Pubblicato: mar, 3 Dic , 2013

Borsellino Quater, tanti “non ricordo” nella deposizione di La Barbera

Il funzionario di polizia nega le pressioni su Candura

 

borsellino_sigaretta_paolo_NUn fiume di “non ricordo”, la deposizione di Salvatore La Barbera, presente oggi all’udienza del processo Borsellino quater, in Corte d’Assise a Caltanissetta, ripreso dopo le minacce al pm Nico Gozzo, destinatario il 20 novembre scorso di un messaggio intimidatorio. All’ultima udienza, La Barbera aveva preferito non presentarsi, mentre i colleghi Mario Bo (dirigente della Divisione Anticrimine della questura di Gorizia) e Vincenzo Ricciardi (ex questore di Bergamo, oggi in pensione) si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Una decisione presa nonostante su di loro penda l’accusa di calunnia aggravata dalla stessa Procura nissena nell’ambito delle inchieste sulle stragi del ’92.

La Barbera, all’epoca delle indagini, era un giovane funzionario in servizio alla Squadra mobile di Palermo e attualmente ricopre il ruolo di dirigente della Polizia Postale e delle Comunicazioni per la Lombardia. Nel corso della deposizione, ha ripercorso le varie fasi che hanno portato all’arresto di Salvatore Candura, ex collaboratore di giustizia autoaccusatosi, salvo poi ritrattare, del furto della 126 utilizzata come autobomba in via d’Amelio. Il teste ha detto di non sapere di pressioni né di violenze subite dal Candura. «Il mio non era un ruolo strategico per quel che riguardava le indagini – ha dichiarato La Barbera rispondendo ai pm –. Non facevo parte del gruppo che sceglieva le strategie investigative. Era Arnaldo La Barbera (capo della Squadra mobile di Palermo, ndr) che le concordava con l’autorità giudiziaria. Io ricevevo disposizioni». Versione che contrasta però con quanto sostenuto dall’accusa, e cioè che La Barbera avrebbe indotto gli ex collaboratori di giustizia Salvatore Candura, Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta a fare accuse false nell’ambito delle prime indagini sulla strage del 19 luglio 1992, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

In merito alla conduzione di tali indagini, il funzionario ha detto che se avesse avuto dubbi sulle indagini avrebbe fatto una relazione di servizio, ma al tempo stesso ha aggiunto: «Caso mai dubbi c’erano che personaggi provenienti da un ambiente così malfamato potessero aver avuto un ruolo in un caso così grave, ma il nostro superiore, Arnaldo La Barbera, ci invitava a guardare i dati oggettivi che erano emersi».

Eppure un dato oggettivo emerse, ma che evidentemente all’epoca non fu ritenuto tale: non è mai stato eseguito, infatti, un sopralluogo per verificare la dinamica del furto della 126 (fatto solo successivamente alle dichiarazioni di Spatuzza). «Nessuno ha mai ipotizzato di portare Candura sul posto e farsi raccontare come era avvenuto il furto. Non venne fuori l’esigenza». Pur ricordando una non sovrapponibilità nelle dichiarazioni tra Candura e Scarantino, La Barbera ha ribadito di non saper nulla se vi fosse una possibilità sul confronto e al tempo stesso ha escluso categoricamente di aver partecipato ad un incontro tra Arnaldo La Barbera e il Candura in cui quest’ultimo venne indotto ad andare avanti con la propria versione sul furto.

Salvatore La Barbera ha spiegato di essersi occupato prevalentemente del filone di indagini che riguardava «i telecomandi Telcoma», poiché «identici a quelli rinvenuti dalla Dia nel covo mafioso di contrada Giambascio». Un certo numero di telecomandi di quel tipo, ricorda il teste, era stato venduto da un negozio di Mascalucia, dei fratelli Di Stefano: «L’accertamento ebbe sviluppi con dinamiche operative. Ricordo che ci fu pure un incendio della documentazione contabile in questo esercizio commerciale». Ha quindi ricordato come «venne sentito Giocacchino La Barbera ed emerse un trasferimento dei telecomandi da Catania a Palermo da due persone».

Nel corso della deposizione, La Barbera ha parlato anche del ruolo «estremamente meticoloso ed efficace» di Gioacchino Genchi nelle indagini: «Aveva un canale diretto con Arnaldo la Barbera e si occupò delle interferenze sulle linea telefonica dei familiari di Borsellino. Ricordo che, quando si interruppero i rapporti fra Genchi e La Barbera, i rumors in ufficio dicevano che c’erano stati screzi sull’esito della consulenza. Ma erano soltanto delle chiacchiere di alcuni dipendenti».

Sul pretorio è poi salito Leonardo La Vigna, dirigente generale della Polizia di Stato. Nel 1992 era all’Alto commissariato per la lotta alla mafia. «Il prefetto Verga era il mio capo. Non mi risulta che al castello Utveggio di Palermo ci fosse un ufficio del Sisde». Infine è stata la volta di Fiorella Sprio, citata dall’accusa per spiegare il perché dell’assenza del suo nucleo familiare il 19 luglio 1992 dal territorio siciliano. La teste, che ha evidenziato di non avere avuto buoni rapporti con il padre ha detto che quell’assenza fu dovuta ad una vacanza nel corso della quale, assieme ai fratelli, andò a trovare il padre all’ospedale di Verona. «Ma non ricordo se in quel periodo era latitante o ai domiciliari in ospedale». La Sprio ha quindi rivelato che i lavori di ristrutturazione dello stabile di via d’Amelio (abitava al piano terra del civico 19 assieme alla famiglia, ndr) vennero fatti da una ditta di uno che abitava nel palazzo: «È uno al quale hanno ucciso il figlio, non dovrebbe essere difficile individuarlo», ha detto rivolgendosi ai pm Luciani e Paci.

Assente anche questa volta Marina Busetto, ex compagna di Arnaldo La Barbera, che ha fatto pervenire un certificato medico.

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