Pubblicato: sab, 30 Nov , 2013

Il lavoro per i giovani: Eures e Uil fotografano la situazione nel Lazio

Preoccupati e disillusi, preferiscono rinunciare ai loro sogni. Meglio raccomandati che competenti

 

 Uil Roma e LazioIl tasso di disoccupazione giovanile, nel Lazio, ha raggiunto percentuali elevate, superiori del 5% rispetto a quelle nazionali. Nel 2012 il dato della regione è schizzato al 40,%. «Sono numeri, ormai intollerabili». Lo ha dichiarato il presidente della Uil Roma e Lazio, Pierpaolo Bombardieri, che ieri, con il presidente di Eures, Fiabio Piacenti, ha presentato a Roma il rapporto «Come i giovani percepiscono il lavoro», discutendone con il vicepresidente e assessore alla Formazione e Scuola della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, e il vicesindaco del Comune di Roma, Luigi Nieri.

E’ necessario «ricominciare a parlare di lavoro per i giovani, capire come aiutarli e quali politiche mettere in campo per un nuovo modello di sviluppo», ha spiegato Bombardieri, introducendo la ricerca che illustra come i ragazzi di età compresa tra i 16 e i 25 anni immaginano il proprio futuro. L’indagine è stata somministrata a 1.080 giovani, un campione rappresentativo della popolazione studentesca del Lazio.

«Il sentimento che attraversa le risposte date dai giovani alle nostre domande  – ha sottolineato preoccupato Piacenti – è un sentimento di accettazione di qualcosa di ineludibile. Le politiche devono interrogarsi sullo stato delle cose».

Lo studio, infatti, racconta di giovani preoccupati e disillusi. L’accesso al mondo del lavoro è difficile e avviene in tempi lunghi (59,8%), il lavoro è instabile e precario (41,1%) e non c’è meritocrazia (37,1%). Il cosiddetto posto fisso è l’aspirazione per il 41,1% degli intervistati, ma c’è anche chi si immagina imprenditore. Il 27.9% del campione vorrebbe lavorare in maniera autonoma o in proprio, vista la scarsa capacità di assorbimento della forza lavoro da parte del sistema. Il realismo del campione osservato, in tema di retribuzioni, impressiona: i giovani, se diplomati, ritengono che le retribuzioni per un primo impiego non superino la soglia dei mille euro, mentre tra gli iscritti all’università, solo chi frequenta facoltà scientifiche, specie medico – sanitarie, è più ottimista e ipotizza in media un primo compenso pari a 1.175 euro mensili.

Il camice ha un forte appeal. Un intervistato su 4 ambirebbe a iscriversi a corsi di laurea come Medicina: presso gli atenei laziali, nel 2012, alle preselezioni  per ogni posto disponibile sono state presentate dieci domande. Troppo spesso, però, tra il sogno dei candidati e l’accesso alle facoltà si frappone una barriera all’ingresso. Il numero chiuso che, per 6 giovani laziali su 10, è iniquo e criminogeno, perché  nega il diritto allo studio (43,6%), è un metodo di selezione inadeguato (33,2%) e finisce per favorire i raccomandati (23,2%).

Gli iscritti all’università, secondo la ricerca Eures, enfatizzano più degli altri il ruolo distorsivo delle raccomandazioni e delle conoscenze (52,7%), ma anche della posizione sociale (10,7%): contano più delle capacità e delle competenze (44%) per accedere al mercato del lavoro.

Proponendo agli intervistati di fare un bilancio delle proprie competenze, è emerso che il 92,3% del campione ritiene di possedere un’adeguata cultura generale, l’81,6% adeguate capacità organizzative e il 73,4% valuta positivamente le proprie capacità linguistiche. Meno performanti sono giudicate le competenze informatiche  (49,4%). Per migliorare il proprio curriculum, i giovani sono disposti ad andare all’estero. Sentono di potersi realizzare in ambito formativo e professionale soprattutto negli Stati Uniti (34,9%), in Inghilterra (16,3%) e in Germania (14%). In particolare,  immaginano il proprio futuro fuori dai confini nazionali 4 studenti universitari su 10.

«Non sempre si tratta di fuga di cervelli – constata amaramente Smeriglio -, ma di fuga di braccia. Purtroppo, i giovani che vanno all’estero difficilmente trovano la loro collocazione in centri di ricerca. Va bene lo sguardo globale, ma ci deve essere poi il ritorno. Le intelligenze e le competenze vanno recuperate. Bisogna invertire la tendenza». In questa direzione va proprio il progetto della Regione Lazio “Torno subito”  che promuove percorsi di alta formazione all’estero o in altre zone d’Italia. I giovani beneficiari sottoscrivono un patto etico. Una volta acquisite le competenze si impegnano a tornare e a spenderle sul territorio regionale. La Regione, di contro, si impegna a sostenere l’esperienza e la sedimentazione delle professionalità nel Lazio presso realtà produttive credibili e certificabili, enti locali, associazioni di volontariato.

«La ricerca presentata da Eures e Uil – ha commentato Nieri – ci ha permesso di comprendere le strategie seguite e gli strumenti impiegati dai giovani per affrontare l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro, sta a noi orientare le politiche».

La Uil Roma e Lazio, attraverso l’indagine Eures, ha messo in rilievo le aspettative dei giovani e la loro domanda di intervento alla politica, alle istituzioni nazionali ed europee, al sindacato, al sistema delle imprese. Non solo, Bombardieri ha anche messo sul tavolo una proposta concreta. I giovani devono essere messi in grado di scegliere percorsi formativi coerenti con gli interessi personali, a partire già dalla scelta degli studi scolastici, continuando con quelli universitari. Pertanto, il sindacato ha proposto alla Regione Lazio di sviluppare una serie di azioni strutturali per la crescita e l’occupazione, attraverso la predisposizione di Piani per il lavoro giovanile, finanziati dal Fondo sociale europeo.

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