Pubblicato: dom, 5 Gen , 2014

Hanno ammazzato Pippo, Pippo è vivo!

Il giornalista ucciso trent’anni fa dalla mafia ci ha lasciato una lezione etica ancora attuale

pippo-fava«Mi piace pensare che oggi avrebbe mantenuto la sua ironia e il suo umorismo e non avrebbe guardato neanche per un minuto con disperazione questa Catania». A parlare è Elena Fava, figlia di Giuseppe, il giornalista ucciso dalla mafia la sera del 5 gennaio del 1984, davanti al Teatro Verga del capoluogo etneo, freddato con 5 colpi di pistola alla nuca, in una via che oggi porta il suo nome. Ammazzato perché “ha osato” mettere nero su bianco quello che tutti sapevano, ma nessuno aveva il coraggio di dire, e cioè che «i mafiosi veri stanno in ben altri luoghi, in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento a volte sono ministri, sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della Nazione».

«Il fatto che dopo trent’anni siamo ancora qui per raccontare la similitudine tra il passato e il presente dimostra che Fava va riletto, riscoperto e – aggiunge la figlia Elena – dalla sua vita si deve prendere spunto per fare il proprio lavoro con spirito etico». L’esempio del giornalista, nato a Palazzolo Acreide, classe 1925, è vivo più che mai e la sua eredità, prima di tutto morale, cresce di anno in anno. Un urlo nel silenzio ignorato da molti, quando dirigeva “I Siciliani”, la voce di Fava è oggi un suono potente che rimbomba in un Paese restio a ricordare e onorare i suoi figli più meritevoli. Un Paese dalla memoria corta, fatta eccezione per commemorazioni cariche solo di retorica. «Io ho visto molti funerali di Stato – diceva Fava pochi giorni prima di essere ucciso, durante l’ultima famosa intervista rilasciata a Enzo Biagi –. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità». Un Paese che, non soltanto, non è stato in grado di difenderlo, ma ha permesso che al dolore si aggiungesse la rabbia per i tentativi di depistaggio e calunnie da parte di chi, appunto, avrebbe dovuto cercare sin da subito i veri mandanti ed esecutori dell’omicidio, e invece ha preferito seguire l’altra pista. Cosa di fimmini fu, si diceva. Stesso oltraggio toccherà 9 anni dopo a Beppe Alfano, altro giornalista “scomodo”.

Pippo Fava delineò con fare profetico ed estrema lucidità un quadro ben preciso. Tracciò con semplicità e senza mai rinunciare all’ironia i rapporti che la mafia intratteneva con la politica e «i livelli superiori»: i veri nemici da combattere per rendere libero questo Paese. Smascherava compromessi, scopriva ipocrisie, sbugiardava collusioni in una città «immobile nella melma» e in cui, spiegava lui stesso, «non c’è il bianco e il nero, ma tutto è grigio. Grigio fango». Quel fango divenne presto il piombo dei proiettili della calibro 7,65 che non gli diedero nemmeno il tempo di scendere dalla sua Renault. Tocca a noi raccogliere l’eredità etica e professionale di Fava. Dobbiamo riuscire, come scriveva Nietzsche, ad inventare l’espediente alchimistico in grado di trasformare quel fango in oro.

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