haddad e ci sono rimasti fino alle sette del mattino successivo; gli 8 membri della famiglia sono stati relegati in una stanza, la cui porta doveva restare aperta, per andare in bagno dovevano chiedere il permesso e lasciare la porta aperta, l’accesso alla cucina è stato consentito solo per 5 minuti. Durante le 26 ore i soldati hanno utilizzato tutte le stanze della casa facendo baldoria e lasciando ovunque il segno della loro presenza.

La tensione è alta in tutta la Cisgiordania e una decina di ragazzi (Marwan Barbach, 13 anni, Halil Othma, 15 anni e degli altri non è stato riportato il nome) della Striscia di Gaza sono stati uccisi lungo il confine da pattuglie israeliane.

Questi episodi di ordinaria follia sono quotidiani, le vittime, i palestinesi, sulla stampa occidentale non sono quasi mai presenti e, quando lo sono, non hanno mai un nome, né una storia, né una faccia; sono una giovane donna, un’anziana signora, un bambino, una famiglia… non solo viene loro negata una vita normale, Israele e i principali mezzi di informazione negano loro persino l’identità.


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