Pubblicato: lun, 6 Dic , 2021

La ‘ndrangheta : dalla Calabria alla conquista del mondo.

‘Ndrangheta, cosa emerge dai maxi processi degli ultimi mesi.

     E’ considerata l’organizzazione mafiosa più potente in Italia e tra le più influenti al mondo. Gli esiti delle recenti inchieste restituiscono l’immagine di una ‘ndrangheta silente e quanto mai attiva. Penetra la politica, le istituzioni, le amministrazioni sanitarie locali, controlla appalti, forniture e assunzioni. Domina il narcotraffico, il meretricio, il traffico di armi, riciclaggio di denaro, gioco d’azzardo, traffico di rifiuti, tossici e radioattivi. Si impone anche con estorsioni e usura, soprattutto nel periodo di lockdown, mettendo alle strette gli imprenditori in crisi per strozzarli e, spesso, acquisirne le attività. Si distingue per la forte connotazione familiare, che genera solidità nel sistema di comando e la capacità di diramarsi con una struttura tentacolare mantenendo saldi i rapporti di gerarchia. Presente in tutta Italia, ha un’espansione mondiale, con cellule in tutti i continenti. Uscendo dalle terre calabresi, in Europa, sembra più attiva in Regno Unito, Germania, Spagna e Malta, Svizzera, Francia e Belgio, dalla Slovenia all’Albania. Importanti alleanze ed affari in Sud America, in particolare con i cartelli, Canada, Australia, Africa, così come nei paesi russi. Il suo import/export è agevolato dal controllo che esercita sui maggiori porti italiani, come Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Vado Ligure e Livorno. Nel 2021 una moltitudine di azioni dell’arma ne certifica l’operatività delle sue famiglie.

     L’operazione   basso profilo (gennaio 2021) in questo ottobre porta a 21 condanne, per quasi un secolo di carcere. Un’inchiesta di grossa caratura, che parte dalla Calabria e travolge tutta Italia, con 48 arresti tra esponenti delle ‘ndrine, e della politica. Accertati movimenti illegali di denaro per oltre 300 milioni di euro. Appalti in cambio di pacchetti di voti. Forniture di dispositivi anti-infortunistica – mascherine, caschi, guanti – in cambio di preferenze; con un rialzo del 5% sulle commesse. Al centro dell’indagine, politici, imprenditori, boss di primo livello, un assessore regionale al bilancio, consiglieri comunali, il segretario regionale e quello nazionale di un partito. Viene indagato anche l’imprenditore Gallo, considerato il braccio economico di tutti i clan del crotonese. Scoperchiato un business milionario: l’inchiesta ha consentito di accertare il prelevamento in contante di 22 milioni di euro, 159 società fruitrici di fatture per operazioni inesistenti e ben 86 società cartiere emittenti documenti falsi. Sequestrati centinaia di milioni di euro. Per i pm, l’obiettivo del consorzio malavitoso era quello di ottenere “appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici banditi da enti pubblici attraverso la mediazione politica in cambio della promessa di un ‘pacchetto’ di voti” per il candidato di partito, poi non eletto. I politici coinvolti “avrebbero assicurato di intercedere con pubblici ufficiali in servizio presso enti pubblici ovvero con amministratori di società in house a livello nazionale, o proponendosi di corrompere altri pubblici ufficiali preposti alle stazioni appaltanti o agli uffici competenti”. Emergono oscuri imparentamenti con esponenti della cosca De Stefano-Tegano. Nel corso dell’inchiesta gli inquirenti avrebbero accertato l’attività dei Bonaventura, Arena e Grande Aracri, nonché diversi colletti bianchi, imprenditori di spessore ed esponenti della p.a. collusi con le organizzazioni criminali. Ad ottobre 2021 sono state emesse le prime condanne in rito abbreviato, tra le quali spicca quella a cinque anni per voto di scambio politico-mafioso all’assessore regionale al bilancio uscente.

Nell’indagine si intravvedono alcune delle principali cosche avviluppate fra loro, al vertice della ndrangheta vi sarebbe la famiglia Piromalli-Mancuso, seguita dal Grande Aracri con tutte le diramazioni in Italia e all’estero delle affiliate, come i Trapasso, i Ferrazzo, i Mannolo e gli Arena-Nicoscia.

            L’inchiesta si intreccia con l’operazione Brooklyn; emergono nomi considerati vicini ai Trapasso e ai De Stefano. Gli uomini della guardia di finanza rilevano il sistema fraudolento delle società cd cartiere, deputate all’emissione di fatture per operazioni inesistenti e prestanome. Vengono indagati anche gli imprenditori Eugenio e Sebastiano Sgromo (in particolare la loro società Tank srl, finita sotto inchiesta); avrebbero partecipato all’associazione capeggiata da Umberto Gigliotta (ritenuto affiliato ai Trapasso) e -nuovamente- a quella di Antonio Gallo (al 41bis, considerato affiliato al Grande Aracri). Gli inquirenti comprovano l’attività di una duplice associazione a delinquere, aggravata dalla mafiosità, dedita al riciclaggio e a reati di natura finanziaria. A novembre 2021 nell’ambito di due importanti appalti pubblici quali la manutenzione del viadotto di Catanzaro e della superstrada dei Due Mari, viene sequestrato il ponte Morandi ed effettuati 4 arresti. Il gip ha disposto il sequestro preventivo di tre società di costruzione e di oltre 200mila euro quale profitto dei reati contestati. Stando alle indagini, ci sarebbero gravi indizi a carico proprio dei due imprenditori, molto noti in città e operanti nel settore delle costruzioni. Una di queste società, ancora la Tank Srl, si è aggiudicata i lavori di manutenzione straordinaria per il ripristino del calcestruzzo del ponte Morandi e di rifacimento dei muri di contenimento di un tratto della strada statale. Secondo la Dia, i fratelli Sgromo sarebbero «un punto di riferimento per il clan Iannazzo di Lamezia Terme», al punto da «subappaltare i lavori a imprese della cosca». Gli imprenditori, con la complicità del direttore dei lavori e di un ingegnere dell’Anas, avrebbero impiegato nelle lavorazioni un tipo di malta di qualità scadente, molto più economico. Come emerge da altre inchieste, persino i lavori nell’aeroporto di Lamezia Terme sarebbero stati subappaltati alle ditte affiliate, insieme a diverse altre opere pubbliche effettuate nel comprensorio del lametino (operazione Basso Profilo, operazione Rinascita Scott). Fra gli arrestati c’è pure un ispettore della guardia di finanza, incappato nell’operazione Rinascita-Scott, ora indagato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d’ufficio.

            E proprio dall’indagine Rinascita Scott è scaturito il maxi processo che il 6 novembre 2021 ha portato alle prime 70 condanne in primo grado, con rito abbreviato. Nel dicembre del 2019, l’operazione dell’arma ha conseguito oltre 300 arresti per presunte affiliazioni o collaborazioni con i Mancuso. Un processo che, per numero di condanne ed importanza si pone già nella storia dell’antimafia. Le pene più dure sono state assegnate a Pasquale Gallone, considerato il braccio destro del boss Luigi Mancuso, e a figure di spicco di cosche affiliate, tra cui Domenico Macrì e Francesco Antonio Pardea.

Auto incendiate, intimidazioni e minacce, cani impiccati appesi ai negozi, le attività dei Lo Bianco, Arena, Camillò-Pardea-Macrì accendono i riflettori sulle ndrine. Le indagini confermano gli stanziamenti ndranghetisti anche in Liguria, in particolare a Genova, Lavagna, La Spezia dove ci sono le famiglie dei Gioffrè – Arena, Gullace, Gangemi, Nucera, Macrì, Fazzari e Piromalli; il locale di ‘ndrangheta di Sarzana e’ guidato dai Romeo. Nell’ottobre 2021 circa 10 milioni di euro di beni sono stati confiscati dalla DIA ad un membro della cosca Raso-Gullace-Albanese, un imprenditore ritenuto al comando della ‘ndrangheta in Liguria e Piemonte (già indagato nell’operazione Alchemia, condannato 416bis nel 2020). La confisca ha riguardato l’intero capitale sociale e il patrimonio aziendale di 4 società, 14 fabbricati e 41 terreni in provincia di Savona e Reggio Calabria, conti correnti, beni mobili registrati e posizioni finanziarie.

Dalle intercettazioni, si evince quanto i Mancuso ed i Piromalli siano stretti, «siamo tutti una pigna». E’ questo il concetto di unitarietà della ‘ndrangheta che, benché divisa al suo interno in diverse articolazioni-ndrine è comunque unitaria. «I Mancuso sono la stessa cosa dei Piromalli – dice un collaboratore di giustizia in un interrogatorio del febbraio 2019 – perché hanno fatto la fusione già negli anni Ottanta i vecchi capi, poi sono diventati una cosca solida e hanno fatto Mancuso-Pesce-Piromalli». Gli inquirenti intravvedono scenari inquietanti di cosche federate con agganci istituzionali: al porto di Gioia Tauro, i servizi segreti deviati gestiscono insieme alla ‘ndrangheta tutto quello che arriva e passa, con l’accordo della super federazione mafiosa, sia per la droga che per le armi. Sembra che anche i Mancuso per avere il lasciapassare nel porto debbano avere l’avallo degli altri affiliati Piromalli-Molè-Pesce (operazione Rinascita Scott, Porto Franco e Mala Pigna).

            Nell’aprile 2021 vengono decapitati gli affari dei Pesce-Bellocco, alleati appunto ai Piromalli-Mancuso-Molè. Il maxi blitz dell’arma ha portato a 53 arresti, centinaia di indagati e diversi milioni sequestrati. Boss, affiliati, imprenditori, commercialisti, perfino tre poliziotti tra gli oltre 100 indagati dell’inchiesta Handover-Pecunia Olet. Dagli appalti nel porto di Gioia Tauro, la costruzione del terminal, alla guardiania, passando per il pizzo. Spartizioni più o meno di cortesia con le ndrine, sembra che non ci sia attività commerciale o imprenditoriale che possa esistere se non per volere della ‘ndrangheta. È questo il dato più significativo dell’inchiesta della DIA che ha sequestrato anche una cooperativa agricola e un’impresa individuale per un valore di oltre 8,5 milioni di euro. Confermata la gestione monopolistica della mala sul settore della grande distribuzione alimentare e alle attività economiche collegate. A settembre 2021 la guardia di finanza di Verona concretizza un ulteriore maxi sequestro per il valore complessivo di 2,8 milioni di euro. Sigilli a 16 fabbricati e un terreno tra i comuni veronesi di Nogarole Rocca e Villafranca di Verona. La misura è stata emessa dal Tribunale di Reggio Calabria, nei confronti di un imprenditore operante nel settore della logistica ritenuto affiliato ai Pesce, e già coinvolto nell’operazione Porto franco. Tra i beni oggetto di sequestro ci sono 9 appartamenti, 3 garage, 2 magazzini, 2 uffici, un terreno e un’automobile, del valore di circa 1,2 milioni, oltre al 100% delle quote (del valore nominale di 70 mila euro) di una società a responsabilità limitata con sede legale in provincia di Reggio Calabria nel commercio di autoveicoli, e l’intero compendio aziendale valutato in oltre 1,6 milioni, con oltre 100 veicoli per il trasporto e la movimentazione di merci. Sequestrato anche denaro su conti correnti bancari intestati all’imprenditore e ai suoi congiunti. A metà novembre 2021 un maxi blitz colpisce i Molè, in particolare nelle sue locali di Lombardia,Toscana e Calabria con 105 misure cautelari e 54 fermi, indagati un ex sindaco ed un ex assessore, oltre ad un dipendente dell’amministrazione civile del ministero dell’Interno che avrebbe falsificato passaporti e documenti, tecnici portuali ed altri che avrebbero favorito il narcotraffico dal porto di Livorno e di Gioia Tauro. Sequestrate diverse società insieme a 4 terreni, rapporti bancari e finanziari, anche una tonnellata di cocaina che arrivava dal SudAmerica e che si ricongiungeva alle precedenti partite di panetti già intercettate dall’arma in questi mesi (operazioni Handover, Porto Franco, Firenze Livorno). Pochi giorni dopo, il 18 novembre, l’operazione dell’arma arriva fino alla locale svizzera dei Molè (in Ticino e nei Grigioni, Zurigo e cantone San Gallo), le persone in arresto sono indagate a vario titolo per associazione mafiosa, spaccio, traffico di armi; alcune di loro sono già state estradate.

Il Nord non conta niente senza la Calabria. Grazie al capitale sociale dell’associazione ndranghetista, ovvero la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle pubbliche amministrazioni ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso, l’operatività delle ndrine è estesa pressochè in qualsiasi direzione. Da fenomeno rurale ad imprenditoriale, nella sua inequivocabile unitarietà, la ndrangheta coniuga la sostanziale autonomia delle singole articolazioni territoriali, con un  moderno equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite; grazie ad infiltrazioni politiche, massoniche e ordini paralleli che la rendono di fatto un’associazione inespugnabile e capillare (operazione Crimine Infinito).

Nelle recenti inchieste spunta nuovamente il nome di Cosimo Vallelonga, boss della ramificazione lecchese, in affari con Demasi, detto “U Mungianisi”, il capo della locale di Gioiosa Jonica e componente del Crimine di Reggio Calabria. Vallelonga, indiziato di contiguità ai Piromalli e ai Zagari-Fazzalari, è già condannato per 416bis cp passato in giudicato (operazione i fiori della notte di San Vito; operazione Infinito). Nell’inchiesta Cardine-Metal Money viene scoperchiato un impero milionario di 10 mila tonnellate di rottami e rifiuti radioattivi, estorsioni, società cartiere, truffe e frodi. Vicino al boss ci sono i Mannarino affiliati Marchio e Sozzi. Entrano in affari con Sirianni, il punto di riferimento per gli affiliati ai Coco-Trovato, che avrebbe fatto da tramite con Bonacina, Tinè e Balducci. A settembre 2021 nell’aula bunker di San Vittore, Vallelonga è stato condannato a 20 anni di carcere. Ad ottobre 2021 arriva l’interdittiva antimafia anche per la società lecchese della vicepresidente nazionale del Movimento Donne Impresa di Confartigianato. Si intrecciano le operazioni Metastasi e Cardine, emergono contatti tra la donna e uomini d’onore affiliati dei Coco-Trovato e Vallelonga. Nel giugno 2021 l’arma colpisce anche parte del clan di Taurianova, Zagari-Fazzalari e Avignone, con 11 arresti  ed il sequestro di numerose armi da guerra (operazione Spes contra Spem).

            Ad ottobre 2021 arriva la concretizzazione dell’inchiesta Aurora-Zarina, contro le infiltrazioni nel tessuto economico emiliano. L’indagine era partita da un rogo di origine dolosa, per scoprire poi il trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio, impiego di denaro e beni di provenienza illecita, aggravati dalle finalità mafiose. Gli investigatori avrebbero contato oltre duecento incendi degni di nota negli ultimi tre anni, in provincia di Reggio Emilia, equamente divisi tra veicoli, abitazioni ed aziende. Il “linguaggio degli incendi” è un tratto caratteristico del clan che esplica una delle sue forme di intimidazione. Ora la confisca definitiva di un patrimonio del valore di 10 milioni di euro a carico di vari appartenenti agli Arena-Nicoscia, a seguito della recente sentenza della Cassazione che a giugno ha reso definitivi quasi tutti i sequestri, già confermati anche in appello. La maggior parte si trova in Calabria, fra le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone, per spostarsi poi verso Sala Bolognese, Reggio Emilia e Modena. Sequestrati alberghi a Isola Capo Rizzuto e svariate società riconducibili alla ‘ndrina. La confisca ha riguardato 9 imprese del settore dei trasporti e del turismo, 6 unità immobiliari, una trentina di veicoli, soprattutto camion per il trasporto merci, e 21 conti correnti. Inoltre, beni del valore di oltre un milione di euro sono stati sequestrati dalla Dia anche ad un commercialista di origine crotonese, ma residente in Emilia-Romagna, stabilmente a disposizione del sodalizio ‘ndranghetista, arrestato e condannato con sentenza passata in giudicato nell’ambito dell’operazione Aemilia. Indagine questa che ha portato all’arresto di 240 persone fra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia, con una serie di maxi procedimenti, ed il processo di  settembre 2021 che ha confermato 4 ergastoli agli imputati ritenuti dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna di essere mandanti o esecutori degli omicidi di mafia commessi a Reggio Emiliia (1992) nel comune di Brescello, scenario di guerra di ‘ndrangheta per il controllo del Nord, con decine di vittime in tutta Italia.

            L’operazione Golgota (febbraio 2021) ha portato a 36 arresti e 67 indagati, sempre affiliati agli Arena-Nicoscia e ai Mannolo di San Leonardo di Cutro. All’operazione hanno partecipato centinaia di uomini della Polizia di Stato, tra Piemonte, Lombardia, Calabria e Puglia. Successivamente, nel prosieguo delle indagini, la squadra mobile di Crotone, in collaborazione con quella di Verona, ha eseguito l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due persone ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, trasferimento fraudolento di valori e ricettazione in concorso. Contestualmente, nella frazione di San Leonardo di Cutro, è stato disposto il sequestro preventivo di quattro immobili al nipote acquisito del capo cosca degli Arena.

            Il veneto si conferma punto di interesse. L’inchiesta Taurus è una delle più vaste operazioni anti-mafia realizzate nel territorio regionale. La locale stanziata a Sommacampagna (Verona) è stata ricondotta alle famiglie Gerace, Albanese, Napoli e Versace, originarie della piana di Gioia Tauro. Dalle indagini si è evidenziata una connessione con il Crimine (il gruppo apicale a comando delle cellule locali ndranghetiste), confermando il carattere unitario della ‘ndrangheta. L’operazione ha riguardato Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Calabria. E’ emersa la capacità del sodalizio di acquisire la gestione e il controllo di attività economiche nei più svariati settori (in particolare costruzioni edili e movimento terra, impiantistica civile ed industriale, servizi di pulizia e di affissione della cartellonistica pubblicitaria, commercio di autovetture e materiali ferrosi, nonché trasporti su gomma), in collegamento con gli affiliati al Grande Aracri e agli Arena-Nicoscia, presenti nella scaligera. 84 indagati, notificati più di 100 avvisi di garanzia ed effettuate numerose perquisizioni, oltre a sequestri di mobili e immobili per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro. Nel luglio 2021 le prime condanne con rito abbreviato: 107 anni e 5 mesi di reclusione per i primi 30 imputati. Colpita da interdittiva antimafia anche un’azienda; riconosciuta in favore dell’ente regionale una provvisionale immediatamente esecutiva pari a complessivi 500mila euro. Il maxi processo è iniziato l’8 novembre 2021, con 53 imputati alla sbarra per reati che vanno dall’estorsione all’usura, dal riciclaggio di denaro ai furti, fino allo spaccio di droga.

Da Isola Capo Rizzuto a Verona, il potente clan di Grande Aracri e Arena-Nicoscia prosegue i suoi affari. La Dia ha rintracciato una fitta serie di reati aventi come filo conduttore la famiglia Giardino. In veneto opera spesso sotto traccia, evita di richiamare su di sé l’attenzione delle forze dell’ordine, preferendo innervarsi nel tessuto imprenditoriale. Dalle intercettazioni, loro stessi si riconoscono come l’associazione di quelli che fanno «tremare qua a Verona». La locale risulta collegata con le altre famiglie operanti nelle province di Crotone, Vibo Valentia, Reggio Emilia, Brescia e Mantova. Le accuse contestate a vario titolo agli imputati vanno dallo spaccio di droga all’estorsione, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, favoreggiamento, illecita detenzione di armi, minacce e lesioni, simulazione di reato, truffe, corruzione, turbata libertà degli incanti con l’aggravante di essere un’associazione armata. Emergono i nomi di Alfredo Giardino, Ottavio Lumastro, Nicola Toffanin, Francesco Vallone, Pasquale Durante e Luigi Russo. Il capo indiscusso della locale veronese, per la Dda, è Antonio Giardino, alias “Totareddu” o il “Grande”, che avrebbe diretto l’articolazione veronese, intrattenendo costanti rapporti con i vertici del clan. L’operazione Isola Scaligera nel giugno 2020 ha portato ai primi arresti. La Polizia di Stato ha disposto misure cautelari nei confronti di 26 indagati, sequestrati 15 milioni di euro. Una rete di contatti che ha coinvolto anche la municipalizzata Amia per lo smaltimento dei rifiuti. Dalle intercettazioni si parla di riciclaggio e appalti, anche per sfalcio d’erba o lavoro di interpreti; corsi professionali fasulli, agevolando il conseguimento di titoli per gli affiliati. L’inchiesta si intreccia anche al caso della diffusione di una foto che, negli anni precedenti, bruciò la campagna elettorale dell’allora compagna dell’ex sindaco. La candidata sarebbe stata immortalata seduta al bar con un uomo di dubbia moralità, già arrestato e condannato per concussione. L’ex primo cittadino si affidò ad un’agenzia di investigazioni per capire la provenienza della foto. Sembra che la fattura sia stata liquidata da Amia, il cui presidente dell’epoca risulterà poi in rapporti con esponenti del clan. Anche l’azienda investigatrice finisce sotto inchiesta per la vicinanza con la famiglia. Con operazione Scaligera, l’Antimafia di Venezia contesta legami economici con la politica e con alcuni membri delle forze dell’ordine. Si conferma l’operatività dei Giardino affiliati Arena-Nicoscia; affari gestiti con atteggiamento mafioso, minacce o violenza esercitata da picchiatori assoldati per recuperare crediti o per spedizioni punitive con tirapugni e taser. Punti di incontro un centro studi di Corso Porta Nuova, una sala slot sulla Strada Bresciana e una carrozzeria sulla strada Gardesana. Il 2 novembre 2021, nell’aula bunker di Mestre, il gup di Venezia ha comminato in totale poco più di 74 anni di reclusione per 11 dei 23 imputati che avevano chiesto il rito abbreviato. Condannato per corruzione a due anni e otto mesi l’ex direttore Amia. Riconosciuta una provvisionale immediatamente esecutiva per complessivi 225 mila euro a favore della Regione; ed una di 10 mila euro a favore di Amia e Cgil Verona -Veneto.

            L’operazione Rinascita Scott e le altre inchieste che si rivelano quasi tutte intrecciate fra loro, chiariscono ancora una volta agli inquirenti la capacità della ndrangheta di muoversi con facilità nei corridoi del Vaticano, arrivare fin dentro le stanze dei tribunali e della Suprema Corte di Cassazione, tessere strette collaborazioni con ordini massonici e cavalierati. Alleanze tra p2 ed altri ordini, in particolare con i Piromalli-Mancuso-Molè, i De Stefano e Romeo, senza escludere tuttavia la presenza di ndraghetisti anche in altre associazioni massoniche per sfruttarne i potentissimi intrecci di potere, controllare ogni movimento e risolvere le controversie (operazione Gotha, Ndrangheta Stragista, Rinascita Scott). Il centro di tutto è Roma che muove le fila di economia e finanziamenti, armi, voti politici, criminalità organizzata e associazioni sotterranee di uno stato parallelo. “Non può affatto escludersi, anzi appare piuttosto assai probabile, che dietro tali avvenimenti [gli efferati omicidi degli anni ‘90] vi fossero dei mandanti politici che attraverso la strategia della tensione volevano evitare l’avvento al potere delle sinistre… Si può, quindi, affermare che in tale circostanza si era venuta a creare una sorta di convergenza di interessi tra vari settori che hanno sostenuto ideologicamente la strategia stragista di Cosa Nostra. Dopo quarant’anni di sostegno ai vecchi partiti, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, compirono, d’improvviso, contemporaneamente ed all’unisono, non solo la scelta di abbandonare i vecchi referenti ma, anche, quella di dare sostegno ai medesimi nuovi soggetti, esclusa un’involontaria e potente telepatia fra i capi dei due sodalizi, risulta evidente l’esistenza di una comune strategia di attacco da parte di Cosa Nostra e ‘Ndrangheta… Strategia che, in questo quadro di complessiva concertazione ed allineamento fra le due organizzazioni criminali sulla posizione da prendere nei confronti dello Stato e della vecchia classe politica, ben difficilmente, poteva essere portata avanti in assoluta solitudine da Cosa Nostra. Appare evidente che la compagine criminale è stata coinvolta non solo sul versante puramente stragista ma anche in quello politico, che prevedeva il massiccio sostegno elettorale da dare all’uomo designato e al partito. Cosa nostra e ‘Ndrangheta avevano trovato un altro interlocutore. Dietro tutto ciò non vi sono state soltanto le organizzazioni criminali, ma anche tutta una serie di soggetti provenienti da differenti contesti (politici, massonici, servizi segreti), che hanno agito al fine di destabilizzare lo Stato per ottenere anch’essi vantaggi di vario genere. Un comitato d’affari che comprende al suo interno ‘Ndrangheta, Mafia siciliana, politica collusa, pezzi di istituzioni e pezzi di servizi segreti [cd inizio della “Cosa Nuova”]. I pezzi di un sistema che incredibilmente convergono per rappresentare uno scenario che questa nazione non meritava di vivere né in quegli anni né in anni diversi”. (Sentenza Ndrangheta Stragista, luglio 2020). Emergono nomi importanti dell’imprenditoria milanese e della politica italiana, dalle ombre oscure della prima e seconda repubblica, amicizie e attività che si snodano fino ad oggi. Dai documenti delle sentenze si evince che la ndrangheta non è solo il braccio armato dei colletti bianchi, ma è essa stessa nel potere apicale, con le sue più alte cariche interne che muovono interessi di politica ed economia in tutto il mondo. Intrecci sommersi, anche tra impensabili uomini dell’alta finanza e delle istituzioni. Affari che a malapena si possono immaginare e, come dicono gli affiliati stessi, «[occorre guardare e leggere] i processi. La verità la sanno in pochi, gli altri scrivono cose che non sanno. Intuiscono.»

 

(dati integrati dalla relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, II semestre 2020)

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