Pubblicato: gio, 6 Mar , 2014

Ilva: 53 richieste di rinvio a giudizio

Molti uomini delle istituzioni fra i rinviati a giudizio dalla Procura di Taranto per l’indagine sul disastro ambientale. Fra questi Vendola e il sindaco della città ionica.

l43-nichi-vendola-131115205401_mediumIl Procuratore della Repubblica di Taranto Franco Sebastio, con il procuratore aggiunto Pietro Argentino e sostituti, ha firmato il rinvio a giudizio per 50 persone e tre società indagate per disastro ambientale concernenti l’inchiesta su l’Ilva. A conferma delle conclusioni delle indagini preliminari, notificate il 30 ottobre 2013, è richiesto il processo per i proprietari dell’Ilva Emilio Riva e i figli Nicola e Fabio, latitante a Londra, con le tre società a cui fanno capo (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici), nonché per il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, gli ex direttori dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, l’ex addetto alle relazioni istituzionali dell’Ilva di Taranto, Girolamo Archiná. Indagati anche il governatore pugliese Nichi Vendola, il parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, all’epoca assessore regionale, l’attuale assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, il consigliere regionale del Pd Donato Pentassuglia, l’ex presidente della Provincia di Taranto Giovanni Florido, il sindaco del capoluogo ionico, Ippazio Stefàno, dirigenti e funzionari ministeriali e della Regione Puglia, un poliziotto, un carabiniere, un sacerdote. Non manca più nessuno. Oltre a 5 figure “fiduciari” non facenti parte dei diretti stipendiati Ilva, ma che costituivano il vero ma ufficioso consiglio d’amministrazione dell’azienda. Per questi, i dirigenti prima del commissariamento e per la famiglia Riva grava l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, per come si può leggere dall’estratto dell’atto della Procura: “in concorso tra loro nella gestione dell’Ilva di Taranto operavano e non impedivano con continuitá e piena consapevolezza una massiva attivitá di sversamento nell’aria-ambiente di sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale, diffondendo tali sostanze nelle aree interne allo stabilimento, nonché rurali ed urbane circostanti lo stesso, in particolare Ipa, benzoapirene, diossine, metalli ed altre polveri nocive, determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino al siderurgico e ció anche in epoca successiva al provvedimento di sequestro preventivo di tutta l’area a caldo (ndr il 26 luglio del 2012)”. Il leader di Sinistra Ecologia e Libertà Nichi Vendola rischierebbe invece l’imputazione per concussione aggravata per aver fatto pressioni sul ruolo all’Arpa di Giorgio Assennato, l’assessore che rischia il favoreggiamento, affinchè venissero smussati i valori di benzoapirene rilevati nel 2009, che avrebbero se no provocato il ridimensionamento del ciclo produttivo dell’impianto siderurgico.

Fra gli altri nomi in evidenza nelle istituzioni coinvolte, l’ex presidente della provincia Florido, anche lui per tentata concussione con l’ex assessore all’Ambiente Conserva, nel concedere le autorizzazioni all’azienda di smaltire i rifiuti internamente, con risparmi di milioni, e il sindaco di Taranto Stefàno per omissione di atti d’ufficio. L’inchiesta partita nel 2009 e accelerata nei tempo nel 2012 grazie al gip Patrizia Todisco, attende adesso che il Gup fissi la data dell’udienza per la conferma del processo a tutti e 53 gli indagati. Attesa non senza patemi d’animo per Parlamento e Corte di Cassazione, che nel corso della vicenda sono intervenuti più volte, il primo con l’ultima approvazione di tre leggi specifiche sull’Ilva, la seconda con il dissequestro da 8.1 miliardi di euro immediato su beni e conti del gruppo Riva, accogliendo il ricorso delle aziende contro la disposizione del Gip Todisco.

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