Pubblicato: lun, 13 Ago , 2018

Riace: un modello di accoglienza

“Abbiamo condiviso un sogno di una nuova umanità libera dalle mafie, dal razzismo, dal fascismo e da tutte le ingiustizie”.

 

Riace: cos’è? In Italia, alcuni ricordano i bronzi. Ma Riace è soprattutto altro: è un piccolo borgo di Calabria dove è stato pensato e attuato un modello di accoglienza che ha suscitato grande interesse fuori dai confini italiani; in Italia una corposa ignoranza.

Il comune di Riace ha aderito a un bando della Regione Calabria per progetti di rivitalizzazione di borghi in fase di spopolamento. L’anima del progetto Riace è il sindaco Domenico Lucano. Fortune, la rivista statunitense tra le più autorevoli al mondo nel ramo business, dello stesso gruppo dei prestigiosi Time e  Life, lo ha considerato, nel 2016, tra le 50 persone più influenti al mondo, unico italiano. Ma Salvini, che invece il consiglio dell’isola spagnola di Maiorca ha giudicato all’unanimità “persona non gradita” perché xenofoba, ha detto che per lui il sindaco di Riace è uno zero.

Il sud della penisola italiana muore, intere regioni si desertificano, la Calabria abbandonata al suo destino è preda della criminalità organizzata che detta la propria legge e non è quella delle istituzioni, i migranti vi sono resi schiavi nei campi di raccolta e la terra si riempie di tendopoli e buona parte del territorio è desolazione. In questa terra c’è un sindaco che ha sottratto un piccolo pezzo, un paese, al deserto intorno, trasformandolo in un’oasi aperta a chi richiede asilo, ma non per rimanere posati inattivi e inutili, bensì per essere protagonisti di una rinascita, la loro e insieme quella del luogo che li accoglie. Una comunità multietnica ha riportato in vita anche gli antichi mestieri: hanno riaperto laboratori artigianali, di ceramica,  di tessitura, di falegnameria, hanno trovato sede nelle cantine abbandonate, recuperando in tal modo il patrimonio immobiliare del paese: i migranti imparano un lavoro e contribuiscono così a ricavare un gruzzolo di economia dove prima pesava la miseria. Ha ripreso a funzionare la scuola elementare che era stata chiusa; con due asinelli che si inerpicano per i vicoli scoscesi è iniziata la raccolta differenziata. Uomini e donne di culture diverse vivono insieme in armonia e pace.

Un ministro dell’Interno dovrebbe salutare con favore un esperimento simile, non ostacolarlo; almeno così dovrebbe essere in un Paese normale. Le attestazioni di ammirazione, i commenti autorevoli, la stima e la solidarietà invece arrivano ancora da fuori, e ci perdonino, ad esempio il sindaco di Napoli o Alex Zanotelli, voci che non possono che perdersi nell’indifferenza e nell’omertà generali.

La sindaca di Barcellona Ada Colau è accorsa nel piccolo borgo calabrese per manifestare la sua vicinanza a Domenico Lucano. “A Riace sono riusciti a fare quello che in tanti diciamo di voler fare. Noi lo diciamo, loro l’hanno fatto…Qui si vede che l’accoglienza non è solo una questione morale, legale o di diritti umani, ma un’opportunità per tutti. Così quando arrivi qui a Riace ti chiedi chi è che sta salvando e chi viene invece salvato. Stiamo salvando i rifugiati o sono loro che stanno salvando l’Europa? Riace stava perdendo la sua popolazione e oggi, grazie al coraggio e alla capacità di chi ha dato vita a un progetto esemplare, la gente è più felice, il paese è pieno di bambini e ha ricominciato a sorridere. Riace è il simbolo di un’Europa della speranza”. Bellissima la lettera di Remy Pagani, sindaco di Ginevra, uno dei Comuni dove si registra la qualità della vita più elevata al mondo. La missiva inizia così: “Sindaco caro fratello” e prosegue notando l’inspiegabilità dell’ostilità contro Lucano, costretto, per poter realizzare gli obiettivi del suo mandato, allo sciopero della fame ed esprimendogli dunque “solidarietà per la protesta contro le politiche disumane delle autorità centrali italiane”. E conclude il primo cittadino di Ginevra sostenendo che “è imperativo ripristinare questo modello di accoglienza e integrazione famoso in tutto il mondo”.

Da pochi giorni, in questo luogo in cui si è data vita ad un’esperienza di accoglienza che ha saputo affermarsi come punto di riferimento sul piano internazionale, come ha ricordato il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, il sindaco Domenico Lucano ha interrotto uno sciopero della fame. Vi è stato costretto perché gli organi del Ministero dell’Interno, a livello locale e nazionale, per meri pretesti burocratici, non hanno proceduto al trasferimento delle risorse del progetto SPRAR dal settembre 2016 e hanno escluso Riace dal saldo luglio-dicembre 2017 e per il 2018 non l’hanno compresa tra gli enti beneficiari del finanziamento del primo semestre.

Ricordiamo che lo SPRAR, sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Gli enti locali garantiscono interventi di accoglienza integrata prevedendo, oltre vitto e alloggio, anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza, orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. Ebbene, il fatto parecchio strano è che, nel gennaio 2017, gli ispettori della prefettura di Reggio Calabria avevano redatto un verbale, “a seguito di attività ispettiva” a Riace, di esito non solo altamente positivo, ma addirittura, perfino nello stile del linguaggio, in termini entusiastici. E francamente non vediamo quali altri progetti di accoglienza, integrazione e inserimento siano più degni di contributo, in Italia, di quello del paesino calabro.

Dice Lucano che lo sciopero è stato motivato “dalle ingiustizie che da circa 2 anni stiamo subendo come comunità di accoglienza”. Ribadisce che l’esclusione dal saldo 2017, per circa 650mila euro non erogati, e il mancato inserimento per il finanziamento del 2018, sono avvenuti “nonostante tutte le attività siano state svolte e non sia pervenuta nessuna comunicazione della chiusura del progetto”. “E’ stato dunque accumulato un ingente debito con il personale, con i fornitori e con gli stessi rifugiati”. Dal settembre 2016, poi, relativamente ai CAS, il prefetto di Reggio Calabria, “con vari assurdi pretesti, si rifiuta di saldare il dovuto”. I CAS sono centri di accoglienza straordinaria, pensati per sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali.

E continua così il sindaco Lucano: “Se non ci sarà l’assegnazione programmata, non solo finirà l’esperienza di Riace, ma saranno messi in strada 165 rifugiati, almeno 50 bambini e circa 80 operatori. Numerose attività commerciali, che hanno fornito beni, prevalentemente alimentari da più di un anno, non si vedranno pagato il credito accumulato. L’economia di tutta la comunità, modello mondiale di accoglienza e integrazione, crollerà”.

E’ più che legittimo pensare a una ben precisa volontà di affossare l’esperienza di Riace. Ma perché? Risponde così il sindaco: “Riace è un messaggio pericoloso perché dimostra che l’accoglienza è possibile”. E può essere non  un problema, ma una risorsa. E ancora il sindaco: “Riace diventa una metafora di un modo diverso di vedere il mondo”. Disturbo notevole per chi riesce a vederlo solo nel solito modo immobile.

Ricordando il giudizio alquanto scarso in cultura istituzionale di Salvini, concludiamo anche noi con le parole del sindaco. “E’ vero che appartengo alla classe degli ultimi, praticamente zero. In tutti questi anni abbiamo unito le nostre debolezze con tanti altri disperati di ogni parte del mondo. Abbiamo condiviso un sogno di una nuova umanità libera dalle mafie, dal razzismo, dal fascismo e da tutte le ingiustizie”.

Fulvio Turtulici

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