Pubblicato: ven, 30 Mag , 2014

Agostino Di Bartolomei il campione taciturno

Vent’anni fa, a dieci anni di distanza dalla finale persa contro il Liverpool, si suicidava il capitano della grande Roma di Liedholm
Agostino-Di-Bartolomei

Agostino Di Bartolomei

Agostino Di Bartolomei inizia a dare i primi calci al pallone nel campetto della parrocchia San Filippo Neri, o Chiesoretta come viene chiamata nel quartiere Tor Marancia a Roma. È un ragazzo serio e calmo, che si dedica allo studio, ma quando entra nel campetto, diventa un leader e ha un tiro così potente che nessuno vuole mettersi in barriera quando calcia le punizioni. Il suo primo tifoso è il padre Franco, che sulla spiaggia di Lavinio, gli insegnerà a giocare a calcio, perché se sai stoppare sulla sabbia, quando giochi in uno stadio di calcio tutto sembra più facile. Inizia a giocare nella Omi, consigliata da un amico del padre perché gli danno i panni già lavati e così la madre non deve occuparsene. L’Omi è una squadra satellite della Roma che lo prende nel suo settore giovanile e lo fa debuttare giovanissimo, a 18 anni appena compiuti. Il palcoscenico del debutto non è uno di quelli semplici. È il 22 aprile del 1973, siamo a S.Siro e Di Bartolomei entra al posto di Franco Cordova nella partita che finirà 0-0 contro l’Inter. Bastano sei mesi ad Agostino per diventare un eroe. Nella stagione ’73-’74, alla prima giornata segna il suo primo gol in maglia giallorossa, contro il Bologna (2-1), un gol che vale la vittoria. Lodato dalle cronache sportive, c’è però chi critica la sua scarsa velocità, inaugurando quella che sarà una costante lungo la sua carriera.

La Roma

Sono anni violenti gli anni ’70 in Italia e inspiegabili minacce gli giungono da frange fanatiche dei tifosi. Lui, uomo schivo e taciturno, si spaventa e si procura una pistola che porterà sempre nel borsello, quella stessa pistola che segnerà la fine di Agostino. Di Bartolomei, romano e romanista percepisce il malcontento dei tifosi della “Rometta”, il nome affibiato alla squadra giallorossa reduce da risultati poco esaltanti, e si pone un obiettivo: far vincere la Roma. I presupposti per il ritorno alla vittoria si iniziano a concretizzare alla fine della stagione ’78-’79 quando la Roma passa a Dino Viola che chiama sulla panchina della squadra capitolina il “barone” Nils Liedholm che stravede per Di Bartolomei e lo mette dove lui merita, al centro della squadra. Tatticamente lo inventa centro-mediano, sollevando dubbi  e critiche che però saranno spazzate via dalle vittorie nella finale di Coppa Italia nel 1980 contro il Torino di Pulici e Graziani. È una finale vinta ai rigori, in cui Di Bartolomei, fine specialista, sbaglia il tiro dagli undici metri ma Graziani con lo stesso errore regalerà la Coppa alla Roma. È il primo trionfo. Di Bartolomei diventa a soli 25 anni capitano della squadra, e oltre ad essere punto di riferimento in campo, lo sarà all’interno dello spogliatoio, facendo da tramite anche con la società per quanto riguarda premi e problemi dei calciatori.

Lo scudetto

Agostino Di Bartolomei

Agostino Di Bartolomei

I tempi sembrano maturi per lo scudetto che nella stagione ’81-’82 sfuma soltanto per pochi centimentri. È il 10 maggio del 1981 e la Roma gioca contro la Juventus, che al 17′ del secondo tempo rimane in dieci per l’espulsione di Furino per un fallo su Falcao. A dieci minuti dalla fine l’attaccante della Roma Maurizio Turone segna il gol che vale lo scudetto, l’arbitro convalida ma su segnalazione del guardalinee annulla la rete. Lo scudetto svanisce ma l’appuntamento è rimandato alla stagione successiva, dove dopo un serrato testa a testa e una vittoria della Juve all’Olimpico di Roma, la squadra capitanata da Di Bartolomei vince lo scudetto con una settimana di anticipo pareggiando 1-1 con il Genoa. Un risultato già scritto, visto che dopo la vittoria ad Avellino e il contemporaneo pareggio della Juve (3-3 contro l’Inter), ad Agostino e compagni basta un punto per la conquista dello scudetto, punto necessario anche al Genoa per ottenere la matematica salvezza. Al fischio finale è una festa giallorossa con Viola che parlerà di scudetto come la fine di un incubo e della «prigionia del sogno» per i tifosi romanisti. Mentre impazza la festa Ago, rimane calmo, lasciando a qualche timido sorriso il compito di far trasparire le proprie emozioni.

Si pensa già avanti, al prossimo obiettivo: la finale di Coppa dei Campioni che nel 1984 si giocherà a Roma. La Roma supera in scioltezza Goteborg, Cska Sofia e Dinamo Berlino, e la storia si dovrebbe ripetere in semifinale contro la modesta squadra scozzese del Dundee Utd., ma la partita d’andata in Scozia finisce 2-0 per i padroni di casa. Servono tre reti per ribaltare il risultato. Il pomeriggio del 25 aprile 1984, sotto un sole cocente, nel giorno della storica liberazione italiana, arriva quella sportiva della Roma che con le reti di Pruzzo e il rigore decisivo di Agostino accede alla finale.

La finale: 30 maggio 1984

Le due squadre si sono preparate alla finale in maniera differente. La tensione serpeggia tra i giocatori della Roma mentre quelli del Liverpool, forti di già tre coppe dei campioni in bacheca, sembrano molto più abituati ad appuntamenti del genere. Il primo gol della squadra inglese arriva con un po di fortuna e sembra tagliare le gambe alla Roma ma al 42′ del primo tempo Bruno Conti crossa per Pruzzo che con una torsione mette alle spalle del portiere del Liverpool Bruce David Grobbelaar, protagonista ai calci di rigore con la sue insolite movenze. Si perché, la partita termina in pareggio e si finisce ai rigori. Nessuno li vuole calciare, tutti si aspettano lo specialista Falcao ma il “divino” non si fa avanti, così Conti e Graziani si iscrivono alla lista dei rigoristi dove c’è ovviamente Di Bartolomei, sempre pronto a prendersi le proprie responsabilità. Gli inglesi sbagliano il primo rigore. Ago è il primo a calciare, e non sbaglia. Conti ma soprattutto Ciccio Graziani, forse distratti dagli strani movimenti sulla linea del portiere zimbabwese del Liverpool, invece si. Il Liverpool vince la sua quarta Coppa dei Campioni.

Addio a Roma

Falcao e Di Bartolomei

Falcao e Di Bartolomei

Non si sa ancora cosa sia successo nello spogliatoio romanista al termine della finale, c’è chi dice siano volate parole grosse tra Agostino e Falcao, al quale Di Bartolomei non perdona l’essersi tirato indietro al momento dei rigori. Nel capitano qualcosa si incrina, ma c’è ancora il tempo per alzare al cielo la Coppa Italia nella finale contro il Verona. Questa sarà l’ultima partita di Ago in maglia giallorossa che spiegherà il suo trasferimento dicendo: «per uno che è e si sentirà sempre un romanista è un passo che ti mette l’angoscia dentro ma non posso fare altrimenti se uno capisce che è di peso meglio togliere il disturbo, io purtroppo ho capito soltanto questo». Alla Roma infatti arriva un nuovo tecnico, Sven-Goran Eriksson, che vuole un calcio veloce. La lentezza di Di Bartolomei sembra un ostacolo insormontabile mentre Liedholm, appena chiamato sulla panchina del Milan, lo coinvolge piazzando Agostino al centro del progetto. Al Milan si consumerà la definitiva rottura con il passato, prima con l’esultanza rabbiosa di Ago dopo il gol segnato alla Roma e successivamente durante la partita di ritorno all’Olimpico dove accolto dai fischi, entrerà duro su Conti scatenando la reazione di Graziani. Ma la lentezza gli costa ancora una volta il posto con l’arrivo al Milan di Sacchi. Di Bartolomei decide quindi di fare una scelta di vita. Avvicinandosi alla famiglia e al mare decide di prendere casa in Cilento e di giocare per la Salernitana in serie C. In Campania, durante il primo anno, subisce l’umiliazione della panchina, ma la stagione successiva con il cambio di allenatore torna in mezzo al campo e conduce la squadra alla promozione in serie B, l’atto finale della sua carriera da calciatore.

La morte

Agostino, appese le scarpe al chiodo, si concentrerà sul lavoro di allenatore. Vuole aprire una scuola calcio a Castellabate, ma la burocrazia e un territorio ostile creano molti intoppi al suo progetto. L’assenza di riconoscenza pesa ad Agostino ma è soprattutto il silenzio da Roma a diventare assordante. I suoi silenzi adesso mancano a tutti coloro che lo hanno conosciuto, quei silenzi emblema di un uomo schivo e mai sopra le righe, che finché è stato in vita non è stato riconosciuto come campione. Per tutti non era lui l’osannato “ottavo re di Roma”, ma con quel gesto compiuto  a Castellabate la mattina del 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale persa contro il Liverpool, è apparsa improvvisa  davanti agli occhi di tutti gli appassionati la differenza tra grandi giocatori e campioni, tra quelli che in una finale si prendono la responsabilità di tirare dagli undici metri e quelli che invece si tirano indietro. Oggi lo ricordiamo e lo definiamo un campione, forse se avessimo avuto la sua stessa sensibilità, lo avremmo fatto anche prima che lui ci insegnasse tragicamente a capirlo.

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