Per una politica della realtà, della solidarietà e del coraggio. (Editoriale di Filippo Torrigiani)
La Sinistra smarrita e il Paese reale
L’Italia è un Paese sospeso, in cui la democrazia si sta svuotando nel silenzio generale. Quando l’astensione al voto sfiora il 50% nei territori e crolla a picco, non siamo di fronte a un’improvvisa pigrizia collettiva, ma a un preciso atto d’accusa. Metà dei cittadini ha scelto l’invisibilità elettorale perché si sente invisibile per la politica. Il distacco non è solo numerico, è emotivo e culturale: intere generazioni sono cresciute senza mai aver sperimentato l’idea che il voto possa effettivamente migliorare le loro condizioni materiali di vita. Il divorzio più doloroso è quello consumato tra la sinistra e il suo insediamento storico: le periferie sociali, i lavoratori, i precari, i ceti medi impoveriti. C’è stato un tempo in cui la sinistra italiana – guidata da figure come Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer – era la casa degli operai, delle grandi lotte sindacali e del riscatto delle classi subalterne. Tra gli anni ’60 e ’70, le sezioni di partito erano presidi di alfabetizzazione politica e di emancipazione sociale, luoghi dove il figlio dell’operaio capiva di avere gli stessi diritti del figlio del datore di lavoro. Negli ultimi trent’anni, tuttavia, quel legame si è spezzato. La proposta progressista si è rifugiata nei salotti comodi delle zone a traffico limitato, parlando la lingua fumosa dei tecnocrati ed ereditando la cultura liberista degli anni ’90, quella sdoganata dalla svolta di Blair nel Regno Unito, tanto per capirci. Chi soffre la crisi, chi non arriva alla terza settimana, chi vede i propri figli costretti a emigrare per un salario da fame, non ha trovato risposte nella retorica della meritocrazia e della flessibilità competitiva. Non è il popolo ad aver tradito la sinistra votando a destra o rifugiandosi nel non-voto; è la sinistra che ha tradito il popolo smettendo di fare il proprio mestiere: unire chi sta in basso per cambiare lo stato delle cose: far ripartire l’Ascensore sociale. Serve una virata netta. Serve andare un po’ più a sinistra, dove la realtà pulsa e la giustizia sociale non è uno slogan, ma un bisogno vitale.
Meno chic, più Tuta: ripartire dai fondamentali e dal lavoro.
Per ricostruire un’alternativa credibile, occorre innanzitutto cambiare postura e linguaggio. Bisogna spegnere i riflettori dei talk show, la stucchevole pratica dei selfie e riaccendere la presenza fuori dai cancelli delle fabbriche, nei magazzini della logistica, tra i banconi dei mercati rionali e nei quartieri popolari della periferia profonda. Bisogna abbandonare il “politichese” e riscoprire l’orgoglio della concretezza. Se la sinistra non torna a essere riconoscibile nell’aspetto, nei luoghi e nelle facce dei suoi rappresentanti, continuerà a essere percepita come un club d’élite per ceti benestanti. Ripartire dai fondamentali significa combattere e ancor di più prevenire l’impoverimento; riconoscere che il lavoro in Italia è diventato un luogo di sfruttamento. Nel 1970, l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (legge 300) rappresentò il culmine di un percorso di dignità, sicurezza e stabilità contrattuale, fortemente voluto dal ministro Giacomo Brodolini. Oggi, dopo decenni di leggi de regolamentatrici – dal Pacchetto Treu del 1997 alla Legge Biagi del 2003, fino al Jobs Act del 2015 – quel patrimonio di diritti è stato scientificamente smantellato in nome i una falsa modernità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia è l’unico Paese dell’area OCSE in cui i salari reali sono diminuiti rispetto al 1990. Non basta più parlare di “ammortizzatori sociali”: è necessario introdurre per legge un salario Minimo dignitoso che non scenda mai sotto la soglia della dignità, cancellare i contratti pirata firmati da sindacati di comodo che frammentano i diritti e porre un freno definitivo al precariato selvaggio e all’abuso dei contratti a termine. La sinistra deve tornare a essere l’amalgama sociale di un blocco frammentato: deve unire l’operaio della grande industria meccanica, il corriere del subappalto che corre per consegnare un pacco, il giovane professionista costretto a una finta partita IVA e l’insegnante precario che cambia scuola ogni anno. La solidarietà non è beneficenza paternalistica, ma l’organizzazione collettiva degli ultimi e dei penultimi contro la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Pace senza compromessi: stop alle spese per gli armamenti.
Un soggetto politico che voglia definirsi autenticamente progressista non può balbettare sulla guerra e sulla pace, né nascondersi dietro formule ambigue di realismo geopolitico. L’escalation militare globale sta drenando risorse immense che vengono sottratte al benessere dei cittadini, alimentando un’economia di guerra che arricchisce solo i produttori di morte. La nostra posizione deve essere netta, categorica e senza infingimenti: diciamo basta alle spese per gli armamenti. A tutti gli armamenti, inclusi quelli destinati ai conflitti all’estero. La sinistra italiana ha una gloriosa tradizione pacifista e internazionalista da rivendicare, che va dalle storiche marce della pace di Aldo Capitini negli anni ’60, costruttore dell’idea di nonviolenza attiva, alle imponenti mobilitazioni che nell’autunno del 1981 videro migliaia di cittadini manifestare contro l’installazione deimissili Cruise a Comiso. Quella lezione di rifiuto della logica dei blocchi contrapposti è oggi più attuale che mai in un mondo policentrico e instabile. Il costante aumento del budget della difesa per soddisfare i parametri richiesti in sede NATO (il famigerato target del 2% del PIL) rappresenta uno schiaffo alla povertà. Ogni euro investito in un sistema missilistico o in un caccia di ultima generazione è un euro tolto a una scuola pubblica, a un reparto di terapia intensiva, a un asilo nido comunale. La pace non è passività, sottomissione o neutralità indifferente, ma l’esercizio quotidiano e faticoso del coraggio diplomatico. L’Italia deve onorare lo spirito originario dell’Articolo 11 della Costituzione — che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali — e farsi promotrice di una politica estera basata sulla cooperazione internazionale, sugli aiuti umanitari e sulla mediazione nei trattati internazionali di disarmo. La vera difesa della patria si fa garantendo la coesione sociale e i diritti dei suoi cittadini, non alimentando i profitti dei colossi dell’industria bellica.
La Salute non è una merce: rinascita della Sanità pubblica.
Il termometro della giustizia sociale di un Paese si misura nei corridoi dei suoi ospedali e nei tempi d’attesa per un esame diagnostico. Nel 1978, grazie alla legge 833 firmata dall’allora Ministra Tina Anselmi, l’Italia istituiva il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), un modello pionieristico fondato sui pilastri universali dell’uguaglianza, dell’equità e della gratuità delle cure, direttamente ispirato all’Articolo 32 della Costituzione. Quella riforma stabiliva che la salute fosse un diritto innato di ogni individuo, slegato dal censo e dalla condizione lavorativa. Negli ultimi decenni, tuttavia, l’introduzione del Decreto Legislativo 502 del 1992 ha avviato la stagione dell'”aziendalizzazione”, trasformando le Unità Sanitarie Locali in ASL guidate da manager attenti solo al pareggio di bilancio. I tagli lineari imposti dai patti di stabilità hanno successivamente indebolito la sanità pubblica, sbilanciando il sistema a favore dei grandi colossi privati accreditati. Il diritto alla salute è stato così trasformato in un lusso di mercato: chi ha i soldi salta le liste d’attesa ricorrendo all’intramoenia o alle cliniche private; chi non li ha è costretto a rimandare le cure o a rinunciarvi del tutto, con effetti devastanti sulla prevenzione e sull’aspettativa di vita nelle aree economicamente depresse. Questo ribaltamento è inaccettabile e immorale. Dobbiamo invertire la rotta con una terapia d’urto legislativa: stop ai favori e ai finanziamenti facili alla sanità privata convenzionata ogni volta che questa svuota le risorse e il personale del sistema pubblico. È urgente varare un piano straordinario di investimenti strutturali per assumere medici, infermieri e personale sanitario, restituendo dignità economica e professionale al loro lavoro per fermare la fuga all’estero. Bisogna smantellare la centralizzazione ospedaliera selvaggia e ricostruire la medicina di territorio: le Case della Salute, i consultori e i medici di base devono tornare a essere il primo, accessibile presidio di cura, integrato nella vita quotidiana delle persone.
Il Cancro dei 100 Miliardi: Lotta dura all’evasione fiscale.
Per finanziare la sanità, la scuola, la ricerca e lo stato sociale, le risorse economiche ci sono, ma sono nascoste dove la politica ha troppa paura di guardare per non perdere il proprio bacino elettorale. L’evasione fiscale in Italia è un cancro economico e sociale nefasto che, secondo le relazioni annuali del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), sottrae ogni anno alla collettività una cifra astronomica che oscilla intorno ai 100 miliardi di euro. Non si tratta, come spesso si vuole far credere, di piccoli artigiani o commercianti che evadono per necessità di sopravvivenza, ma di una sistematica, tecnologica e strutturata infedeltà fiscale che si annida nei grandi patrimoni, nelle multinazionali che delocalizzano i profitti e nei complessi circuiti finanziari internazionali. Dobbiamo ricordarci della grande riforma tributaria del 1971 guidata da Bruno Visentini, che mirava a modernizzare il Paese applicando il principio costituzionale della progressività fiscale sancito dall’Articolo 53: ognuno deve contribuire alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. Quel principio è stato sistematicamente tradito da trent’anni di sanatorie, scudi fiscali, condoni camuffati da “paci fiscali” e dall’introduzione di regimi forfettari che hanno demolito l’equità orizzontale del sistema, facendo pesare quasi l’intero gettito IRPEF sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Chi evade le tasse non compie un peccato veniale di furbizia: sta rubando i farmaci a un malato oncologico, l’insegnante di sostegno a un bambino disabile, la manutenzione delle strade e una pensione dignitosa a un anziano. La lotta all’evasione deve diventare la prima priorità di sicurezza nazionale ed economica. Serve un incrocio totale, automatizzato e digitalizzato delle banche dati finanziarie, la certezza della pena detentiva per i grandi truffatori fiscali e la fine definitiva di ogni forma di condono. Solo recuperando queste risorse sottratte allo Stato potremo attuare una vera riforma fiscale progressiva, riducendo drasticamente le tasse sul lavoro dipendente e sostenendo le piccole imprese virtuose che pagano fino all’ultimo centesimo.
Stato contro Antistato: la lotta alle mafie in primo piano.
C’è un immenso e colpevole rimosso nell’agenda politica italiana contemporanea: la criminalità organizzata. Le mafie sono state progressivamente derubricate dal dibattito pubblico a una mera questione di ordine pubblico minore, una sorta di fastidiosa tassa di soggiorno con la quale le istituzioni e il tessuto economico hanno deciso tacitamente di convivere. Ma le mafie non sono un fenomeno folkloristico o circoscritto: sono un vero e proprio Antistato economico e finanziario che si sta letteralmente mangiando l’Italia, inquinando l’economia legale, controllando militarmente interi territori e falsando la libera concorrenza commerciale.
La sinistra deve ritrovare la memoria storica e il coraggio di Pio La Torre,
il segretario del PCI siciliano che pagò con la vita nel 1982 la sua intuizione giuridica e politica rivoluzionaria: la legge Rognoni-La Torre, che per la prima volta inserì nel codice penale il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis) e dispose il sequestro e la confisca dei beni patrimoniali dei clan. Quella fu una svolta storica che colpì le organizzazioni criminali nell’unica cosa che conta davvero per loro: l’accumulazione di ricchezza. Oggi, quel rigore ideale sembra svanito dal radar dei partiti. Il motore finanziario di questo Antistato rimane il gigantesco traffico internazionale di stupefacenti, un mercato monopolistico che non conosce crisi macroeconomiche e che genera ogni giorno fiumi di liquidità immediata. Questo denaro viene estratto sfruttando la tossicodipendenza e il disagio delle periferie per poi essere iniettato nei circuiti dell’economia pulita. Le mafie moderne hanno in gran parte sostituito le armi da fuoco con i più sofisticati strumenti dell’alta finanza: il riciclaggio di denaro sporco non avviene più solo attraverso l’acquisto di attività commerciali tradizionali o ristoranti, ma si muove invisibile attraverso schermi societari complessi, holding estere nei paradisi fiscali, investimenti speculativi nei mercati immobiliari delle grandi metropoli del Nord, transazioni in criptovalute e infiltrazioni sistematiche nei flussi dei fondi pubblici europei e negli appalti d’opera. Rimettere la lotta alle mafie in cima alle priorità significa comprendere che dove c’è controllo mafioso non può esserci libertà democratica, non c’è sviluppo economico sano e non può esistere alcuna idea di sinistra. Il nuovo soggetto politico deve promuovere tolleranza zero contro la corruzione e le infiltrazioni criminali nella pubblica amministrazione, potenziando gli strumenti investigativi e il riutilizzo sociale dei beni confiscati, seguendo l’esempio luminoso della legge di iniziativa popolare promossa da Libera nel 1996. La lotta alla criminalità organizzata deve tornare a essere una grande battaglia culturale e politica di riscatto economico e sociale, soprattutto per il Mezzogiorno, liberando il lavoro dal ricatto del caporalato e del welfare assistenziale mafioso.
Terra, non Cemento: Ecologia Popolare contro il Dissesto.
L’ambientalismo che proponiamo non ha nulla a che fare con le ZTL delle grandi città o con le transizioni verdi d’élite, quelle che si traducono in incentivi per beni di lusso o in tasse ecologiche che gravano ingiustamente sulle spalle dei ceti più poveri. L’ecologia di sinistra è intrinsecamente un’ecologia popolare, perché la storia dimostra che sono sempre le classi meno abbienti a pagare il prezzo più alto, in termini di salute e distruzione dei beni, a causa dei disastri ambientali e del cambiamento climatico. In Italia si continua a cementificare ed edificare ovunque in nome del profitto speculativo immediato di enti locali in dissesto e imprese private, mentre i nostri territori franano e si allagano alla prima pioggia eccezionale. Dobbiamo trarre insegnamento dalle grandi e dolorose lezioni della nostra storia ferita: dal disastro del Vajont nel 1963, dove la logica del profitto industriale calpestò deliberatamente la sicurezza geologica del territorio, fino alle recenti e ripetute alluvioni che colpiscono ciclicamente le pianure e le coste del Paese. La deregulation urbanistica e la frammentazione delle tutele — accelerata negli anni dalle normative sul subappalto a cascata nei cantieri edili — hanno reso il territorio fragile e i lavoratori meno sicuri. Bisogna dire basta al consumo di suolo a saldo zero e bloccare i piani regolatori speculativi. Risorse finanziarie immense vanno spostate dalle grandi opere infrastrutturali inutili, costose e dall’impatto ambientale devastante, verso un gigantesco e permanente Piano Nazionale contro il Rischio Idrogeologico. Mettere in sicurezza i letti dei fiumi, consolidare i versanti montuosi franosi, bonificare i siti industriali inquinati ed effettuare l’efficientamento energetico delle scuole pubbliche e dei complessi di edilizia residenziale pubblica non è solo un dovere morale per proteggere le vite umane. È anche un formidabile e strategico volano economico interno, capace di creare centinaia di migliaia di posti di lavoro stabili, qualificati, sicuri e strutturalmente non delocalizzabili. Curare la Terra significa, prima di ogni altra cosa, curare e proteggere la comunità che la abita.
Campo Largo: il progetto per vincere
Questo contributo non vuole essere l’ennesimo esercizio di testimonianza o di scontento ideologico, ma una indicazione programmatica e identitaria rivolta a chi ha l’ambizione di governare l’Italia. Al cosiddetto “Campo Largo” delle opposizioni è indirizzato un appello e, al tempo stesso, un severo avvertimento: le elezioni politiche non si vincono nei laboratori della politica o nelle retrovie dei palazzi romani facendo la pura somma aritmetica delle percentuali dei partiti. I cartelli elettorali costruiti esclusivamente “contro” l’avversario di turno, privi di una visione comune del mondo, sono storicamente destinati a fallire durante la campagna elettorale o a sciogliersi drammaticamente al primo voto di fiducia in Parlamento. La storia stessa dell’Ulivo di Romano Prodi nel 1996 ci insegna che si vince e si governa solo quando si è capaci di unire un’ampia coalizione sociale e politica attorno a un progetto di Paese chiaro, partecipato, comprensibile e profondamente alternativo al modello culturale delle destre. Per vincere e, soprattutto, per cambiare l’andamento economico del Paese, il Campo Largo deve darsi un’anima, una postura e un profilo radicale, coraggioso e credibile. Deve fare interamente proprie queste grandi battaglie di civiltà: l’introduzione del salario minimo legale, il rifinanziamento strutturale della sanità pubblica universale, la lotta senza quartiere all’evasione fiscale e alle mafie finanziarie, la transizione ecologica popolare e una decisa, storica inversione di rotta sulle spese militari a favore della diplomazia internazionale. Marcia indietro sulla privatizzazione dei servizi pubblici come l’Acqua. Solo se la coalizione saprà darsi un’identità chiara e coraggiosa, capace di parlare ai bisogni materiali e di riaccendere la speranza in quel 50% di italiani che ha smesso di credere nella funzione stessa della politica, il Campo Largo cesserà di essere una somma di sigle e diventerà una vera forza d’urto vincente. La strada è tracciata: per battere le destre e risvegliare l’Italia dal torpore dell’astensionismo, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e camminare decisamente, UN PO’ PIÙ A SINISTRA.

