Pubblicato: Lun, 17 Ott , 2022

Parliamo di ‘ndrangheta con Nicola Gratteri

La morsa delle mafie anche al nord 

foto di Massimo Giuffrida

Negli stessi giorni in cui la corsa di Lady Petrolio – al secolo Anna Bettozzi – in affari con i Moccia, i Casalesi, nonché Piromalli e i Mancuso, è terminata con una condanna a 13 anni e 2 mesi di reclusione; e a Lona Lases, in Trentino, per la terza volta consecutiva nessuno si presenta per guidare la cittadina coinvolta dall’inchiesta Perfido; Milano e il suo hinterland scelgono di dare un input, illuminandosi di eventi contro la mafia. Dalla metropoli sino alle più piccole Cornaredo, Novate Milanese, Lacchiarella e Cassina de Pecchi, si è voluto guardare in faccia il fenomeno malavitoso con la presenza dell’illustre prof. Antonio Nicaso e dell’immenso dott. Nicola Gratteri. Molti i comuni che hanno già fatto sentire la vicinanza all’eccelso procuratore capo, “nella logica di non lasciare soli i servitori dello Stato che svolgono con diligenza ed onore il proprio lavoro, considerando le mirabili attività che svolge e i rischi cui è esposto”, citando una commossa ed emozionata Elisa Balconi, sindaco di Cassina de Pecchi.

Qualche colpo di fioretto è stato dato alla mala, nel ricordo di Falcone e Borsellino, gli agenti delle scorte, il pool Chinnici e quanti giusti sono morti per mano mafiosa. “Falcone è un albero, un albero con radici profonde e rami e foglie che si estendono in tutte le direzioni”, scriveva l’innocenza di una bambina. Quell’albero non è più solo a Palermo, ma è anche una magnolia nella città dell’alta finanza e un ulivo a Novate Milanese. Segno tangibile del prendere parte, di schierarsi. E’ anche il simbolo di un modo di insegnare, fare cultura, di aprire la scuola e la città di Milano verso un orizzonte di giustizia e di onestà. Una tappa fondamentale nella maratona di eventi dell’antimafia.

foto di Massimo Giuffrida

Si sono susseguiti appassionati dibattiti e sale gremite, in cui i sindaci hanno conferito la cittadinanza onoraria al brillante procuratore. Decine le fasce tricolore presenti, assessori e istituzioni, ufficiali delle forze dell’ordine, Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Carceraria. Piccoli segnali di enorme caratura, indispensabili per chiudere le possibili vie di accesso alla mafia. Un’evidente erosione al consenso sociale che tanto cercano i boss, probabilmente stizziti davanti alla grande folla che abbracciava il teatro di Cassina de Pecchi all’arrivo dell’amato magistrato, accolto come una rock star.

D’altra parte, se oggi le mafie sparano meno e si infiltrano silenziosamente negli uffici, muovendosi sotto traccia, è indispensabile alzare il volume della legalità. Per quanto si narri ancora che il problema mafioso sia un fenomeno da coppola e lupara relegato nelle periferie del sud, le consorterie, in particolare le ndrine, sono radicate nei territori del nord già dagli anni ‘50, volute ed accettate da istituzioni ed imprenditoria. Sono una patologia del potere, hanno capacità di adattamento e di relazione, tanto da interagire anche all’interno delle istituzioni più alte del paese. Grazie a compromessi, legittimazione economica e politica, le mafie hanno trovato un ambiente accogliente al nord, nelle aree maggiormente produttive e adatte per mimetizzarsi. Milano, per esempio, è una delle migliori piazze per la vendita di cocaina. Con i soldi guadagnati dallo spaccio, la ndrangheta compra le attività commerciali, entrando di fatto (anche) nell’economia legale, che viene così fortemente inquinata. I clan acquisiscono alberghi, ristoranti, pizzerie, negozi, industrie. Prendono quote di giornali o televisioni, e conseguentemente il potere di veicolare, distorcere o censurare le informazioni. Con la stessa forza, entrano nell’alveo delle candidature locali, regionali e nazionali, alterando le votazioni politiche. L’inquinamento mafioso è, dunque, economico ma anche democratico, in quanto influisce sulla rappresentanza, sulla giustizia, sull’amministrazione della cosa pubblica.

Prof. Antonio Nicaso – foto di Massimo Giuffrida

Tuttavia, è bene sottolineare che le consorterie mafiose si sono rafforzate perché hanno trovato degli interlocutori interessati. Da iniziale fenomeno di “controllo sociale”, si sono trasformate in “agenzie di servizi”. Sono state accolte, abbracciate, volute e contattate, per business, per fare affari e arraffare. Ne sono esempi la forza lavoro a basso costo, lavoratori in nero sottopagati; la miriade di appalti e subappalti, gli affidi agli imprenditori mafiosi del sud per la gestone dei rifiuti, sversati in cave o terreni abbandonati a prezzi ribassati del 30-40%. Chi stringe accordi con cosa nostra o la ndrangheta si dimentica, però, che non sono soci qualsiasi e che il loro obiettivo è quello di rilevare l’attività. In un periodo storico di grande sofferenza economica, solo i clan sono in grado di offrire velocemente ingenti somme di contanti, prestiti che se inizialmente hanno le sembianze di aiuti salvifici, poi sfociano immancabilmente in usura ed estorsione.

Nonostante tutto questo, la lotta alla mafia non è affatto presente nelle agende della politica italiana, un silenzio di comodo scelto dai molti. Per abbattere le mafie in modo significativo occorre un sistema giudiziario efficiente, un sistema penale processuale e detentivo diverso, tale da non rendere conveniente l’attività delinquenziale e garantire la certezza della pena. Un sistema che consenta di intervenire concretamente anche su traffichini e faccendieri, uomini in grigio e posizioni apicali. L’esempio delle classi dirigenti e politiche che proseguono le loro attività di interesse, anche alla luce di affiliazioni e amicizie discutibili, ha portato ad un sentimento di sfiducia e disfatta, una sorta di resa generalizzata nella popolazione assuefatta al veleno.

dott. Nicola Gratteri – foto di Massimo Giuffrida

Occorre un’educazione alla legalità, una cultura maggiormente diffusa, per eliminare il “piccolo mafiosetto” che ciascuno ha insito in sé e che esplicita con comportamenti scorretti già nelle semplici dinamiche del quotidiano. In questa prospettiva, è fondamentale ripartire dai comuni e dagli amministratori locali, che sono il primo anello, la prima rappresentanza prossima ai cittadini. Affinchè le istituzioni giochino nella stessa squadra delle forze dell’ordine, escludendo margini di manovra dei clan e della corruzione. Creando un rapporto di stima e collaborazione con la prefetture, in un filo diretto espressione della legalità. Necessari punti di riferimento sani sul territorio, ultimi presidi e baluardi di giustizia. In assenza di questi, il capo mafia locale si sostituisce al sindaco e al politico. E se lo Stato tarda ad arrivare, il mafioso, al contrario, è estremamente efficiente, sempre reperibile e in grado di dare risposte, drogate e viziate, ma immediate.

“Le persone perbene devono impegnarsi nel sociale e nella politica, altrimenti quegli spazi li occuperanno faccendieri e mafiosi” – ha il volto buono, lo sguardo malinconico nel spiegare questi concetti il procuratore Gratteri. Uno scroscio di applausi, per non farlo sentire solo in questa lotta tanto impari e la promessa silenziosa di impegnarci tutti con le risorse disponibili. Così, con un semplice maglione, jeans e scarpe vissute, nell’umiltà di parlare con tutti e sorridere sempre, si affaccia uno dei personaggi più importanti della storia a noi contemporanea.

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