Pubblicato: dom, 9 Ott , 2022

Diritto penale, digitalizzazione e cybermafie

tra il diritto alla privacy e la necessità di una giustizia moderna

La digitalizzazione e l’ammodernamento della giustizia italiana tardano ad arrivare, lasciando le procure subissate di carte e faldoni, senza dialogo ed interazioni rapide tra gli uffici. Ad oggi, infatti, non esiste ancora una comunicazione diretta tra i gestionali – per esempio – dell’inps, dell’agenzia delle entrate e della polizia di stato, con lungaggini inenarrabili e distorsioni come i sussidi indebitamente erogati ai boss mafiosi e ai loro clan. In alcuni casi non esistono nemmeno i database a livello informatico, ma solo documenti cartacei che vanno persi, deteriorati, magheggiati.
Il rapporto The Future of Digital Justice, redatto da Boston Consulting Group (BCG), con riguardo alle best practice di giustizia digitale nel mondo, ha inserito nella top10 Canada, Austria, Regno Unito e Singapore. Il Civil Resolution Tribunal (CRT) in British Columbia (BC) è oggi considerato la più avanzata soluzione per la risoluzione on line delle controversie al mondo. Attivo già da dieci anni, ha ampliato gradualmente la sua giurisdizione; per l’intero procedimento offre interazioni digitali con il tribunale e i suoi sistemi.

E’ chiaro che aggiornare la giustizia italiana non può limitarsi solo alle notificazioni per via telematica, o alla trasmissione digitale dei fascicoli tra gli uffici giudiziari. Non dovrebbe nemmeno essere ridotta alla riforma Cartabia che, per mettere una toppa al problema dei ritardi, ha optato per cancellare tutto quello che eccede i due anni. E se è vero che il nostro paese ha il più alto numero di condanne per “irragionevole durata” dei processi; è altrettanto vero che la Commissione europea nella Relazione sullo Stato di diritto 2022, nel capitolo dedicato all’Italia, non si perde in perifrasi e cassa l’operato del ministro italiano. La riforma così formulata, nel concreto, elimina i processi e non li abbrevia.  L’improcedibilità può mettere a rischio “l’effettività del sistema giudiziario” soprattutto “in relazione alla lotta alla corruzione, specialmente nel grado d’appello”. La riforma include previsioni, applicabili ai reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, che introducono limiti temporali massimi per concludere i processi in Corte d’Appello e Corte di Cassazione, altrimenti il caso verrà archiviato: a questo punto però, i processi per corruzione, riflette la Ue, sono proprio tra quelli che in appello possono estinguersi automaticamente dopo due anni, a meno che il giudice non richieda una specifica estensione. Con giudizi tranchant che non lasciano grandi margini, la Commissione inchioda l’Italia al ruolo di “osservato speciale” sulla giustizia da qui ai prossimi anni.

Mentre le corti italiane zoppicano, la mafia corre. Corre fortissima e già domina le avanguardie. E’ la digitalizzazione del crimine organizzato: in un click si fanno affari di ogni tipo, dal narcotraffico, alle scorie nucleari, rifiuti, armi, perfino il mercato di organi e la tratta di esseri umani. Per l’Interpol questa nuova inclinazione criminale costa all’Europa circa 750 miliardi l’anno. L’Europol stima che i due terzi delle offerte illegali del darkweb siano legati alla droga. Le risultanze investigative hanno confermato sofisticati investimenti da parte delle consorterie mafiose in ambito di tecnologia e informatica. I boss si affidano ai migliori hacker e ad innovative startup per ricerca e programmazione; si dedicano a sviluppo di software e hardware, strategie commerciali e finanziarie. Possiedono strutture di codifica e malware, esperti d’ingegneria elettronica e web-finanza. Hanno al loro servizio un esercito di professionisti, da periti e tecnici, scienziati, informatici, commercialisti, avvocati. Gli affiliati usano server criptati e hanno sistemi di cancellazione definitiva di chiamate e scritture. Pagano una sorta di abbonamento semestrale per gli apparecchi criptati, cui si aggiunge anche un servizio di assistenza tecnica, sempre reperibile H24. In caso di necessità, il servizio di tecnici assicura loro anche l’eliminazione da remoto di tutti i dati e i contatti presenti sul telefono o qualsiasi apparato collegato.
L’operazione “Trojan Shield”, concretizzata tramite l’uso di un sistema criptato veicolato dall’Fbi, inizialmente in USA e Australia, ha disvelato milioni di messaggi scambiati da migliaia di utenti in più di novanta paesi. Il software è finito anche nelle mani di boss e colletti bianchi in Germania, Olanda, Francia, Spagna, Serbia, Italia. L’indagine, che ha visto la collaborazione delle squadre operative di mezzo mondo, ha parzialmente illuminato gli affari di oltre 300 organizzazioni criminali. In quel frangente, e proprio tramite il programma criptato, è stato possibile localizzare anche Rocco Morabito, il punto di riferimento della Locride, ritenuto il mediatore ndranghetista più importante per i carichi di coca dal Sud America.
Le ultime operazioni delle forze delle ordine raccontano dinamiche sommerse, captati messaggi on line di ordini di esecuzione ai sicari e accordi sul quantitativo di droga da far arrivare. Le nuove tecnologie hanno spalancato le porte dell’omertà digitale, consegnando ai boss un vantaggio criminale competitivo che ha ridisegnato gerarchie e alleanze. I partner oltreoceano non sono più così lontani. Azzerato il rischio di essere visti o ascoltati, la trattativa a distanza diventa da eccezione, regola. L’innovazione ha modificato routine e assetti in tutto il mondo. Incardinato nella condivisione di strumenti come internet, applicativi e sistemi di crittazione, il crimine da remoto diventa attuale. Le forze dell’ordine sono state costrette ad uno sforzo di innovazione, una guerra senza quartiere che inevitabilmente si è spostata anche online. L’attività di riciclaggio è su vasta scala, usando dimensioni come il “Metaverso”, recente progettualità di realtà virtuale, sulla quale sembra che le maggiori aziende multinazionali del settore stiano investendo ingenti risorse. Si tratta di un ambiente ibrido, in cui i confini tra realtà fisica e virtuale sono pressoché inesistenti, ove si sviluppa un’economia basata su una criptovaluta unificata, e sulla compravendita di NFT (non fungible tokens), oggetti digitali unici e insostituibili. Le consorterie si muovono agevolmente nel deepweb e nel darkweb. Innumerevoli i pagamenti anche per prestiti, usura e gioco d’azzardo tramite schede telefoniche, applicazioni e social network. Come testimoniato dalle risultanze investigative della Procura di Catanzaro, guidata dall’illustre dott. Gratteri, la ndrangheta è già pronta a movimentare transazioni miliardarie per pagare i fornitori di droga sud americani con bitcoin e criptovalute. Anonimato e protezione che il cyberspazio offre alla criminalità organizzata. Il fenomeno mafioso si può declinare anche nella manomissione delle macchine delle slot (per rendere l’alea di rischio più elevata rispetto a quella regolamentare); collegamenti tra i dispositivi degli apparecchi che contengono le informazioni sul volume delle giocate e il concessionario; installazione di dispositivi (cosiddetti abbattitori) che interferiscono nel collegamento telematico. Si aggiungono l’attivazione di apparecchi clandestini, non censiti, la clonazione delle smart-card, la trasformazione di videogiochi o giochi di abilità in slot con vincita di denaro, attraverso l’installazione di una seconda scheda. Un network di cui fanno parte diverse organizzazioni criminali, esperti di varia nazionalità, aziende con sede a Malta, Panama, Cayman, Antille Olandesi e una rete commerciale composta anche da imprese affiliate (operazione Gambling). Le recenti indagini hanno mostrato un chiaro passaggio alle attività online da parte dei criminali, i quali hanno sfruttato la tecnologia finanziaria, compreso l’uso di siti web internazionali e conti bancari online. Nelle applicazioni si scommettono soldi finti solo in apparenza, perché le fiches si pagano attraverso postepay, paypal, buoni regalo digitali o ricariche telefoniche; social e whatsapp sono tra i canali più usati.

L’elite della ndrangheta è già pronta con la moneta virtuale, ma non solo. Utilizza i social media e la messaggistica dei game stranieri per eludere le normative sulle intercettazioni, comunica dentro e fuori l’associazione, attrae nuovi affiliati.
Le consorterie sfruttano la tecnologia anche per trafficare armi, trafugare e speculare con le banche dati. Negli ultimi decenni le grandi potenze mondiali stanno creando androidi e animali robotizzati che combattano nei terreni più impervi, droni sorvolano e controllano i cieli. Stati Uniti, Cina, Israele, Corea del Sud, Russia e Regno Unito sono tra i capofila di questi progetti ed investono su armi letali autonome. Missili e aerei-robot in grado di colpire ovunque, droni sottomarini, navi robotizzate per l’attacco in superficie e la caccia ai sommergibili, carri armati automatici, soldati e coyote robot. Macchine da sterminio, più rapide e potenti della fanteria umana, destinata ad essere schiacciata. Le letal autonomous weapon sono l’ultima frontiera della tecnologia militare. L’incontro più avanzato e terribile tra l’intelligenza artificiale e gli eserciti. Prendono decisioni di vita e di morte, programmate anche per autorigenerarsi e cercare fonti di nutrimento a loro adatte. Secondo Kai-Fu Lee, ex dirigente di Microsoft e Google ed esperto di ricerca nell’ambito, solo pochi potranno davvero sfruttare il potenziale della rivoluzione robotica, poiché occorrono molti denari, molti dati e molti scienziati specializzati. Chiunque abbia il controllo della tecnologia ha nelle mani il controllo del mondo. La convergenza tra BigData e Intelligenza Artificiale sarà lo sviluppo più importante che plasmerà il mondo. Non solo banche dati con password, conti bancari e transazioni, identità rubate, segreti di stato trafugati, formule chimiche, mediche o militari. E’ vertiginoso l’abisso che si apre nel nuovo mondo delle cybermafie.

Criminalità organizzate e multinazionali viaggiano spedite, ma su questo punto la giurisprudenza non sembra tenere il passo. Numerosi sono gli interrogativi che si dischiudono, dal riconoscimento globale di un diritto penale internazionale che possa disciplinare le dinamiche cibernetiche e robotiche, così come quello di una normativa che vada ad incidere sul processo di progettazione e costruzione delle nuove tecnologie; l’uso più o meno accettato/accettabile di queste ultime, sino a quesiti etici più ingombranti come la responsabilità dei soldati robot (Convegno Automazione e società algoritmica. Quali sfide per il diritto internazionale? – Università di Verona, Centro di eccellenza per la ricerca su Diritto, Tecnologie e Cambiamenti IUSTeC – ottobre 2022).

Cambiano gli strumenti a disposizione e la natura delle mafie, la cui azione di contrasto deve puntare all’adeguamento degli strumenti tecnologici e ad aumentare le capacità di penetrare sulla rete. Tuttavia, a rendere ancora più complessa la perseguibilità del cybercrime non è solo la scarsa omogeneità delle legislazioni nazionali, ma anche gli incagli di giurisdizione che sorgono a livello nazionale e internazionale. Le forme tradizionali di giurisdizione, infatti, si basano sul concetto di “confine” e le leggi su quello di “sovranità territoriale”. Nei casi di un crimine informatico di portata transnazionale, ad esempio, diventa assai difficile stabilire il luogo di radicamento dei reati. Non solo, vi sono anche le tematiche della privacy e la non facile acquisizione di dati in un mare cibernetico. Ad oggi, i Paesi del centro e nord Europa sembrano dare la precedenza alla tutela della privacy, a discapito di intercettazioni e dell’utilizzo dei trojan della polizia. La Germania è il paese a più alta densità ndranghetistica in Europa, dopo l’Italia, poiché, favorendo la tutela della privacy, non contrasta efficacemente il riciclaggio. Da un lato vi sono i diritti individuali e fondamentali, come il diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali; dall’altro la lotta al crimine organizzato e terroristico che è di interesse generale. I dubbi si riverberano dalle intercettazioni alla data retention, ovvero l’acquisizione dei dati esterni relativi al traffico e all’ubicazione (fonte di una comunicazione, numero telefonico, dati dell’utente registrato, accesso a internet, data, ora e durata, log in e log out, ubicazione geografica, chiamate, etc.). I dati esterni delle comunicazioni, [telefonia fissa, mobile, internet] vengono normalmente trattati dal gestore a fini commerciali e conservati per un periodo limitato. Tali dati, però, costituiscono uno strumento di indagine penale di estrema utilità per l’accertamento e la repressione delle gravi forme di criminalità transnazionali e per questo è di cruciale importanza regolamentarne la gestione. La prima sentenza del 2014 (sent.Digital Rights), aveva dichiarato illegittima la Direttiva “Frattini” 2006/24/CE, che disciplinava la conservazione e il trattamento dei dati personali contenuti nei tabulati telefonici a fini probatori [da parte delle forze dell’ordine], per violazione del principio di proporzionalità nel bilanciamento tra diritto alla protezione dei dati personali ed esigenze di pubblica sicurezza (“Dalla data retention alle indagini ad alto contenuto tecnologico”, prof. Roberto Flor – prof. Stefano Marcolini, maggio 2022). Le pronunce più recenti della Corte di Giustizia sono quella dello scorso 5 aprile 2022 (G.D. v The Commissioner of the Garda Síochána and Others, C-140/20, EU:C:2022:258) e quelle del 20 settembre 2022 (VD, C-339 e 397/20; Space Net C-793 e 794/19) in cui emerge l’indubbia utilità della data retention per le investigazioni penali, ma il modello di conservazione generalizzata e indifferenziata dei dati non è ritenuta accettabile dalla Corte europea. La definizione dei termini di trattamento deve essere fatta a priori, ed è strettamente legata alle scelte relative ai mezzi con cui si conservano e cancellano i dati, quindi alla privacy by design. Un controllo “a monte” che evidentemente non è di facile né immediata attuazione. I tradizionali concetti di privacy e riservatezza personale si sono evoluti comprendendo quelli di tutela dei dati personali e riservatezza informatica. La società moderna, dunque, si è trasposta nel cyberspazio e si snoda tra le dinamiche reali e quelle virtuali.

Da qui l’esigenza di ricorrere a nuovi mezzi di ricerca della prova, a nuovi strumenti per contrastare il crimine, alla conservazione ed acquisizione dei dati di traffico telefonico e telematico. “Segui i soldi”, il vincente approccio di Giovanni Falcone, è sempre valido, ma i metodi cambiano, perché il denaro diventa immateriale e sfuggente. Lo sottolinea anche la relazione della Dia per il secondo semestre del 2021. Transazioni virtuali e riciclaggio sono «un campo di fondamentale importanza per arginare l’espansione economico-finanziaria delle mafie, attraverso la valorizzazione delle informazioni finanziarie su operazioni sospette». Le mafie puntano sulle «nuove frontiere offerte da internet che consentono di sviluppare attività di riciclaggio su una scala sempre più ampia producendo in definitiva la digitalizzazione della criminalità organizzata». Il settore della sicurezza, per gli esperti della Dia, «dovrà confrontarsi con rinnovati modelli di tipo globale». La rimodulazione non sarà «di semplice realizzazione dal momento che lo spostamento da un ambiente tangibile verso un ambiente dematerializzato comporta che gli illeciti commessi, da una parte, e gli strumenti e i metodi utilizzati per indagarli, dall’altra, non siano più soggetti alle regole tradizionali e consolidate, basate su spazi fisici e territoriali». Le caratteristiche della rete, che permette di trasferire tantissime informazioni in tutto il mondo in brevissimo tempo, sono vincenti per le organizzazioni criminali, che possono quindi impiegare le autostrade elettroniche per dislocare i proventi illeciti o per perfezionare i propri business in una spirale crescente. Sicché, appare necessario che anche gli strumenti di indagine e di giustizia possano essere correttamente bilanciati nei due mondi. Ciò chiaramente non può e non deve tradursi in un controllo indiscriminato di massa da parte dello Stato, ma piuttosto nella creazione di normative e procedimenti snelli che consentano la concretizzazione degli sforzi delle procure. ‘Ndrangheta e Cosa nostra hanno già ampliato i propri orizzonti ed il loro campo operativo; devono farlo anche gli investigatori. E’, inoltre, indispensabile migliorare e rendere più aderente alle mutate attività criminali anche la normativa in materia di misure antiriciclaggio e patrimoniali, tenendo in considerazione che le prossime sfide sono nel mondo digitale.

[dati integrati dalla relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, II semestre 2021]

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